Stati Uniti. Gramaglia (Iai): “Biden non chiederà la rimozione di Trump se vuole ricomporre la spaccatura”

La strada è quella dell’unità. Il punto di partenza il Campidoglio. Dallo stesso luogo dove si è consumato l’assalto, costato la vita a cinque persone, prenderà il via il mandato di Joe Biden il prossimo 20 gennaio. Per tutta la campagna elettorale il presidente eletto ha battuto il tasto della ricomposizione di un Paese fortemente polarizzato, segnato da quattro anni che hanno reso drammatiche le differenze sociali. Per questo è improbabile, nonostante le spinte dei democratici, che Biden voglia perseguire la strada dell’impeachment del presidente uscente Donald Trump

(Foto: ANSA/SIR)

La strada è quella dell’unità. Il punto di partenza il Campidoglio. Dallo stesso luogo dove si è consumato l’assalto, costato la vita a cinque persone, prenderà il via il mandato di Joe Biden il prossimo 20 gennaio. Per tutta la campagna elettorale il presidente eletto ha battuto il tasto della ricomposizione di un Paese fortemente polarizzato, segnato da quattro anni che hanno reso drammatiche le differenze sociali. Per questo è improbabile, nonostante le spinte dei democratici, che Biden voglia perseguire la strada dell’impeachment del presidente uscente Donald Trump.

“La sfida di Biden sarà lavorare per ricomporre la spaccatura”,

commenta Giampiero Gramaglia, consigliere dell’Istituto affari internazionali, direttore della Scuola di giornalismo di Urbino e in passato corrispondente da Washington e direttore dell’agenzia Ansa. “Biden – continua – fa bene a non perseguire la strada dell’impeachment. Per istruirlo ci vogliono mesi perché è necessaria una messa d’accusa formale da trasferire alla Camera e poi al Senato per il processo”. Quindi anche se fosse tentata la richiesta sarebbe più una formalità perché è improbabile che l’iter avrebbe luogo visti i tempi strettissimi.

Altra cosa è la rimozione del presidente, prevista dal 25° emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti. “L’emendamento – spiega Gramaglia – è pensato per le emergenze e le circostanze straordinarie come un presidente che perde coscienza, che è ferito o rapito. Per attuarlo serve che il vicepresidente e tutto il governo siano d’accordo, una condizione al momento improbabile. In alternativa occorre che il Congresso lo approvi. Anche questo è improbabile”. Ad ogni modo, “Biden – afferma Gramaglia – non sarà mai favorevole a perseguire il processo di rimozione. Il presidente eletto ha l’obiettivo di ricomporre uno spirito unitario e ridurre le divisioni nella società. Non mi stupisce, anzi sarei stupito del contrario: se Biden dichiarasse di volersi appellare all’emendamento”.

Anche sul fronte dei repubblicani la situazione non è facile. “Se Pence – osserva – si schiera totalmente con Trump può dire addio alla candidatura nel 2024. Allo stesso modo non è candidabile e mette un dito nell’occhio a tutti i sostenitori del presidente se fa il paladino del 25° emendamento. Pence resta in pista se prende le distanze. Deve solo aspettare che passi la nottata”.

L’attacco al Congresso da parte dei fedelissimi del presidente rappresenta un fatto sconvolgente. Ma ci si è arrivati per gradi. “L’elezione di Trump – ricorda Gramaglia – è il segno di un’America divisa. Non che l’atteggiamento individualista, contestatore e libertario – segno dei sostenitori di Trump – sia qualcosa di estraneo alla tradizione americana ma non aveva mai prodotto un presidente prima. È un po’ come se in Francia eleggessero Marie Le Pen. Molti di quelli che credevano di trovare cose positive nell’elezione di Trump dicevano che il presidente sarebbe stato diverso dal candidato. Un presidente di quelle caratteristiche non ha lavorato per sanare le divisioni ma le ha esacerbate con il suo comportamento. C’era metà America che gli era favorevole e un’altra nettamente contraria”. Il magnate all’appuntamento alle urne ha comunque ricevuto una valanga di voti. “Questo è un elemento a mio giudizio di estrema preoccupazione. 74 milioni di voti sono una cifra record”.

A parte le ipotesi sulle mosse politiche, i fatti del giorno dell’Epifania lasciano in piedi alcune riflessioni. La prima è sull’autorevolezza degli Stati Uniti come nazione democratica agli occhi del mondo. “Trump – sottolinea Gramaglia – in politica estera lascia macerie. A Biden basterà essere quello che è: una persona che appare perbene, non un trascinatore di folle ma che ha credibilità”. Alcuni commentatori dipingono l’era Trump come un periodo di pace in cui il presidente ha ritirato militari dalle aree calde del Pianeta, non ha dichiarato nuove guerre e ha addirittura promosso un accordo in Medio Oriente. “Ha fatto fare le guerre per conto suo agli altri e comunque non è stato leale con gli alleati come i curdi in Siria. Gli accordi di Abramo sono positivi ma non nascono da un desiderio di pace bensì da un disegno anti-iraniano e di consolidamento saudita nella regione. La tolleranza di Trump nei confronti di criminali come il principe ereditario saudita urta con i principi di politica estera degli Stati Uniti”.

Altra considerazione è che all’indomani dell’assalto Wall street non abbia subito contraccolpi. “Dovremmo essere abituati alla insensibilità morale delle borse e alla relativa stupidità e incapacità di prevedere – riflette Gramaglia -. L’episodio si è svolto a borse chiuse. Indubbiamente il fatto segna una sconfitta delle velleità di rovesciare il risultato elettorale e apre una prospettiva di stabilità grazie all’insediamento di Biden su cui non ci sono più dubbi. Per questo la borsa quando ha aperto ha reagito in modo positivo, non ci sono incertezze”.

Infine, il ruolo di Twitter e Facebook nella vicenda. Sulle piattaforme Trump aveva aizzato i suoi spingendoli alla rivolta. Dopo l’attacco i due colossi informatici hanno sospeso gli account del presidente. Un segnale dei tempi “forte e in qualche misura preoccupante. Queste piattaforme si trincerano dietro la libertà di espressione per curare in realtà il loro interesse. Le piattaforme hanno lasciato che ci fosse condivisione dei messaggi di Trump. Loro – conclude – dicono per lasciare la libertà di espressione ma più semplicemente perché conveniva”.

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