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Nepal: sei anni dopo il terremoto il miracolo di Bogdaun, “da periferia a faro di luce”

Il 25 aprile 2015 il terremoto del Nepal che distrusse circa 900mila case e fece più di 10mila vittime. Sei anni dopo, Bodgaun, uno dei villaggi più poveri del Paese, abitato dal popolo indigeno dei Majhi, sta risorgendo grazie alle iniziative di Alberto Luzzi, fondatore dell’associazione “Jay Nepal” (Risorgi Nepal). Imprenditore di successo, amante dei viaggi, dello sci e delle scalate, Alberto trasforma la sua vita per aiutare il Nepal dopo il sisma. "Ho cercato di aiutare il Nepal con lo stesso spirito con cui si aiuta un amico che si trova nel bisogno". Nasce così il miracolo Bodgaun

Nepal, Bodgaun

Bodgaun, è uno dei villaggi più poveri del Nepal. Situato nel distretto di Sindhupalchok, alle pendici dei monti del Nepal centrale, a 70 km dalla capitale Katmandu, è stato uno dei centri più colpiti dal terremoto del 25 aprile del 2015 che, tra Nepal, India, Cina, Bangladesh e Pakistan, distrusse circa 900mila case e fece più di diecimila vittime. Il villaggio è abitato da un popolo indigeno, che ha radici antiche e storia anche recente di emarginazione e persecuzione, perché considerato una delle caste più basse del Nepal, i “Majhi”.

Sei anni dopo… Sei anni dopo il sisma la storia di Bodgaun è quella di un villaggio che rinasce grazie all’opera di uomini e donne che hanno portato i primi soccorsi e che hanno unito le loro forze a quelle degli stessi abitanti del posto, che così da vittime sono diventati “attori protagonisti”, i veri artefici di questa rinascita che ha il sapore di un miracolo.

Alberto Luzzi

“Siamo andati al villaggio di Bodgaun per cambiare e siamo tornati cambiati” racconta al Sir Alberto Luzzi, fondatore dell’associazione “Jay Nepal” che, in verità, nel villaggio c’è rimasto. La storia di Alberto è legata a doppio filo al Nepal e al piccolo centro dove porta avanti le sue iniziative. Imprenditore di successo, titolare di un marchio internazionale di gioielli, amante dei viaggi, dello sci e delle scalate, Alberto trasforma la sua vita per aiutare il Nepal devastato dal terremoto. “Ho cercato di aiutare il Nepal con lo stesso spirito con cui si aiuta un amico che si trova nel bisogno – dice Alberto –. Grazie ad amici e conoscenti sono riuscito a radunare tanti volontari, di ogni provenienza, e abbiamo cominciato a mettere in sicurezza le zone più colpite dal sisma, demolendo ‘a mano’ le strutture pericolanti.

Da periferia a faro. È stato in mezzo alle macerie che è nata l’associazione “Jay Nepal”. Così facendo sono passato dalle pietre preziose e dalle scalate alle macerie”. Un lavoro continuo che, aggiunge, “ha coinvolto in primis gli stessi terremotati che da vittime del sisma sono diventati protagonisti della ricostruzione e della rinascita”. Oggi il 90% dei volontari di “Jay Nepal” è formato da giovani nepalesi. Eppure l’impatto con gli abitanti Majhi di Bodgaun non era stato dei più promettenti: “alcuni nostri volontari erano andati fuori Kathmandu a portare aiuti a seguito del secondo terremoto del 10 maggio 2015, quando furono bloccati sulla strada da un gruppo di persone che chiedeva con forza e insistenza da bere e da mangiare. Abbiamo scoperto in quel momento l’esistenza di quel piccolo villaggio di circa 2000 anime, tra cui moltissimi bambini, raso al suolo dal sisma, cui nessuno aveva portato alcun soccorso… lasciando gli abitanti in balia delle continue scosse di assestamento. In pochi giorni siamo tornati nel villaggio con oltre 200 volontari iniziando un lavoro che oggi, dopo sei anni, non è ancora finito.

“Siamo andati al villaggio di Bodgaun per cambiare e siamo tornati cambiati”

ripete, quasi come un mantra, Alberto che rivela: “una delle prime cose che abbiamo fatto appena arrivati è stato riparare due chilometri di tubatura che consentono agli abitanti di avere una piccola fonte d’acqua sotto il villaggio, dove si recano per riempire le brocche d’acqua e riportarle, dopo grandi file e grandi fatiche, nelle loro piccolissime abitazioni che il più delle volte consistono in una sola stanza, senza cucina e senza bagno, in cui vive tutta la famiglia. La prima richiesta degli abitanti di questo posto così povero ci sorprese per l’umiltà: ci chiesero di portare delle zanzariere, quantomai necessarie per chi avendo perso casa era costretto a dormire all’aperto in una zona piena d’insetti. Portammo il materiale e coinvolgemmo delle donne di Kathmandu per insegnare loro come cucire queste zanzariere e fu così che, da una piccola cosa, nacque un’intuizione che oggi è diventata un metodo.

Insegnare e coinvolgere: è stato questo il nostro metodo di lavoro sulla scorta del detto: ‘Dai un pesce ad un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per sempre’”.

Così giorno dopo giorno Bodgaun, da periferia estrema del Nepal, scarto del mondo, dimenticato e abbandonato a se stesso, si è trasformato in “un luogo di sviluppo” dove la gente inizia a riconquistare la propria dignità umana e ad ispirare anche gli altri villaggi della zona. Bodgaun, da posto desolato, abitato dagli ultimi degli ultimi, sta diventando il faro che guida la rinascita di tutta l’area.

Sei anni di progetti. In sei anni – spiega Luzzi – abbiamo costruito il primo centro medico del distretto, che offre servizi ad una zona di circa 12.000 persone, attrezzato con pronto soccorso, medicina generale, reparto maternità, radiologia, laboratorio analisi e tutto ciò che è necessario per promuovere salute. A seguire abbiamo costruito per i giovani il primo centro sportivo della zona, dotandolo di un’area ricreativa con una caffetteria e una sala cinematografica, uno spazio teatrale e campi di calcio e di pallavolo. Abbiamo messo in piedi una squadra di calcio, corsi di sartoria per le donne, un programma agricolo insieme ad una delle più grandi università del Nepal, per aiutare i contadini a coltivare in modo più sano ed efficace. Queste iniziative hanno l’obiettivo di produrre reddito per la popolazione, necessario per una vita sana e per sostenere tutti i progetti di comunità. Oggi stiamo realizzando il primo acquedotto che finalmente porterà acqua potabile in tutte e 400 le abitazioni del villaggio e anche l’acqua per irrigare i campi. Progetti resi possibili grazie a tanto sacrificio e all’aiuto di tanti amici e benefattori, come “Caritas Italiana”, la Ong “Senza Confini”, il Centro Missionario di Roma ed altri.

Dopo il terremoto, il Covid-19. In questi mesi di pandemia da Covid-19 il Centro Medico è diventato luogo di contenimento e di terapia di questa malattia così funesta, dotandosi di un centro Covid con 8 posti letto per i casi più gravi e operando all’esterno con dei team che eseguono tamponi a casa, avviando la terapia domiciliare per decine di positivi nella zona.

“Abbiamo vinto la sfida contro il terremoto – dice Alberto – vinceremo anche il Covid. I nepalesi hanno un cuore grande. Questo è il momento di restare uniti”.

Particolarmente utile si sta rivelando anche l’accordo firmato a giugno 2019 tra l’università di Medicina e Chirurgia di Tor Vergata (Roma) e Jay Nepal Onlus per promuovere la cooperazione culturale e scientifica attraverso lo scambio di esperienze di studenti post-laurea, insegnanti e ricercatori, con l’obiettivo ultimo di avviare progetti di ricerca sulla medicina rurale. Recentemente è stata lanciata una campagna fondi per dotare il Centro Medico di una jeep-ambulanza, perché afferma Alberto, “i minuti, in caso di emergenza, possono fare la differenza fra la vita e la morte” oggi ci muoviamo con le moto per le chiamate d’urgenza, ma è pericolosissimo e non siamo in grado di trasportare casi gravi.

In rampa di lancio. Superato il Covid, in rampa di lancio già ci sono, un asilo per 80 bambini, la nascita di una scuola di ballo, di una compagnia di teatro, di un gruppo scout e di un ‘hub’ informatico: tutti progetti che, affiancati alla scuola, serviranno a migliorare l’offerta educativa della zona e combattere con tutti i mezzi l’analfabetismo ancora così forte in quest’area. Dopo sei anni per Alberto non è ancora giunto il tempo di lasciare Bodgaun: “lo farò quando la gente di qui vedrà rimarginate le ferite provocate dalla povertà estrema e dall’emarginazione in cui è stata relegata per decenni e dal terremoto, che ha ulteriormente mortificato delle condizioni di vita già precarie e inaccettabili per la dignità umana. Sì, questa comunità è la mia famiglia.  Mi accompagnano sempre le esortazioni di Papa Francesco a servire i poveri. Se vuoi lavorare con i poveri devi stare in mezzo a loro”.

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