Nato per uccidere l’alfabeto straniero

Il terrore compie in questi giorni di fine luglio dodici anni, ma pochi alle nostre latitudini lo ricordano. Un episodio sopravvive forse nella memoria tra i tanti sentiti e scivolati via: il rapimento di quasi trecento studentesse (276) avvenuto la notte tra il 14 e 15 aprile 2014 a Chibok, nel Borno a nord della Nigeria. Un episodio che scandalizzò il mondo e per il quale si spesero anche Michelle e Barak Obama, pur di rompere il silenzio caduto per anni sulle sorti delle giovani finite nelle mani insanguinate di Boko Haram.

Il terrore compie in questi giorni di fine luglio dodici anni, ma pochi alle nostre latitudini lo ricordano. Un episodio sopravvive forse nella memoria tra i tanti sentiti e scivolati via: il rapimento di quasi trecento studentesse (276) avvenuto la notte tra il 14 e 15 aprile 2014 a Chibok, nel Borno a nord della Nigeria. Un episodio che scandalizzò il mondo e per il quale si spesero anche Michelle e Barak Obama, pur di rompere il silenzio caduto per anni sulle sorti delle giovani finite nelle mani insanguinate di Boko Haram.
Questa organizzazione, che nel 2015 ha giurato fedeltà allo Stato islamico, è nata dagli episodi sanguinosi avvenuti in Nigeria tra 26 e 27 luglio del 2009, nei quali furono uccise settecento persone. Primo atto di una lunga catena di violenze e rapimenti che non ha ancora fine. Anzi, secondo l’ultimo rapporto Onu per lo sviluppo (Undp), i terroristi islamici di Boko Haram sono responsabili nel solo 2020 della morte di 324 mila bambini per malattia e fame, il 90 per cento dei quali di età inferiore ai cinque anni. Un bilancio dieci volte più pesante delle 35 mila vittime degli scontri armati diretti denunciate a gennaio 2021 dallo stesso stato nigeriano. Una situazione di terrore diffuso dal quale sono in fuga milioni di persone (13 milioni solo dal Borno a nordest della Nigeria, ma altri svariati milioni dal Lago Ciad e dal Niger).
Solo venti giorni fa, il 5 luglio, a Kaduna, sempre in Nigeria, sono stati rapiti 160 studenti: è il quarto di una serie di assalti che hanno causato il rapimento di oltre mille studenti, nove uccisi, 200 ancora nelle mani dei rapitori, compresi alcuni bambini con meno d tre anni.
Naturale chiedersi da dove scaturisca tanta violenza e perché si scagli contro ragazze e ragazzi.
La chiave sta nel nome: la locuzione Boko Haram in lingua hausa (lingua afro asiatica parlata in vari stati attorno alla Nigeria) significa letteralmente “l’istruzione occidentale è finita”. In lingua hausa “Boko” vuol dire proprio “alfabeto”.
Tutto è nato quindi da un movimento contrario alla occidentalizzazione dell’Africa. Ma l’alternativa fin qui emersa è solo quella delle armi, della guerra e di tutte le sue tremendissime figlie: violenze, stupri, razzie, rapimenti, riduzione in schiavitù, terrore e morte.
Ne sono testimoni alcune delle ragazze che hanno fatto ritorno dal citato rapimento del 2014, le ultime proprio a gennaio 2021, sette anni dopo. A lungo non si sono avute loro notizie e solo dopo importanti campagne internazionali 21 di esse sono state rilasciate nel 2016 (grazie ad uno scambio con prigionieri nigeriani e il pagamento di un riscatto), altre 82 nel 2017. Nei primi giorni di quest’anno, nel corso di un’operazione dell’esercito nigeriano contro uno dei gruppi di Boko Haram, alcune ragazze sono riuscite a scappare delle oltre cento che ancora si trovano nelle mani dei guerriglieri.
Naomi Adam è una di esse: rapita a 15 anni è riuscita a tenere un diario. Ha raccontato che le ragazze furono portate nella foresta e subito divise tra cristiane e musulmane. Le cristiane che hanno accettato di convertirsi all’islam e le musulmane sono state costrette a diventare mogli dei miliziani (le donne sono ancora un premio di guerra), le cristiane che non hanno accettato di convertirsi sono state ridotte in schiavitù, fatte dormire all’aperto, usate per i lavori più duri – cucinare per i guerriglieri, curare i feriti – e passate di continuo da campo a campo e da banda a banda per disperderne le tracce.
Quel rapimento non è stato un caso isolato, anzi si è fatto metodo di terrore. E se le adolescenti diventano il premio dei soldati, le bambine vengono usate per gli attacchi “suicidi” in Nigeria e paesi limitrofi. Un allarme che l’Unicef aveva lanciato già nel 2017: 27 attacchi con “suicidi” infantili nei soli primi tre mesi di quell’anno in Nigeria, Niger, Camerun e Ciad; 36 nel 2016 e 56 nel 2015.
Problema nel problema è poi quello dei bambini e bambine rapite da Boko Haram: quelli che riescono a fuggire cercano di tornare nei propri villaggi ma non vengono più accolti perché ritenuti impuri e soprattutto per la paura che riprenderli scateni ritorsioni, razzie e altri rapimenti nei villaggi stessi.
Così a tragedia si unisce tragedia. E una bandiera nata contro l’alfabeto bianco è diventata una sciagura fratricida, acuitasi dopo l’affiliazione allo Stato islamico che, se in Iraq e Siria pare perdere quota, va invece dilagando in molte zone dell’Africa sub-sahariana, in Sahel, in Mozambico e nel Corno d’Africa.

(*) direttrice de “Il Popolo” (Pordenone)

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