Quando la storia presenta il conto

Ci sono dei frangenti in cui la Storia sembra drammaticamente presentare il conto. E’ quanto sta avvenendo in questi giorni in Afghanistan. La caduta di quel che rimaneva dell’esercito regolare afghano, l’entrata a Kabul delle milizie talebane, la fuga rovinosa del personale civile e militare degli Stati Uniti e degli Europei (tra cui anche molti italiani), la disperazione e la ricerca di una via di salvezza di molte donne e uomini afghani che avevano sperato nell’azione dell’Occidente sono il tragico esito di una lunga serie di errori politici, strategici, militari e umanitari di Washington e degli alleati della Nato.

(Foto: AFP/SIR)

Ci sono dei frangenti in cui la Storia sembra drammaticamente presentare il conto. E’ quanto sta avvenendo in questi giorni in Afghanistan. La caduta di quel che rimaneva dell’esercito regolare afghano, l’entrata a Kabul delle milizie talebane, la fuga rovinosa del personale civile e militare degli Stati Uniti e degli Europei (tra cui anche molti italiani), la disperazione e la ricerca di una via di salvezza di molte donne e uomini afghani che avevano sperato nell’azione dell’Occidente sono il tragico esito di una lunga serie di errori politici, strategici, militari e umanitari di Washington e degli alleati della Nato.
Tutto era iniziato all’indomani dell’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle a New York quando l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush decise l’avvio dell’Operazione denominata Enduring Freedom come principale risposta nella guerra al terrorismo internazionale. Scopo principale doveva essere distruggere al-Qaida ed eliminare Osama Bin Laden.
Dopo 20 anni in questo Paese gli Usa hanno deciso che il costo (in termine di vite umane e di denaro) era diventato insostenibile. Sono, infatti, più di 2.300 i miliardi spesi da Washington (senza includere le spese per l’esercito afgano), più di 2.300 i soldati uccisi e quasi 20mila quelli feriti, in un conflitto che conta un totale di morti superiore ai 241mila. Tra gli alleati l’Italia ha speso per questo conflitto circa 10 miliardi di dollari, mentre il Regno Unito 30 miliardi, 19 miliardi la Germania. Il tributo italiano in vite umane è stato di 54 morti.
Ci vorrà tempo per capire la catena di errori che ha portato a questo disastro. Quello che è certo è il risultato finale che può riassumersi icasticamente in una recente dichiarazione di Gino Strada, fondatore di Emergency e strenuo pacifista morto, all’età di 73 anni, il 13 agosto scorso: “Non si è speso per ricostruire un Paese, ma per continuare una guerra. A che cosa è servito? Zero”.
Il ritiro dell’esercito a stelle e strisce era, peraltro, già stato scritto dopo l’Accordo di Doha del febbraio 2020 tra i talebani e gli Usa e firmato dall’allora presidente Donald Trump. Il problema è stato il modo assolutamente fallimentare com’è avvenuto e la gestione solitaria delle operazioni senza il minimo coinvolgimento degli alleati. Inoltre la scelta confermata dal presidente Biden ha significato l’abbandono totale della popolazione afgana che vede crollare quello in cui ha sperato in questi decenni.
La crisi internazionale che si è venuta concretizzando con l’entrata a Kabul dei talebani pone sul tavolo alcune questioni fondamentali: la ridefinizione del ruolo che gli Usa vogliono giocare a livello globale chiede un’Europa, certo alleata, ma autorevole e in grado di esprimere finalmente una propria politica estera e di difesa. I problemi che il disordinato rompete le righe afghano ha svelato, piaccia o no, chiedono il coinvolgimento anche di Paesi quali Cina e Russia, come peraltro, spinge a fare il premier Draghi con la convocazione di un G20 urgente. Il popolo afghano poi non può essere abbandonato, a cominciare dai profughi che stanno arrivando anche nel nostro Paese e che rischiano di rappresentare un tema strumentalizzabile per altri fini politici interni. C’è inoltre da chiedersi se la democrazia si possa davvero esportare o piuttosto se le relazioni internazionali non debbano essere ripensate in termini di maggior rispetto e di progressiva (sia pur lenta) condivisione di valori comuni, magari rafforzando le istituzioni internazionali a partire dall’Onu. Infine resta la domanda più drammatica: cosa sarà della popolazione afghana? Con l’auspicio che l’interrogativo risuoni anche nelle stanze (e nelle coscienze) dei Potenti.

(*) direttore “La Voce dei Berici” (Vicenza)

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