Libano. Mons. Essayan: “Memorandum con Israele strada obbligata”. “Ma restano ferite e incognite” su ricostruzione, vittime e stabilità interna

L’accordo tra Israele e Libano punta a un cessate il fuoco e all’avvio di negoziati, ma per mons. Essayan, vicario apostolico di Beirut, lascia irrisolte questioni decisive: responsabilità, risarcimenti e tensioni interne, mentre la popolazione continua a pagare il prezzo del conflitto. Il rischio di guerra civile: dopo la diffusione del memorandum si sono registrate manifestazioni e proteste, soprattutto a Beirut e nel sud del Paese. In piazza, opposizioni e sostenitori di Hezbollah hanno contestato alcuni punti dell’intesa, ritenuti penalizzanti per la sovranità nazionale.

(Foto ANSA/SIR)

“Arrivare a un memorandum tra Israele e Libano, sotto l’auspicio degli Stati Uniti, è una strada obbligata”.

(Foto Siciliani – Gennari/SIR)

Mons. Cesar Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini, legge con realismo l’intesa trilaterale – in 14 punti – raggiunta il 26 giugno a Washington un accordo quadro trilaterale (Usa‑Israele‑Libano) e resa pubblica il giorno dopo.

Non è una vera pace. “Pur nei suoi limiti è un passaggio necessario – spiega al Sir – se si vuole arrivare a un cessate il fuoco e a un accordo che non è una vera pace, ma può almeno contribuire a calmare la situazione nel Sud del Paese e ad aprire un percorso negoziale”. Secondo quanto emerge, il memorandum mira a fermare le ostilità lungo il confine meridionale, favorire una de-escalation militare e creare le condizioni per successivi negoziati su sicurezza, ritiro delle forze israeliane e di Hezbollah, e stabilizzazione dell’area. L’intesa, tuttavia, non definisce ancora in modo chiaro i meccanismi di responsabilità per i danni di guerra né le modalità di ricostruzione e risarcimento delle vittime.

(Foto AFP/SIR)

Chi pagherà? Per mons. Essayan, il punto di partenza resta la realtà sul terreno: “Israele ha già invaso una parte del Paese e ha distrutto quasi 65 villaggi nel Sud. Ha la capacità di continuare a farlo. Dobbiamo essere realistici: non siamo i vincitori di questa guerra”. Da qui la necessità, pur sofferta, di accettare “anche una prima “brutta copia” di memorandum”, purché apra la strada “a negoziati che portino al ritiro completo israeliano e alla ricostruzione”. Proprio sulla ricostruzione si concentrano le principali criticità. “Chi si assumerà la responsabilità della distruzione? Chi pagherà? Chi risarcirà le vittime?”, incalza il presule. “Ci sono molti civili innocenti che hanno perso la vita e territori devastati, anche dall’uso (da parte di Israele, ndr.) di fosforo, che hanno reso le terre incoltivabili per anni. Intere famiglie vivono di agricoltura: chi compenserà queste perdite?”.

Il timore è che il peso ricada ancora una volta sulla popolazione libanese, già segnata da anni di crisi economica, finanziaria e instabilità politica.

“Non si può tirare una riga sul passato e chiedere ai libanesi di pagare tutto”,

avverte, sottolineando come questo alimenti tensioni sociali e politiche. Sul piano interno, il rischio di destabilizzazione resta elevato. “Nessuno vuole una guerra civile, ma la tensione è forte”, osserva mons. Essayan. “La popolazione si trova stretta tra gli attacchi israeliani e le dinamiche interne, con Hezbollah e altre componenti che faticano a contenersi”. A questo si aggiunge “una crescita delle tensioni confessionali”, che rischiano di indebolire ulteriormente lo Stato.
Il giudizio sulla classe politica è netto: è in atto un gioco ‘sporco’, in cui, spiega “interessi particolari prevalgono sul bene comune. I partiti spesso non hanno lavorato per il Libano, ma per se stessi”. Da qui la percezione diffusa che “le decisioni siano già state prese altrove e che ciascuno stia recitando il proprio ruolo”. In questo contesto, a pagare è soprattutto la popolazione:

“Il popolo libanese è schiacciato tra le pressioni di Israele, Iran, Stati Uniti, oltre alla povertà e alla corruzione interna”.

(Foto Unifil)

Comunità internazionale. Uno sguardo, infine, è rivolto alla comunità internazionale. “Prima o poi si troverà un accordo anche per una presenza internazionale nel Sud del Libano”, afferma il vicario. “L’Europa mostra disponibilità, ma resta da capire quale sarà l’aiuto concreto rispetto ai bisogni enormi del Paese”. Al di là della geopolitica, Essayan richiama una prospettiva più profonda: “Da tutto questo possiamo imparare solo il metodo evangelico: continuare a costruire sull’uomo, fidandoci dell’uomo e del messaggio di Gesù Cristo. È questa l’unica strada per una vera ricostruzione e per ridare speranza al Libano”.

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