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In 14mila in marcia per farsi sentire al Summit delle Americhe

Tra le migliaia di migranti in marcia, ci sono almeno 126 donne incinte e oltre 70 persone con disabilità fisiche. Vengono dal Centro America, Haiti e Cuba, ma la stragrande maggioranza proviene dal Venezuela. Sono partiti insieme per proteggersi reciprocamente ma anche per rendersi visibili ai media e soprattutto ai leader politici che avrebbero deciso della loro sorte firmando o meno la Dichiarazione di Los Angeles che, da oggi, regolerà una comune politica migratoria delle Americhe

(Foto ANSA/SIR)

(da New York) Hanno deciso di partire da Tapachula, nel Chiapas messicano lunedì scorso, proprio poche ore prima che il presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador, annunciasse la sua assenza al Summit delle Americhe, che si è concluso venerdì a Los Angeles.
Sono partiti in 14.000 per proteggersi reciprocamente ma anche per rendersi visibili sia ai media sia ai leader politici riuniti a Los Angeles per partecipare al Vertice delle Americhe e durante il quale è stato firmata la Dichiarazione di Los AngelesUn documento che d’ora in poi regolerà una comune politica migratoria delle Americhe e nel quale i leader si impegnano assicurano a “tutelare la sicurezza, la dignità, i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i migranti” riaffermando che la migrazione “non deve essere una necessità, deve essere volontaria e una scelta informata”.

Molti di loro, alla partenza, non sapevano i termini di questo accordo, molti di più probabilmente neppure della presenza dei leader politici in California. Ad ignorare tutto sicuramente i 3.000 bambini in marcia con loro verso il confine, rivestiti di poncho di plastica per proteggersi dalla pioggia insistente o avvolti in coperte tra le braccia dei genitori.

Secondo Victor Luis García Villagrán, organizzatore della carovana e direttore del Center for human dignification, tra le migliaia di migranti in marcia, ci sono almeno 126 donne incinte e oltre 70 persone con disabilità fisiche. Vengono dal Centro America, Haiti e Cuba, ma la stragrande maggioranza proviene dal Venezuela. Eymar è uno di loro. In Venezuela era un agente della polizia di stato. A gennaio, con la sua famiglia allargata ha iniziato una chat di gruppo dove per tre mesi si sono scambiati notizie sulla scarsità dei prodotti e dei farmaci, sui prezzi elevati del cibo e sui continui blackout elettrici. I messaggi si sono trasformati in un piano per lasciare il Paese e così Eymar ha venduto la sua macchina e altri beni per finanziare l’odissea di due settimane dal Venezuela al Messico, anche attraverso lo straziante percorso attraverso la giungla che separa Colombia e Panama. Quella è stata la parte più difficile per sua moglie, ma lo è stato di più guardare i loro tre figli soffrire, di cui il più piccolo di appena tre anni ha sfidato le insidie del percorso sul suo passeggino.

(Foto ANSA/SIR)

Tutti e 17 i parenti di Eymar sono ora incamminati insieme su questa strada secondaria che li porterà al confine con gli Stati Uniti. Al loro fianco ci sono tutti quegli altri migranti e richiedenti asilo che si sono stancati della strategia di contenimento operata dal governo messicano nella zona sud del Paese, che ha reso la vita di questi miserabili ancor più misera. Tanti di loro hanno contratto debiti per poter affrontare questo viaggio e con le poche opportunità di lavoro nella regione si sentono sopraffatti dalla disperazione. Altrettanto sopraffatti sono gli impiegati dell’agenzia dei richiedenti asilo, poiché le nuove politiche per recarsi nel nord del Paese prevedono l’approvazione di una richiesta ufficiale prima di intraprendere il viaggio, pena essere fermati dagli agenti dell’immigrazione e rimandati nel Paese di origine. Ecco perché farsi sentire al Summit delle Americhe è diventato cruciale, anche attraverso una carovana. I numeri dei migranti fermati alla frontiera negli ultimi due anni hanno assunto cifre a sei zeri, con l’agenzia di protezione delle frontiere Usa che parla di oltre 1,7 milioni di persone da ottobre 2020 a settembre 2021 e altri 1,3 milioni da ottobre 2021 ad aprile.

“Nessuna nazione dovrebbe assumersi da sola la responsabilità di gestire una storica ondata migratoria attraverso l’emisfero occidentale”, ha dichiarato venerdì il presidente americano Joe Biden, mentre assieme ad altri 19 leader latinoamericani e caraibici hanno siglato la Dichiarazione: un patto per espandere i percorsi legali di migranti e rifugiati e fornire nuovi finanziamenti per garantire l’ospitalità nei paesi in transito. Tra i firmatari ci sono stati anche Messico, El Salvador, Guatemala e Honduras, i cui presidenti hanno scelto di non partecipare per protestare contro la decisione di non invitare Cuba, Venezuela e Nicaragua.

Il patto prevede che il Messico lanci un programma di lavoro temporaneo per 15.000-20.000 lavoratori del Guatemala, da ampliare nel medio termine a Honduras e Salvador. Gli Usa destineranno 314 milioni di dollari in aiuti umanitari, forniranno miliardi di finanziamenti alle banche di sviluppo esistenti e aiuteranno a promuovere nuovi programmi per accogliere migranti e rifugiati in Ecuador e Costa Rica. Inoltre verranno forniti visti per 11.500 cittadini dell’America centro-settentrionale e di Haiti. Anche il Canada ha impegnato 26,9 milioni di dollari per l’anno fiscale 2022-23 per la gestione della migrazione e gli aiuti umanitari, e la Spagna raddoppierà i percorsi di lavoro per gli honduregni.

“Tutto ciò che voglio è un futuro per i miei figli”, dichiara Eymar ai microfoni di ABC news e assieme a lui lo vogliono gli altri 14.000 incamminati verso il confine con gli Stati Uniti.

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