Papa Leone in Africa: sulle migrazioni attesa una parola di fraternità

Affrontare gli stereotipi sulle migrazioni, superare la visione patologica della mobilità umana, indicare la strada dell’incontro, dell’arricchimento reciproco. Una delle grandi questioni che accompagnano il viaggio continentale del Pontefice

(Foto Vatican Media/SIR)

Tra i temi di rilievo del viaggio di Papa Leone in Africa, farà certamente discutere ciò che Prevost dirà sulle migrazioni e l’accoglienza dei profughi. Un immaginario ansiogeno, fomentato da una comunicazione allarmistica, identifica le migrazioni con gli sbarchi dal mare, e gli sbarchi dal mare con gli arrivi dall’Africa.
A dispetto dei numeri: gli immigrati africani sono meno di un quarto degli stranieri residenti in Italia, e provengono in maggioranza dal Nord-Africa. Rifugiati e richiedenti asilo sono poco più di 500.000, il 10% del totale, compresi 150.000 ucraini. Gli arrivi via mare in Europa nel 2025 sono stati 178.000 (fonte Frontex), mentre le richieste di asilo complessive nell’Unione europea, pur in calo, hanno sfiorato quota 670.000, e vedono ai primi posti Venezuela, Afghanistan e Siria. Di questi profughi, va sempre ricordato, più della metà ricevono poi il riconoscimento del diritto alla protezione da parte dei governi europei.

Non sono dei migranti illegali.

In partenza dalle coste africane si verifica piuttosto la maggior parte delle tragedie del mare: 30.000 vittime stimate in dieci anni, tra le 700 e le 900 nei primi mesi di quest’anno, malgrado il calo degli attraversamenti. Dall’Africa si parte di meno e si muore di più, come conseguenza delle crescenti restrizioni ai transiti e dei minori soccorsi.

(Foto Fb – Maurizio Ambrosini)

Papa Leone nei suoi interventi dovrà indicare la rotta dell’accoglienza fronteggiando due visioni apparentemente opposte, ma in realtà apparentate. La prima è quella che vede l’Africa come un continente alla deriva, luogo di sottosviluppo e guerre senza fine: quindi come una minaccia per l’Europa e la sua prosperità, la terra di origine di un’orda d’invasori, la matrice per alcuni della temuta “sostituzione etnica” della popolazione, per altri di una marea islamica destinata a sommergere la civiltà europea. Di qui i progetti non solo di chiusura delle frontiere, ma di “remigrazione”, dilatando la pretesa di essere “padroni a casa nostra”. Senza arrivare a tanto, la versione benpensante dell’argomento proclama “non possiamo accogliere tutta l’Africa”, sottintendendo che i Papi sostengono valori irrealistici.
La seconda visione parla invece di un’Africa impoverita, colonizzata e sfruttata ieri come oggi, devastata dal cambiamento climatico e dalle guerre fomentate dalle potenze straniere. L’emigrazione sarebbe la conseguenza del saccheggio economico e dell’abbandono sociale del continente, mentre l’accoglienza diventerebbe doverosa per porre rimedio alle colpe storiche dell’Europa e del Nord del mondo. Anche in questa visione però i migranti proverrebbero dall’Africa, sarebbero spinti dalla povertà e dalla fame, non avrebbero nulla da offrire a chi li riceve.

Facile allora cadere nella trappola dello slogan “aiutiamoli a casa loro”.

In realtà, le migrazioni sono fenomeni sempre più articolati. Per esempio, si stima che ci siano più medici africani fuori dall’Africa che in Africa, per non dire dell’esodo di personale infermieristico. C’è una relazione positiva tra istruzione ed emigrazione. I poverissimi per contro sono invischiati nella “trappola della povertà”: difficilmente riescono a mettere insieme le risorse per partire e soprattutto per andare lontano. Circa l’80% delle migrazioni internazionali nell’Africa sub-sahariana avvengono all’interno della stessa regione, incontrando peraltro anche lì crescenti chiusure, come accade in Sudafrica.
L’aiuto allo sviluppo è in calo (0,29% del Pil in Italia), non solo per le scelte della presidenza Trump, ma anche per un’Europa che corre al riarmo. In ogni caso non è una risposta alle migrazioni, per almeno due motivi. Il primo è che degli immigrati le nostre economie in realtà hanno bisogno (500.000 nuovi ingressi previsti in Italia per il triennio 2026-2028 mediante i decreti-flussi). Il secondo è che in una prima non breve fase lo sviluppo aumenta la propensione a partire, perché cresce il numero delle persone che accedono alle risorse necessarie.
Confidiamo dunque che Papa Leone, discendente d’immigrati come Papa Francesco, riesca a proporre un approccio alle migrazioni che superi la visione patologica della mobilità umana: indichi la strada dell’incontro, dell’arricchimento reciproco, di una fraternità che rinsalda le comunità.

*docente di Sociologia delle migrazioni – Università di Milano

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