Colombia. Ad un mese dalla morte del cooperante Mario Paciolla, la verità è ancora lontana

Il 15 luglio scorso a San Vicente del Caguán, nel sudest della Colombia, è stato trovato il corpo senza vita di Mario Paciolla, 33 anni, originario di Napoli, cooperante che lavorava per le Nazioni Unite. In un primo momento si era ipotizzato il suicidio, ma adesso sono in pochi a crederci. Sulla vicenda è calato il silenzio, ma sono tante le incongruenze e le possibili domande per ora senza risposta. Infatti, il luogo dove Mario Paciolla operava è una delle principali porte d’accesso all’Amazzonia, fin dagli anni ’60 roccaforte delle Farc. Una località “storica”, nella storia del conflitto colombiano

(Foto: ANSA/SIR)

È passato quasi un mese dal 15 luglio, giorno nel quale a San Vicente del Caguán, nel sudest della Colombia, è stato trovato il corpo senza vita di Mario Paciolla, 33 anni, originario di Napoli, cooperante che lavorava per le Nazioni Unite, con l’obiettivo era di contribuire positivamente alla delicatissima sfida del post-conflitto colombiano, sfida che si sta rivelando più ardua del previsto, a quasi quattro anni dall’accordo di pace tra Governo e Farc. Mario, secondo alcune testimonianze, aveva paura e attendeva con ansia il volo che lo avrebbe di lì a poco riportato in Italia. Sono in pochi a credere alla tesi del suicidio inizialmente fatta passare dalle autorità, legata al fatto che il cooperante sarebbe stato trovato con i polsi tagliati.

Silenzi e paura. Di certo, su questa vicenda è calato il silenzio in Colombia. A mezza voce, si assiste al rimpallo tra autorità colombiane e Nazioni Unite. Gran parte delle notizie che hanno finora permesso di fare qualche passo avanti nella ricerca della verità si devono alla giornalista d’inchiesta Claudia Duque, che conosceva personalmente Paciolla e che ha firmato una serie di articoli per il quotidiano “El Espectador”, uno dei più autorevoli del Paese. Da questi articoli si viene a sapere che quattro agenti della polizia militare sono finiti sotto inchiesta da parte delle autorità giudiziarie. Il motivo: avrebbero consentito ad alcune persone dell’Onu di prelevare degli oggetti personali della vittima, dopo il ritrovamento del suo corpo. La giornalista ha documentato la grande fretta con cui sono stati raccolti gli effetti personali di Paciolla e il fatto che l’appartamento dove viveva è stato pulito, liberato e messo subito in affitto. In tal modo, si legge nell’articolo, “solo due giorni dopo la morte si è persa qualunque possibilità fisica di ricostruire le circostanze nelle quali è morto l’italiano”. Inoltre, la Missione Onu ha ordinato agli altri cooperanti presenti a San Vicente di spostarsi a Florencia, capoluogo del Dipartimento del Caquetá.

(Foto: ANSA/SIR)

In Italia sale la mobilitazione, al fianco della famiglia di Mario Paciolla, con petizioni e raccolte di firme. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha affermato: “Il diritto della comunità è di sapere verità, lo dobbiamo a Mario e a tutti i nostri cooperanti che lavorano in giro per il mondo. Ai genitori dico: contate su me e noi per avere verità”.
Richieste di giustizia. In Colombia, uno dei pochi a esporsi è stato il presidente della Commissione per la Verità, il gesuita Francisco De Roux, che pochi giorni dopo la morte del cooperante ha dichiarato al Sir: “Esprimiamo solidarietà alla famiglia del cooperante italiano Mario Paciolla e chiediamo giustizia”.

Fare chiarezza. Ad auspicare che sia fatta luce sulla vicenda è anche mons. Francisco Javier Múnera Correa, missionario della Consolata, vescovo di San Vicente del Caguán da meno di un anno (da quando, cioè, è stata costituita la diocesi), dopo essere stato vicario apostolico dello stesso territorio fin dal 1998. “Conoscevo Mario – confida al Sir -. Ci avevo parlato varie volte, nelle sue analisi era molto acuto. Faceva parte dell’unità Onu di verifica sull’accordo di pace, con servizio a Miravalle, un villaggio a nord di San Vicente. La sua morte è stata molto dolorosa”. Prosegue il vescovo: “Sono venuti quelli delle Nazioni Unite, con il giudice di Florencia, hanno portato via tutto, hanno trasferito subito il corpo a Bogotá. E poi non abbiamo saputo più nulla, se non quello che abbiamo letto su alcuni giornali. Di conseguenza, non posso avanzare alcuna ipotesi, anche per rispetto nei confronti di Mario. Non abbiamo risposte, se non la sensazione che tutto sia stato gestito con grande riserbo. Credo sia giusto il desiderio di chiarezza espresso dall’opinione pubblica, specialmente in Italia. L’azione della società civile è importante e personalmente sono solidale,

Mario è nel cuore di molti.

È giusto che la Missione Onu risponda, che si faccia chiarezza. Le domande che si possono porre sono tante”.

Un territorio emblematico. Domande che dipendono anche dalla specificità della zona dove Mario Paciolla operava. Una delle principali porte d’accesso all’Amazzonia, fin dagli anni ’60 roccaforte delle Farc. Una località “storica”, nella storia del conflitto colombiano. Nel 1999 fu stabilita la Zona di distensione di San Vicente del Caguán, un’area smilitarizzata chiesta dalle Farc per dare inizio a colloqui di pace che franarono nel 2002, con l’arrivo di Álvaro Uribe alla presidenza. Qui, proprio nel 2002, fu rapita la politica franco-colombiana Ingrid Betancourt. E sempre qui le Farc hanno tenuto nel 2016 il proprio referendum interno per accettare l’accordo di pace. Nel frattempo, nel corso dei decenni, si diffondevano a macchia d’olio e ancora sono ben visibili le coltivazioni di cocaina. Nella zona di San Vicente, però, grazie alla storica presenza dei Missionari della Consolata, sono anche stati attuati alcuni tra i primi coraggiosi tentativi di dare vita a colture alternative. Non c’è, perciò, da stupirsi, che in questo territorio la dissidenza Farc, che è tornata a imbracciare le armi, abbia trovato terreno fertile. Non molto lontano da San Vicente, poi, a Puerto Rico, nel novembre scorso, l’Esercito, in un’incursione contro la dissidenza Farc, aveva ucciso anche otto minori. La loro posizione era stata manipolata ed erano stati definiti come “morti in combattimento”: un’operazione illegale, che aveva riportato il Paese all’esperienza dei cosiddetti “falsos positivos” e, una volta denunciata, aveva causato le dimissioni del ministro della Difesa, Guillermo Botero. Pare che anche di questa vicenda e delle vittime si fosse occupato Paciolla.

Un contesto, insomma, di grande delicatezza, quello di San Vicente del Caguán, come del resto di molte altre zone periferiche del Paese. “Come ha documentato anche un rapporto di Human Right Watch – prosegue mons. Múnera – questi mesi di pandemia sono stati un’occasione per rafforzare il conflitto armato. Cresce la dissidenza Farc, ma nel territorio sono presenti altri gruppi armati e bande criminali, paramilitari e narcotrafficanti. Le coltivazioni illecite, la dissidenza della guerriglia, gruppi armati, formano un cocktail pericoloso”. Il mercato della coca non accenna a diminuire, e sono ripresi i reclutamenti della guerriglia. Aumentano anche le tensioni sociali, tra il Governo, che ha istituito nei Dipartimenti del Caqueta, Meta e Guaviare alcune aree protette, e i contadini. Insomma, un labirinto all’interno del quale sarà difficile, senza uno sforzo straordinario e la trasparenza degli enti implicati, trovare la causa della morte di Mario Paciolla. Proprio per questo la mobilitazione dal basso resta uno strumento fondamentale.

*giornalista “La vita del popolo”

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