In dialogo con l’islam. Annalena Tonelli in Somaliland

Il ricordo di Annalena non si spegne a 21 anni dalla sua morte avvenuta in Somaliland presso l’ospedale da lei fondato. La sua spiritualità e la sua missione sono segno di profezia e spiritualità missionaria

(Foto: ANSA/SIR)

“Eppure la vita ha senso solo se si ama. Non c’è che una sola tristezza al mondo: quella di non amare”, scrive Annalena Tonelli (Forlì 1943- Borama 2003) nella testimonianza resa in Vaticano, pochi mesi prima di morire uccisa presso l’ospedale da lei costruito in Somaliland. Proprio il giorno prima di vedere completata la nuova ala dell’ospedale per la cura della tubercolosi. Una piccola ma efficace struttura da 200 posti letto a cui facevano capo oltre 1000 malati per uno di quei miracoli della buona volontà che sembra possano accadere solo grazie all’impegno di qualcuno che crede fino in fondo nella Provvidenza. Così la piccola donna “bianca, sola e cristiana” come lei si definiva, testimone coraggiosa della vitalità del Vangelo, si è spenta all’imbrunire di un giorno di ottobre, con due colpi sparati da vicino, alla nuca da un sicario che non è mai stato identificato. Annalena si è spenta a 60 anni, la missionaria laica, forlivese di nascita, somala dopo i 33 anni passati in missione in Nord Africa.

La chiamavano la “Madre Teresa della Somalia” per quella vita spesa ogni giorno al servizio degli ultimi,

nelle pieghe di un nascondimento da cui nemmeno il conferimento di importanti riconoscimenti era riuscita a tirarla fuori. Il suo testamento spirituale è pieno di fede e di umanità: “La vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’amore è inutile; che la mia religione cristiana non ha tanti e poi tanti comandamenti, ma ne ha uno solo; che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie, né pellegrinaggi… ma quell’Eucaristia che scandalizza gli atei e le altre fedi, ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia”. Dormiva solo quattro ore per notte, il suo ritmo di lavoro era senza soste. Mangiava fagioli e riso a pranzo. Tornava raramente in Italia a trovare la famiglia, non ne aveva il tempo. La sua giornata in ospedale cominciava alle 7,30 con la riunione con i medici con cui aveva ideato e attuava un progetto sanitario innovativo, il Dots (Directly observed therapy), ovvero l’attenta osservazione dei malati di tubercolosi provenienti da tribù di nomadi o seminomadi. Si fermava con gli ammalati, accanto ai letti per parlare con ognuno. Una carezza speciale era sempre per i bambini che si specchiavano nei suoi grandi, disarmati occhi azzurri cerchiati di occhiaie, arrossati dalla stanchezza di giornate interminabili di lavoro, fino a notte inoltrata.

Eppure Annalena era felice. Diceva: “Nella mia vita non c’è rinuncia, non c’è sacrificio. Rido di chi la pensa così. La mia è pura felicità. Chi altro al mondo ha una vita così bella?”.

(*) Popoli e Missione

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