Dalla colonizzazione danese all’Artico digitale: perché la Groenlandia è oggi un nodo chiave tra geopolitica e tecnologia

Dalla presenza inuit alle colonizzazioni europee, fino all’autogoverno del 2009, la Groenlandia è oggi al centro di nuovi equilibri geopolitici. Cambiamento climatico, rotte artiche, risorse minerarie e basi militari rendono l’isola strategica per Stati Uniti, Nato e grandi potenze, mentre si affacciano scenari futuri legati a tecnologia e intelligenza artificiale

(Foto Sir)

La Groenlandia, la più grande isola del pianeta, è da secoli un territorio di confine tra natura estrema e grandi equilibri geopolitici. Abitata da millenni da popolazioni inuit, capaci di adattarsi a un ambiente ostile grazie a una cultura fondata sulla caccia e sulla pesca, l’isola fu raggiunta nell’XI secolo dai coloni norreni guidati da Erik il Rosso. Quegli insediamenti europei, sopravvissuti per alcuni secoli, scomparvero nel corso del XV secolo, probabilmente a causa del raffreddamento climatico e dell’isolamento economico. La presenza europea tornò stabile nel XVIII secolo con la colonizzazione danese. Da allora, la Groenlandia è rimasta legata a Copenaghen, fino a cessare formalmente di essere colonia nel 1953. Un passaggio che aprì la strada a un lento ma progressivo percorso di autonomia, culminato prima con l’Home Rule del 1979 e poi con l’Autogoverno del 2009, che riconosce ai groenlandesi lo status di popolo e ampie competenze interne, pur lasciando a Danimarca difesa e politica estera. La Groenlandia, pur essendo parte del Regno di Danimarca, non fa parte dell’Unione europea, avendo scelto nel 1985 di uscire dall’allora Comunità economica europea. La moneta ufficiale sia della Danimarca sia della Groenlandia è la corona danese (DKK), anche se l’isola mantiene una gestione fiscale autonoma. Oggi la Groenlandia presenta una geografia umana unica al mondo. A fronte di una superficie di oltre 2 milioni di chilometri quadrati, gli abitanti sono circa 56 mila, concentrati quasi esclusivamente lungo le coste, mentre l’interno dell’isola è coperto per oltre l’80% dalla calotta glaciale. Non esistono strade che colleghino le città tra loro: i collegamenti avvengono via mare o via aerea. La capitale Nuuk, affacciata sulla costa sud-occidentale, è il principale centro politico, amministrativo ed economico, con poco meno di 20 mila abitanti. Seguono Sisimiut, secondo centro urbano e polo della pesca, Ilulissat, nota per il grande fiordo ghiacciato patrimonio dell’Unesco, e Qaqortoq, nel sud dell’isola. Una popolazione ridotta, giovane e fortemente legata al territorio, che rende ogni dinamica geopolitica particolarmente sensibile sul piano sociale e identitario. Negli ultimi anni, l’attenzione internazionale sulla Groenlandia è cresciuta rapidamente. Il cambiamento climatico, lo scioglimento dei ghiacci e l’apertura di nuove rotte artiche hanno trasformato l’isola in una piattaforma strategica di primaria importanza. A questo si aggiunge la presenza di risorse minerarie critiche, come le terre rare, fondamentali per la transizione energetica e le tecnologie avanzate. In questo contesto si inserisce il ruolo degli Stati Uniti. La presenza americana in Groenlandia risale alla Seconda guerra mondiale, quando Washington ottenne il diritto di installare basi militari per difendere l’Atlantico settentrionale. Durante la Guerra fredda l’isola divenne un avamposto chiave del confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, ospitando numerose infrastrutture militari e radaristiche. Molte di queste installazioni sono state chiuse dopo il 1991, ma una è rimasta attiva. Oggi gli Stati Uniti mantengono in Groenlandia un’unica base militare permanente, la Pituffik Space Base (già Thule Air Base), situata nel nord-ovest dell’isola, a poche centinaia di chilometri dal Polo Nord. La base ospita circa 150 militari statunitensi ed è un nodo cruciale della difesa missilistica e della sorveglianza spaziale americana e Nato. Da Pituffik passano i sistemi di allerta precoce che monitorano l’Artico e le orbite polari, decisive per la sicurezza globale. Accanto alla dimensione militare, si è rafforzata anche la presenza diplomatica e scientifica statunitense. Nel 2020 Washington ha riaperto il consolato a Nuuk, segnale di un interesse diretto verso le autorità groenlandesi. Agenzie come la Nasa e la National Science Foundationconducono ricerche sul clima e sulla calotta glaciale, facendo della Groenlandia un laboratorio naturale per lo studio del riscaldamento globale. Secondo numerose analisi geopolitiche, tra cui quelle dell’Ispi, la Groenlandia è oggi uno dei principali teatri della competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia nell’Artico. Un confronto che non riguarda solo la sicurezza militare, ma anche le catene di approvvigionamento, le infrastrutture strategiche e il controllo delle future rotte commerciali. Nel dibattito più recente si affaccia inoltre una prospettiva nuova. Paesi freddi e scarsamente popolati come la Groenlandia, e in parte anche il Canada, potrebbero diventare sempre più attrattivi per l’installazione di infrastrutture legate all’intelligenza artificiale, come grandi data center e sistemi di calcolo avanzato. Queste tecnologie richiedono enormi capacità di raffreddamento: temperature naturalmente basse consentirebbero di ridurre in modo significativo i consumi energetici e i costi operativi. In uno scenario di crescente domanda di potenza computazionale, l’Artico potrebbe trasformarsi non solo in una frontiera militare e climatica, ma anche digitale, aggiungendo un ulteriore livello di interesse strategico per le grandi potenze. La Groenlandia si trova così al crocevia tra passato e futuro: terra antica, segnata da una storia di adattamento e resistenza, ma anche snodo centrale di un mondo che guarda sempre più a nord, dove sicurezza, risorse, tecnologia e clima si intrecciano in modo sempre più evidente.

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