Nord Kivu, “l’orrore non ha limiti”. Le parole del vescovo di Butembo-Beni dopo il nuovo appello del Papa

Nel villaggio di Maboya, provincia del Nord Kivu (Repubblica democratica del Congo), il 20 ottobre scorso l’ennesima mattanza. Nella regione è in corso una guerra, non dichiarata, fomentata dal Ruanda. Il gruppo armato M23 semina terrore e morte. Torna lo spettro della lotta tra Hutu e Tutsi. Il missionario don Giovanni Piumatti spiega come “la vittima può diventare carnefice”

Sempre più a rischio la popolazione al confine tra Congo e Ruanda (Foto: Piumatti)

“Ci mancano le parole: l’orrore stavolta ha ben oltrepassato la soglia di tolleranza!”. Così il vescovo di Butembo-Beni, mons. Melchisedec Sikuli Paluku, scrive nel suo messaggio di condoglianze alla popolazione del villaggio di Maboya, provincia del Nord Kivu, a est della Repubblica democratica del Congo, dove il 20 ottobre scorso le comunità cristiane hanno subito l’ennesima mattanza. “La diocesi di Beni condanna per l’ennesima volta queste violenze”, ripete il vescovo. Lo stillicidio di uccisioni e soprusi, ad opera di gruppi armati presumibilmente legati alle milizie affiliate al Ruanda, in particolare il gruppo M23, è sempre ben presente nelle preghiere di Papa Francesco che anche mercoledì 26 ottobre in udienza è tornato a ricordare il Nord Kivu. “Assistiamo inorriditi agli eventi che continuano ad insanguinare la Repubblica democratica del Congo – ha detto il Pontefice –; esprimo la mia ferma deplorazione per l’assalto avvenuto a Maboya, dove sono state uccise persone inermi, tra cui una religiosa impegnata nell’assistenza sanitaria”.

“Massacri veri e propri”. Quello di Maboya è solo l’ultimo tragico episodio (sette i morti tra cui una religiosa delle Piccole sorelle di Notre Dame) in ordine di tempo, ma non il solo e forse non il peggiore. Sebbene stavolta la Chiesa cattolica sia stata pesantemente presa di mira dai terroristi. “La parola giusta, quella che dovremmo usare se volessimo davvero parlare di quanto accade nel Kivu è genocidio”, esattamente “come di genocidio tra Hutu e Tutsi” si parlò portando all’attenzione del mondo un crimine contro l’umanità commesso in Ruanda nel 1994. Sono ancora le parole di monsignor Melchisedec Sikuli Paluku, da noi intervistato alcune settimane prima dell’ultimo carnage. Il vescovo è certo che “il peccato originale di tutta questa crisi ventennale in Congo sia da rintracciare proprio nel Ruanda, che da vittima si è fatto aggressore” e manovra le attività criminali del gruppo armato al confine tra Kivu e Ruanda. “Non parlo semplicemente di persone uccise, parlo di massacri veri e propri: di donne incinte squarciate, di cose che non si possono ripetere e guardare due volte, sono tragedie che noi vediamo ogni giorno”, aggiunge. Sappiamo che questa regione del Paese, nella parte orientale dei Grandi Laghi, “è ricca di tutte le maggiori risorse, dal coltan al petrolio, e il motivo per cui è così contesa sono proprio le sue ricchezze”.

Don Giovanni Piumatti (Foto Missio-Piumatti)

La guerra è più vicina. Ma cosa accade esattamente nel Congo senza pace da almeno venti anni? A 12 anni dal celebre e negletto Rapporto Mapping delle Nazioni Unite (oltre 600 pagine fitte di dati e testimonianze), la Repubblica Democratica del Congo è ancora nel baratro, ad un passo dalla balcanizzazione. E sempre più vicina ad una guerra esplicita con il Ruanda. Quel rapporto testimoniava già allora la violazione dei diritti umani e il continuo massacro di congolesi da parte del vicino Ruanda, che volle pareggiare i conti con gli Hutu. Ma può una vittima diventare carnefice? “La risposta è sì, questo accade di continuo nella storia”, risponde a “Popoli ne Missione” don Giovanni Piumatti, missionario fidei donum per una vita in Congo, oggi rientrato in Italia.

La violenza dei guerriglieri. “Tra il 1996 e il 1997 per il Ruanda fu l’occasione giusta per pareggiare i conti con gli Hutu scappati dalla Repubblica Democratica del Congo nel 1994; inizia il massacro del popolo congolese e l’occupazione delle loro terre, con i quali i ruandesi subentrano alla popolazione autoctona – così testimonia in Senato, a Roma, Jean-Jacques Diku, portavoce del Comitato Azione Rd Congo, in occasione dell’uscita del Rapporto Mapping –. Si verifica ciò che ancora oggi la Comunità internazionale non ha il coraggio di definire genocidio”. In quegli anni si formarono due schieramenti: gli amici e gli alleati del governo di Kinshasa e gli alleati del Ruanda. Questi schieramenti proseguono tuttora, mentre nel Congo balcanizzato si muore. Lo status peggiore fino ad ora era quello di Bunagana, conquistata dai guerriglieri M23, il 13 giugno scorso, soggetta a una continua minaccia di morte. Oltre a Bunagana, ci sono diversi villaggi appartenenti a quattro raggruppamenti diversi nelle mani dei guerriglieri dell’M23, appoggiati dal Ruanda, come accusa il governo di Kinshasa. Ma con il massacro del 20 ottobre a Maboya, forse, è stato oltrepassato un nuovo limite.

(*) redazione Popoli e Missione

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