Una nuova, drammatica escalation del conflitto tra Israele e Hezbollah sta aggravando ulteriormente la già fragile situazione del Libano, Paese segnato da anni di crisi economica, instabilità politica e profonde divisioni interne. I bombardamenti dell’8 aprile scorso, che hanno causato oltre 250 morti e più di 1100 feriti, segnano un punto di svolta nella percezione della sicurezza: non esistono più aree risparmiate dalla guerra e la popolazione civile è sempre più esposta.
Pro Terra Sancta. A raccontarlo al Sir è Silvia Zucconelli, rappresentante dell’ong Pro Terra Sancta, impegnata nell’assistenza umanitaria: “La scorsa settimana è stata pesante. Se prima un po’ eravamo abituati ai bombardamenti, sicuri che alcune aree non sarebbero state colpite, da mercoledì scorso le certezze vacillano. Hanno bombardato, secondo buona parte dell’opinione pubblica locale, ‘a caso’: in 10 minuti, 100 bombardamenti. Ci sono ancora tanti corpi sotto le macerie”. Un cambio improvviso che ha investito anche zone ritenute sicure, comprese quelle a maggioranza cristiana. “Abbiamo visto bombe cadere a 500 metri dal nostro ufficio – prosegue Zucconelli –. Ora distribuire aiuti è diventato molto più pericoloso”. L’emergenza sfollati ha raggiunto dimensioni enormi: oltre un milione di persone in fuga, molte delle quali accampate lungo le coste o ospitate in scuole e conventi trasformati in rifugi.
Nonostante le difficoltà, le organizzazioni umanitarie continuano a operare. “Proseguiamo con la distribuzione di beni di prima necessità e stiamo ampliando i servizi medici – spiega –. Abbiamo avviato anche attività psicosociali con donne e bambini: in un momento così tragico serve ricostruirsi anche interiormente”. Tuttavia, il quadro resta critico soprattutto nel Sud del Paese, dove si intensificano gli scontri e interi villaggi risultano ormai sotto il controllo israeliano. La crisi umanitaria si intreccia con le fragilità strutturali del Libano, Paese in cui l’identità nazionale resta spesso subordinata alle appartenenze religiose e politiche.
“I libanesi non si immaginano come Paese, ma come comunità di una certa appartenenza religiosa”,
osserva Zucconelli, sottolineando come anche l’accoglienza degli sfollati risenta di queste divisioni.
Avsi. A confermare la gravità della situazione è anche Francesca Lazzari, responsabile dell’ong Avsi in Libano: “Quella dell’8 aprile è stata una tragica, inattesa, sorpresa. Nessuno si aspettava una tale intensità di attacchi”. Nei giorni successivi, nuovi ordini di evacuazione hanno costretto migliaia di persone a spostarsi verso quartieri ritenuti più sicuri, spesso senza alcuna garanzia. “Nel quartiere dove abito ci sono migliaia di sfollati sistemati in strada, in tende o in auto, senza servizi igienici adeguati”. Le condizioni sanitarie sono sempre più precarie e l’accesso agli aiuti complicato dalla dispersione degli sfollati fuori dai centri ufficiali. Le ong cercano di rispondere con distribuzioni di cibo e kit igienici, ma anche con programmi di supporto psicologico. Particolare attenzione è rivolta ai più giovani: “Il Ministero dell’Istruzione ha previsto la ripresa scolastica da remoto – spiega Lazzari – perché un terzo della popolazione è sfollato e molte scuole sono occupate come rifugi”. Accanto all’emergenza umanitaria, cresce anche la tensione politica. L’annuncio di negoziati diretti tra Libano e Israele a Washington ha innescato proteste diffuse.
“Molti libanesi sono contrari a questo processo di normalizzazione – afferma Lazzari –. C’è paura di un’occupazione permanente del Sud e che le famiglie non possano più tornare nelle loro case”.
Il Libano si trova così stretto tra la pressione del conflitto e le proprie divisioni interne, mentre la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. In questo contesto, il lavoro delle organizzazioni umanitarie resta fondamentale ma sempre più rischioso, in un Paese dove, oggi più che mai, anche la speranza sembra fragile quanto la tregua.

