Elezioni, trionfa Arce. La chiarezza del risultato aiuta la pacificazione

Luis Arce, ex ministro dell'Economia dell'ex presidente Evo Morales ha vinto le elezioni presidenziali in Bolivia. Una vittoria più ampia rispetto a sondaggi - Arce è accreditato del 53% dei voti - , che contemplavano la possibilità di un ballottaggio. Nelle sue prime parole, Arce ha lanciato un appello per un Governo di unità nazionale. La presidente uscente ad interim Jeanine Añez ha riconosciuto il risultato e rivolto un appello alla pacificazione. Le elezioni si sono svolte complessivamente in modo pacifico, ma in un clima di grande tensione. Importante il ruolo della Chiesa boliviana, che in questi mesi ha coordinato un’azione di monitoraggio assieme all’Onu e all’Unione europea

Il primo a dare la notizia, gongolante, mentre in patria la prudenza la faceva ancora da padrona, è stato dall’esilio argentino l’ex presidente Evo Morales. La sua gioia era ben giustificata. Il suo ex ministro dell’Economia, Luis Arce ha vinto “senza se e senza ma”, secondo il conteggio rapido, diffuso nella tarda notte boliviana, le elezioni presidenziali in Bolivia.

Arce è accreditato del 53% dei voti, mentre il suo contendente di centrodestra moderato, Carlos Mesa, è al 30,8%, e Luis Camacho, populista di destra, è al 14,1%. Arce trionfa in 6 dipartimenti su 9, ed è oltre il 60% a La Paz, Oruro e Cochabamba. Una vittoria più ampia rispetto a sondaggi, che contemplavano la possibilità di un ballottaggio. Nelle sue prime parole, Arce ha lanciato un appello per un Governo di unità nazionale. La presidente uscente ad interim Jeanine Añez ha riconosciuto il risultato e rivolto un appello alla pacificazione.

“Lo so che in Bolivia abbiamo una tradizione di caudillos, pur di vari orientamenti politici. Certamente, però, Arce non è un populista è molto diverso da Evo Morales. Dall’altra parte, anche Mesa è una figura istituzionale, moderata. Piuttosto, il terzo arrivato, Camacho, ha atteggiamenti da caudillo”, spiega al Sir Juan Carlos Nuñez, direttore della fondazione Jubileo, emanazione della Chiesa boliviana.

Juan Carlos Nuñez

Una giornata pacifica. Le elezioni si sono svolte complessivamente in modo pacifico, ma in un clima di grande tensione. Numerosi gli osservatori internazionali, ma non sono mancate polemiche, come quelle seguite all’arresto del deputato argentino Federico Fagioli, anch’egli in Bolivia come osservatore. Il Tribunale elettorale, completamente rinnovato rispetto al 2019, ha inizialmente deciso di non diffondere i dati del “sorteggio rapido”, proprio per evitare il rincorrersi di notizie non ufficiali e definitive.

Importante il ruolo della Chiesa boliviana, che in questi mesi ha coordinato un’azione di monitoraggio assieme all’Onu e all’Unione europea. In tutte le chiese, ieri, si è pregato per la nazione e per la concordia. In tarda serata (ora boliviana) la Conferenza episcopale ha emesso una breve nota, esprimendo “felicitazioni al popolo boliviano per una giornata elettorale vissuta in pace e rispetto tra tutti, con alta partecipazione”. Secondo i vescovi “è stato un grande giorno, espressione della vocazione democratica del nostro popolo”.

Il risultato è senza dubbio importante, per la Bolivia e per tutto il continente. Ma ancora più importante il modo in cui esso si manifesterà: se, cioè, il Paese saprà dare un esempio di maturità democratica o se, a un anno di distanza dalla “cacciata” di Evo Morales, la forte polarizzazione darà vita a scontri, violenze e vendette.

Un anno fa sull’orlo della guerra civile. Nel 2019 i primi risultati avevano fatto intravedere il ballottaggio all’epoca tra Morales e Mesa. Poi, lo scrutinio, dopo un lungo blackout dei risultati, aveva invece rovesciato l’esito e dato la vittoria a Morales. Era stato l’inizio di settimane drammatiche: l’ondata di proteste contro il presidente, i sospetti di brogli confermati dall’Organizzazione degli Stati americani, la fuga all’estero di Morales, l’installazione della presidente ad interim Jeanine Añez per coprire il vuoto istituzionale, le accuse di golpe e le proteste, stavolta, dei sostenitori di Morales. Giorni di violenze e devastazioni, con diversi morti. Poi, piano piano, si era giunti a una ricomposizione e a un cammino condiviso verso le nuove elezioni, rinviate due volte a cause del Covid-19.

Certo, la chiarezza del risultato aiuta per molti aspetti la pacificazione. Nessuno potrà contestare ciò che è emerso dalla consultazione. Ma la libertà di Arce rispetto all’ingombrante predecessore, che potrebbe ora fare ritorno nel Paese, è un elemento d’incertezza.

Il ruolo della Chiesa. Sarà ancora importante il ruolo della Chiesa boliviana, che in queste settimane si è manifestato anche attraverso le iniziative messe in atto dalla fondazione Jubileo. Si tratta, come direttore Nuñez, di “un istituto di ricerca economica, politica e sociale, fondato dalla Ceb e da due diocesi tedesche, Hildesheim e Treviri, nel 2003, in seguito alle iniziative messe in atto per il Giubileo del 2000”. Per queste elezioni, la fondazione Jubileo non si è risparmiata: “Abbiamo monitorato continuamente l’opinione pubblica, attraverso sondaggi, focus group, interviste, in collaborazione con alcune università. Il nostro lavoro ha avuto molta credibilità, come del resto era accaduto lo scorso anno”. I sondaggi di Jubileo avevano in un primo tempo previsto la vittoria di Luis Arce al primo turno e poi, dopo il ritiro della presidente ad interim Jeanine Añez, avevano ipotizzato il ballottaggio tra il rappresentante del Mas e Carlos Mesa.

Nuñez individua alcune caratteristiche del consenso ai partiti: “E’ certamente emersa una notevole differenza tra il voto nelle zone rurali, in gran parte fedele al Mas, e urbane. Il 70% dei boliviani vive nelle città, le periferie si sono rivelate vicine ai socialisti, mentre nei centri urbani la situazione è più diversificata”. Indubbiamente, la forza del partito di Morales è apparsa evidente. Il direttore di Jubileo, nella sua analisi, fotografa una “scelta chiara della popolazione a favore della democrazia”, confermata dalla tradizionalmente alta affluenza al voto. Definisce “molto serio” l’attuale Tribunale elettorale. E propone un’agenda in quattro punti per il futuro del Paese, a partire dai monitoraggi dell’opinione pubblica boliviana: “Da una parte vanno rafforzare le Istituzioni di un Paese, che un anno fa sono praticamente sparite di un tratto. Poi c’è il tema dell’economia e della disoccupazione, aumentata con la pandemia. In terzo luogo, la pacificazione resta un’urgenza. Infine, il sistema di salute pubblica, che con la pandemia si è rivelato un disastro, così come quello educativo”.

Temi impegnativi, che potranno essere meglio affrontati da un Governo pienamente legittimato, se saprà governare con saggezza.

 

*giornalista “La vita del popolo”

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