Quattro nuovi martiri per la Chiesa salvadoregna. Mons. Escobar: “Il male non ha avuto l’ultima parola”

Due sacerdoti e religiosi, uno gesuita e l’altro francescano. E poi due laici, uno anziano e uno giovane. Sono i quattro martiri dell’El Salvador che vengono beatificati oggi, sabato 22 gennaio, alle 17 (ora locale), nella piazza del Divino Salvatore del mondo della capitale. Il card. Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador, presiederà la cerimonia in rappresentanza di Papa Francesco, insieme a 25 vescovi e 600 sacerdoti. Tra i concelebranti anche il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Corrado Pizziolo, che guida una delegazione proveniente dalla terra natale di padre Spessotto

Foto Arcidiocesi El Salvador

Quando mons. Arnulfo Romero venne ucciso a San Salvador, il 14 marzo 1980, padre Cosma Spessotto, allora cinquantasettenne, da 27 anni in El Salvador, che non conosceva personalmente l’arcivescovo ma lo ascoltava sempre per radio, commentò: “Questa è la conseguenza dell’abbandono al Signore e della sua sequela”. Già da un po’, questo umile francescano originario di Mansuè (provincia di Treviso e diocesi di Vittorio Veneto), che aveva tirato su praticamente dal nulla, con la sua praticità veneta, piantandoci pure un vigneto, la parrocchia di San Juan de Nonualco, aveva iniziato a presentire che pur a lui sarebbe potuta toccare una simile sorte. Esattamente tre mesi dopo, veniva ucciso nella chiesa di san Juan, che egli stesso aveva edificato.

Poco più di tre anni prima, il 12 marzo 1977, una settimana dopo l’ingresso di mons. Romero come arcivescovo a San Salvador, a cadere sotto i colpi degli “squadroni della morte” era stato il gesuita Rutilio Grande, una figura tra le più significative e profetiche della Chiesa salvadoregna e di tutta l’America Latina, amico di mons. Romero. Con lui due collaboratori laici che lo accompagnavano, Manuel Solórzano e Nelson Rutilio Lemus.

Sono i quattro martiri dell’El Salvador che vengono beatificati sabato 22 gennaio alle 17 (ora locale), nella piazza del Divino Salvatore del mondo della capitale. Il card. Gregorio Rosa Chávez, vescovo ausiliare di San Salvador, presiederà la cerimonia in rappresentanza di Papa Francesco, insieme a 25 vescovi e 600 sacerdoti. Tra i concelebranti anche il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Corrado Pizziolo, che guida una delegazione proveniente dalla terra natale di padre Spessotto.

Due sacerdoti e religiosi, uno gesuita e l’altro francescano. Uno conosciuto, a lungo direttore del Seminario della capitale e vulcanico nei suoi progetti di promozione dei campesinos, nella parrocchia di Aguilares, dove era parroco al momento della morte. E uno invece, rimasto a lungo nell’anonimato, ma ricordato e amato nella sua comunità. E poi due laici, un anziano e un giovane. All’arcivescovo santo, si aggiunge una varietà di vocazioni e situazioni, sfociate anch’esse nel martirio. Un martirio “di popolo”, “diffuso”, è sottolineato dall’arcivescovo di San Salvador e presidente della Conferenza episcopale salvadoregna, mons. José Luis Escobar Alas, in questa intervista rilasciata al Sir.

Dopo Romero, altri 4 martiri della Chiesa salvadoregna. Possiamo dire che essa sta assumendo sempre più un volto “martiriale”?
Sì, abbiamo la gioia indescrivibile di vivere, dopo la canonizzazione di mons. Romero, la beatificazione di altri quattro martiri. Entrambi i fatti danno alla Chiesa dell’El Salvador il volto di una Chiesa martire. Tuttavia, non possiamo dimenticare che dietro di loro abbiamo una lunga lista di testimoni della fede o martiri “in senso popolare” come li definì l’arcivescovo Romero nella sua omelia del 23 settembre 1979, che in parte vorrei citare direttamente. Disse Romero: “Non posso dire che i nostri sacerdoti assassinati siano martiri già canonizzati. Ma sono martiri in senso popolare, sono uomini che hanno predicato una vera e propria incardinazione con la povertà, sono veri uomini che si sono spinti fino ai pericolosi limiti dove arriva la minaccia l’Ugb (Unión guerrera blanca, il gruppo di ultradestra degli ‘squadroni della morte’, ndr), dove qualcuno può essere individuato e si finisce per ucciderlo come hanno ucciso Cristo. Questi sono quelli che chiamo veramente giusti”. Attualmente, sono in corso investigazioni su altri 17 sacerdoti, 7 laici che hanno accompagnato alcuni di loro, quattro suore e catechisti, le cui testimonianze di fede sono ancora oggetto di indagine.

Si può dunque dire che il numero dei martiri salvadoregni è di molto maggiore?
Ricordo che, nel 1997, Papa Giovanni Paolo II ci invitò, al numero 37 della sua Lettera apostolica Tertio millennio adveniente, a raccogliere la memoria di nuovi martiri. Il 9, il 10 e l’11 luglio dello stesso anno, la Conferenza episcopale ha nominato la Commissione incaricata di redigere detto elenco. L’elenco è stato consegnato e presentato nell’anno 2000 (Anno giubilare). Vi si leggevano in totale 53 nomi, a partire dall’arcivescovo Romero. Il tempo è passato e nella nostra Chiesa ci sono persone che continuano a indagare sull’esistenza di altri martiri e, di conseguenza, si preoccupano di raccogliere le testimonianze che le parrocchie conservano nella loro memoria storica al riguardo, poiché, come ha sottolineato Giovanni Paolo II, nel nostro secolo i martiri sono diventati spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio. Dobbiamo chiarire che l’ignoranza, nel nostro caso, è dovuta all’estrema violenza, repressione e oppressione che non hanno permesso a nessuno di raccogliere le loro testimonianze. Chiunque vedesse qualcosa su questi omicidi, subiva la stessa sorte. Queste persone morirono sotto un’ondata di violenza repressiva, quasi selvaggia, impossibile da descrivere completamente. La repressione e la persecuzione contro la Chiesa costrinsero molti a seppellire le loro Bibbie; il Santissimo fu più volte oggetto di atti sacrileghi; i nostri templi bombardati, mitragliati; le immagini sacre, rubate; il Seminario e la radio arcidiocesana Ysax furono anch’essi bombardati. Come diceva padre Rutilio quasi un mese prima di essere assassinato, essere cristiano in questo Paese era un crimine e “il mero annuncio del Vangelo” era “sovversivo”.

Si parla molto della vicinanza tra padre Grande e l’arcivescovo Romero. Cosa hanno in comune questi due martiri?
Hanno molto in comune, non solo spiritualmente ma anche in altri ambiti, come quello personale e familiare. Entrambi sono nati in paesi lontani dal caos e dalla frenesia della capitale; padre Rutilio a El Paisnal e mons. Romero a Ciudad Barrios. Entrambi mostrano un’inclinazione alla vocazione sacerdotale sin dalla più tenera età. Entrambi, nel loro ministero sacerdotale, si sono dati completamente a Dio e al servizio della Chiesa e del Regno. A partire dalla morte di padre Rutilio, avvenuta il 12 marzo 1977, si può parlare di una comune pastorale profetica, articolata in diversi punti: l’opzione per i poveri; l’annuncio della Buona novella con preferenza ai poveri; l’invito alle persone a prendere in mano la storia per trasformarla a partire dal Vangelo e dai suoi valori di amore, giustizia, libertà dei figli di Dio, pace, perdono, fraternità, rispetto dei diritti fondamentali della persona; oltre che dal Vangelo, entrambi sono stati forgiati dal Concilio Vaticano II, dal magistero pontificio e dall’America Latina; denunciavano l’oppressione, la repressione, la tortura contro il popolo, la violazione dei diritti fondamentali dell’essere umano; pretesero il rispetto delle leggi divine e umane; chiedevano la conversione di tutti, sia dei ricchi che dei poveri; conoscevano la realtà dei poveri, perché entrambi mantenevano un rapporto molto stretto con contadini, lavoratori, impiegati, tra gli altri gruppi vittime dei proprietari del potere nel paese; denunciavano il militarismo, la dittatura militare e la corruzione elettorale;

erano veri pastori del popolo di Dio.

Vale la pena di sottolineare che entrambi i delitti restano impuniti. Ancora, padre Rutilio ha accolto l’arcivescovo Romero quando è venuto a vivere nel seminario di San José de la Montaña dopo essere stato nominato segretario della Conferenza episcopale. Infine, fu padre Rutilio a organizzare la consacrazione episcopale dell’arcivescovo Romero, tenutasi il 21 giugno 1970. Era il cerimoniere, come si può vedere in una fotografia storica che padre Rutilio conservava come un tesoro.

Meno nota è la figura di padre Cosma Spessotto. Perché il suo esempio è importante?
La testimonianza di padre Cosma Spessotto è più attuale e importante di quanto sembri. A un’umanità sempre più secolarizzata, più aderente ai piaceri di questo mondo, a un’umanità che relativizza tutto e si fa proprietaria della verità, questo martirio ricorda che “solo una cosa è importante, Dio”, e padre Cosma, come Maria di Betania, ha scelto la parte migliore. Padre Cosma ci sfida tutti: oggi più che mai la missione è necessaria. L’umanità ha sete di Dio, sebbene non lo sappia, allucinata com’è dai piaceri e dalle comodità di questo mondo, non ha compreso il vuoto esistenziale che l’assenza di Dio provoca in essa. Per questo servono i missionari. Il nostro Paese ha bisogno di tanti, per aiutare le persone così colpite dalla violenza, dall’odio, dal risentimento, dallo sfruttamento lavorativo e da altri mali, che saranno vinti solo da Dio, con Dio e per Dio, quando abiterà nel cuore di tutti.

Quale messaggio arriva oggi alla Chiesa e al popolo salvadoregno? Quali sono le sue speranze?
Credo che il messaggio che giunge alla Chiesa e al popolo salvadoregno possa essere tratto dal Testamento di padre Cosma: egli ci invita ad essere buoni soldati di Cristo; ciò significa che tutta la Chiesa e il popolo salvadoregno devono camminare alla sequela di Cristo. Sappiamo che le speranze del popolo salvadoregno sono di raggiungere la pace che non hanno mai conosciuto. Nel migliore dei casi ha conosciuto la “pax romana”, che consiste in una pace mantenuta dall’applicazione della coercizione e della paura che paralizza tutto. Ma questo popolo si aspetta la vera pace, la fraternità, la libertà dei figli e delle figlie di Dio, l’amore, la riconciliazione, il perdono. La beatificazione, dunque, di questi martiri è anche un invito a trovare la via la realizzazione di quelle speranze. Il martirio di questi uomini ci dice che gli assassini e il male non hanno avuto l’ultima parola. Da qui l’urgenza che il popolo salvadoregno viva radicalmente il Vangelo di Cristo: trasformerà il Paese dalle radici.

*giornalista de “La vita del popolo”

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