Il dolore degli ucraini negli Usa, tra veglie di preghiera e manifestazioni di protesta

Ucraini cattolici, ortodossi, ebrei, ma anche pastori afroamericani e bianchi delle tante chiese evangeliche, della Chiesa luterana e presbiteriana, assieme a leader musulmani ed indù si sono ritrovati nel cuore della cattolicità di Pittsburgh per un momento di preghiera comune, fortemente voluto dal vescovo cattolico, mons. David Zubich, che in appena quattro giorni è riuscito a riunire tutti nel nome del Dio della pace. Pittsburgh è la quarta città Usa, per numero di Ucraini: la Pennsylvania è seconda solo allo stato di New York per la numerosa presenza ucraina

(da Pittsburgh) – Tante lacrime. Sul volto di Olexandra sono irrefrenabili, mentre nelle navate della cattedrale di San Paolo a Pittsburgh echeggia la preghiera per l’Ucraina musicata da monsignor Lysenko e cantata tra i singhiozzi dei presenti. Ucraini cattolici, ortodossi, ebrei, ma anche pastori afroamericani e bianchi delle tante chiese evangeliche, della chiesa luterana e presbiteriana, assieme a leader musulmani ed indù si sono ritrovati nel cuore della cattolicità di Pittsburgh per un momento di preghiera comune, fortemente voluto dal vescovo cattolico, monsignor David Zubich, che in appena quattro giorni è riuscito a riunire tutti nel nome del Dio della pace. Pittsburgh è la quarta città Usa, per numero di Ucraini: la Pennsylvania è seconda solo allo stato di New York per la numerosa presenza ucraina. Svitlana è di Ternopil, una città anch’essa nella parte occidentale. Il suo pensiero va ai genitori e non riesce a trattenere le lacrime. Con il marito è seduta al primo banco e quando padre Ihor Hohosha, nell’aprire la veglia, parla di chi in questo momento sta dando la vita anche per la fede, anche per assicurare la libertà religiosa degli ucraini, grida con forza: “Gloria agli eroi”.

Padre Ihor è ucraino. La sua mamma è ancora lì. Il fratello si è offerto come volontario per combattere per la libertà, “per la civiltà contro l’inciviltà assieme ad un altro mezzo milione di ucraini”. La sua testimonianza ad apertura della preghiera scuote i presenti. “Sono ucraino al 100% e sono nato in Unione Sovietica. Io ricordo il regime comunista e con me altri”, ricorda il sacerdote. “Eravamo così felici quando l’Unione Sovietica è caduta perché abbiamo pensato che il regime del male fosse finito per sempre e noi che eravamo la terza potenza nucleare mondiale abbiamo dato via il nostro arsenale per la pace, credendo alla pace”, continua padre Ihor.

Olexandra lo ascolta attenta e composta. A Novyi Rordil, una cittadina nell’area di Leopoli ci sono ancora i genitori, le sorelle e anche suo marito, tornato lì per la famiglia. Attendono l’inevitabile mentre arrivano sfollati e diplomatici dalla capitale e dalle aree sotto assedio. Lei aveva vinto la green card, il permesso di lavoro e soggiorno negli Usa e si era trasferita nel 2009 assieme al marito e ad un figlio. Poi la famiglia si è allargata e hanno scelto di restare. Sull’elegante vestino nero ha cucito una piccola bandiera dell’Ucraina. “Azzurra come il cielo e gialla come i campi di grano del mio paese” mi spiega. Non è la sola ad indossare quei colori. C’è chi quella bandiera la porta come scialle, chi ha indossato una collana azzurra e gialla, chi ha invece una maglietta sempre azzurre con scritte gialle in ucraino.

Il rabbino sale sul pulpito di marmo bianco per recitare il salmo 45, ma prima di cominciare precisa: “Mia moglie è ebrea ucraina. I miei nipoti vivono lì”. La liturgia prosegue per un’ora intervallata da testimonianze, preghiere, commozione. Molte donne indossano il vestito tipico. Qualcuna confessa che sono stati i bisnonni i primi a toccare il suo americano, ma loro parlano ucraino e non hanno dimenticato nessuna tradizione.

Si prega per la pace, per le vittime, i rifugiati, i governanti.

Ci si avvicenda al microfono con varie invocazioni, fino a quando l’arcivescovo Skurla dell’eparchia bizantino-cattolica di Pittsburgh mette tutti davanti alla cruda verità: “Se non vinciamo che Dio ci dia la forza per affrontare un’altra persecuzione”.

Anna, oltre alla preghiera ha scelto la protesta. Era tra la folla numerosa di Liberty Park – il parco della libertà, che qualche giorno fa chiedeva la pace per la sua terra. Si sono radunati in oltre 500, con bandiere e striscioni gialli e blu. Le parole più ricorrenti erano “Stop alla guerra”, “Pace in Ucraina”, “Preghiamo per l’Ucraina”. Pochissimi i cartelli contro Putin. Darina spiega le ragioni: “Noi non siamo contro, noi siamo per. Siamo per la pace, la libertà di esprimerci, la libertà di professare anche la nostra fede. Siamo un popolo per”. Qualche russo si è unito alla protesta. Molti di loro sono fortemente contrari alla decisione di Putin e ora temono ritorsioni su di loro, che in America sono il volto russo di una guerra sanguinaria. Eppure in questo parco prevalgono icone di santi e stendardi con la Madonna e con altri protettori celesti. Gli ucraini non riescono a vedere la protesta qualcosa scissa dalla loro fede. Cantano l’inno e abbracciano l’icona di sant’Andrea. Con i loro cellulari creano un ponte con Kiev, Kharkiv e Leopoli. Mostrano ai parenti e agli amici che gli Usa non li hanno dimenticati, che tutto il mondo è con loro. Potranno chiudersi i canali di comunicazione ufficiali, promettere arresti e condanne a chi diffonde notizie false, ma un telefonino ti porta la guerra in questa piazza, con volti e lacrime e singhiozzi. Non ci sono analisi politiche che tengano di fronte alla tragedia. Nicolas è chiaro: “La proposta di adesione alla Nato è solo l’ennesima scusa. Quando venne attaccata la Crimea e il Donbass non c’erano discorsi sulla Nato all’orizzonte, ma Putin ci attaccò e anche in futuro troverà sempre scuse per attaccarci se non lo fermiamo”. Scende un’altra notte su Pittsburgh e il pensiero va a cosa sta vivendo l’Ucraina, se il sorgere del sole, li vedrà sconfitti o ancora resistenti. Padre Ihor non va a letto se non sa che la sua mamma si è svegliata viva. Attende le sette ore di fuso orario per sentirla ancora una volta e sapere che la sua gente non si è arresa, nonostante le bombe, nonostante il sangue.

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