Venezuela. La Bella racconta le liberazioni: “La diplomazia umanitaria costruisce ponti”

Gianni La Bella, docente ed esperto dell’area venezuelana, racconta il lavoro svolto come riferimento latinoamericano della Comunità di Sant’Egidio per la liberazione dei detenuti politici. Un intreccio di relazioni con Chiesa, società civile e istituzioni, tra diplomazia umanitaria, ascolto delle famiglie e dialogo diretto con il potere, per aprire spiragli di libertà e ridurre la polarizzazione

(Foto Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Da mesi, il dossier Venezuela, e in particolare quello della liberazione dei detenuti politici, è stato in cima alla sua agenda. In quanto “braccio latinoamericano” della Comunità di Sant’Egidio, Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, esperto dell’area, ha tessuto legami e “gettato ponti” tra i diversi settori della società venezuelana, è entrato nella famigerata struttura penitenziaria di “El Helicoide”; ha avuto anche l’occasione di parlare direttamente con Nicolás Maduro. Il giorno dopo la liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò, è il momento propizio per farci raccontare cos’è accaduto, in questi mesi, dietro le quinte, in occasione di trattative non facili.

Ci dice, però, un suo parere su queste due liberazioni, che tutta Italia attendeva?
Parlerei di un successo oggettivo della diplomazia italiana, che si è sbloccato, però, soprattutto per il cambiamento di alcuni equilibri interni alle leve di comando venezuelane. Alcuni esponenti hanno perso forza, penso anche a chi dirige il Sebin, il servizio di intelligence. Il venir meno della figura di Maduro ha facilitato l’operatività.

Sant’Egidio, però, ha avuto un ruolo chiave rispetto alla liberazione di altri detenuti politici con passaporto italiano. Ce ne vuole parlare?
Certamente. Va specificato che, nel momento in cui parliamo, i detenuti con passaporto italiano sono ancora circa venti. Con Sant’Egidio, noi ci siamo occupati di tre casi in modo diretto: quello di Alfredo Schiavo, imprenditore liberato nel giugno scorso, che ora vive in Italia, e quelli di Amerigo Di Grazia e Biagio Pilieri, due ex deputati italo-venezuelani. Il primo è stato liberato in agosto, il secondo giovedì scorso. Siamo intervenuti su precisa richiesta delle famiglie, e va anche sottolineato che erano tutti molto debilitati fisicamente. Pilieri ha vissuto anche un’esperienza terribile. Alfredo Díaz, politico d’opposizione, già governatore dello Stato venezuelano di Nueva Esparta, gli è morto, nelle scorse settimane, praticamente tra le braccia, essendo suo compagno di cella.

Tutti e tre questi detenuti sono stati nel famigerato Helicoide, una struttura davvero terribile?
Per la liberazione di Schiavo, ci sono entrato. Un luogo molto particolare e gigantesco, con una struttura a spirale in cui domina il colore nero, molto difficile da affrontare dal punto di vista psicologico.

Come ci si muove, quando si impostano trattative di questo tipo?
Si cerca di capire il contesto, di trovare alleati. Con la Comunità di Sant’Egidio cerchiamo di stabilire contatti con la società civile, con la Chiesa, con il mondo politico, senza dimenticare il raccordo con il Governo e le Istituzioni internazionali. Per esempio, in questi ultimi casi è stato importante costruire un rapporto con il governatore dello Stato del Carabobo, Rafael Alejandro Lacava, che è italo-venezuelano. Mi è capitato di parlare anche con Maduro. Una diplomazia umanitaria, che ha come punto di riferimento l’invito di Papa Francesco a gettare ponti, invece che costruire muri. In un certo senso, chi salva una persona salva il mondo intero: è una forma indiretta per operare una de-escalation, per contrastare le forme di scontro e polarizzazione che ci pervadono.

Queste trattative, vale per Trentini e non solo, sono state molto laboriose e lunghe. Quale lezione si può trarre?
In questi contesti, è fondamentale capire la cultura dei Paesi con cui ci si rapporta. I giudizi tranchant, le battute superficiali, non aiutano. Il Venezuela, in particolare, è un Paese complesso.

Intanto, nonostante l’accelerazione delle ultime ore, i detenuti politici a Caracas sono ancora centinaia…
Sono circa seicento, ma credo che le liberazioni proseguiranno. Il Governo gode di una credibilità a termine, la libertà dei detenuti politici è una conditio sine qua non per proseguire.

Per il futuro del Venezuela, sarà importante proseguire con questa attitudine a “costruire ponti”?
Darsi schiaffi reciprocamente non porta lontano. Va detto che in Venezuela la tradizione storico-culturale del chavismo, che è cosa diversa dal madurismo, è molto forte. D’altro canto, anche l’udienza che ieri Papa Leone XIV ha concesso alla leader dell’opposizione Maria Corina Machado va nella direzione di gettare ponti, e di ribadire che la Chiesa, in Venezuela, è un soggetto attivo e libero, e che dietro alla gerarchia c’è una Chiesa di popolo.

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