Stati Uniti. Lori Chesser (avvocato): “Il Covid-19 ha aperto la questione della protezione dei diritti umani nel nostro Paese”

La sospensione di tutti i permessi di lavoro, almeno per un anno, per chi emigra temporaneamente negli Stati Uniti è la nuova proposta sul tavolo del presidente Trump in tempi di Covid-19. Più che dai rischi sanitari, in realtà le varie misure di limitazione all'immigrazione sono legate a motivi economici e di presunta tutela dei posti di lavoro per i cittadini statunitensi. Ma la realtà è che molti lavoratori, essenziali in settori disagevoli come quello agricolo, la lavorazione delle carni e degli alimenti, le pulizie degli ospedali e delle città, sono immigrati illegali. Il Sir ha intervistato Lori Chesser, avvocato per l'immigrazione, intervenuta alla Settimana mondo unito, promossa dai giovani del Movimento dei Focolari

(da New York) – Sospendere tutti i permessi di lavoro almeno per un anno per chi emigra temporaneamente negli Stati Uniti è la proposta che quattro senatori repubblicani hanno presentato al presidente Donald Trump. La norma dovrebbe rimanere in vigore fino a quando i livelli dell’occupazione non tornino alla normalità e, di fatto, non si scopra un vaccino. Le regole però dovrebbero essere meno rigide per medici ed infermieri chiamati a colmare i vuoti occupazionali nel settore generati dalla crisi sanitaria del Coronavirus. La richiesta arriva mentre alcuni dei consiglieri del presidente stanno pianificando un nuovo ordine esecutivo per sospendere nuovi visti di lavoro temporaneo verso laureati stranieri in tecnologie e scienze, che sono autorizzati a cercare e trovare lavoro per tre anni, e verso i lavoratori stranieri dell’hi-tech che, qualora perdessero il lavoro, dovrebbero lasciare gli Usa in 60 giorni insieme alle famiglie, anche se i figli sono regolarmente iscritti a scuola.

Lori Chesser è avvocato per l’immigrazione in Iowa e segue da vicino l’evoluzione delle politiche migratorie statunitensi. Intervenendo ad un panel on line su diritti umani e Covid-19, organizzato per la Settimana mondo unito dai giovani del Movimento dei Focolari, ha chiarito che la legge Usa non riconosce un “diritto” di immigrazione per nessuno, al contrario le norme consentono al presidente di prevenire ingressi di persone e gruppi contrari agli interessi nazionali.

Tutto questo non è in contraddizione con la lunga tradizione di accoglienza del Paese?
L’unica eccezione a questa norma sono i rifugiati. Chiunque arrivi ad un porto d’ingresso statunitense dichiarando che il ritorno nel Paese di origine porterebbe a persecuzioni a causa della razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale ha il diritto di emigrare negli Usa. Questa legge può essere modificata dal Congresso e interpretata in maniera più o meno restrittiva dalle varie agenzie amministrative che si occupano di migrazioni. Per tutti gli altri immigrati, c’è un sistema di leggi complesso che determina chi può entrare temporaneamente o permanentemente.

La prima risposta alla crisi del Covid-19 è stata la restrizione degli ingressi. Perché?
L’iniziale azione del presidente è stata dettata da motivi di salute e riguardava i cittadini stranieri che erano stati in Cina, poi la norma si è allargata a parti dell’Europa, Iran, Regno Unito e Irlanda. E solo ai lavoratori essenziali era consentito l’ingresso da Canada e Messico. A queste misure ne sono seguite altre dettate più dalla minaccia economica e cioè che gli stranieri potessero occupare posti di lavoro riservati agli americani. Preoccupazione legittima ma che non rispecchia una realtà economica e sociale interdipendente come è quella del Paese. Quindi, una legge che non rispecchia la realtà ha già una legittimità ridotta. Queste ultime restrizioni sono estremamente significative e se diventassero permanenti diminuirebbero di un terzo l’immigrazione negli Usa.

Seppur temporanee queste restrizioni influenzano però la vita di tante famiglie, come hanno denunciato i vescovi più volte.
Certamente. Una norma esistente afferma che solo i ragazzi di età inferiore ai 21 anni possono immigrare nel Paese su richiesta dei genitori. Questa norma sta di fatto impedendo l’ingresso a ragazzi che si trovano alla soglia dei 21 anni e che, di conseguenza, non potranno ricongiungersi con la famiglia per parecchi anni ancora. Inoltre, invocando una legge degli anni ‘40, il presidente ha rifiutato l’ingresso a tutti i migranti che arrivano dalla frontiera sud.

Parlando delle frontiere, come è la situazione ai confini con il Messico?
La “buona” notizia è che, a causa della nuova politica di rifiuto d’ingresso, il numero di persone presenti nei centri di detenzione temporanea, che di fatto sono prigioni dove le condizioni sono disumane, è molto diminuito. In questo momento sono documentati 34mila immigrati. Naturalmente, come tutti i prigionieri, sono persone vulnerabili al Covid-19 perché non si rispettano le distanze sociali e non ci sono protezioni di alcuni tipo. Varie organizzazioni per i diritti umani, dove anche io sono impegnata gratuitamente, hanno fatto causa al governo federale per ottenerne il rilascio, poiché queste persone, di fatto, non hanno commesso crimini. Abbiamo avuto successo, ma non è una battaglia conclusa.

Certamente il Covid-19 ha aperto la questione della protezione dei diritti umani nel nostro Paese.

Ci spieghi meglio…
Basta guardare ai lavoratori essenziali nel settore agricolo, nella lavorazione delle carni e degli alimenti, nelle pulizie degli ospedali e delle città. Tutti questi settori sono coperti da immigrati. La crisi sanitaria ha colpito pesantemente gli impianti di imballaggi delle carni e i lavoratori di queste aziende continuano a rischiare la vita senza equipaggiamenti di protezione e senza test poiché potrebbero perdere il lavoro. Per loro non vale il lockdown ma non sono state emanate leggi per la loro protezione. Molti di loro lavorano illegalmente e non hanno ricevuto nessun beneficio dal governo in termini di riduzione delle tasse, perché, anche se illegali, le tasse le pagano ugualmente. Nessuno di loro può beneficiare di assistenza sanitaria, tranne se si reca al pronto soccorso per un’emergenza. In un contesto di pandemia tutto questo diventa pericoloso per i soggetti coinvolti e per tutte le comunità dove vivono.

Anche il sistema sanitario dipende in parte da migranti eppure anche questi sono i meno garantiti.
Proprio così. Molti dei nostri medici arrivano dall’India e hanno seguito la lunghissima trafila degli uffici dell’immigrazione prima di lavorare qui. Se questi medici perdessero il lavoro o morissero per Covid, anche le loro famiglie dovrebbero tornare a casa. Il Congresso non ha garantito loro nessun sistema di protezione. Se quindi, dal punto di vista politico e giuridico, lo status dei diritti umani per gli immigrati non è certamente migliorato, devo dire che la crisi ha mobilitato persone e gruppi della società civile, che stanno lavorando duramente per migliorare la loro condizioni attraverso contenziosi pubblici, patrocini gratuiti e assistenza. Molti di loro sono volontari.

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