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In America Latina il Manifesto sull’emergenza Covid-19. Guzmán Carriquiry: “Un fatto di grande novità, portata, speranza”

Dopo lettera ai movimenti popolari di tutto il mondo, scritta dal Papa in occasione della Pasqua, in America Latina circa 170 leader politici cattolici di 16 Paesi, hanno stilato per la prima volta un Manifesto comune sull’emergenza coronavirus. Due testi, quello di Francesco e quello dei leader politici, evidentemente diversi e distinti per vari motivi, eppure accomunati da una stessa tensione e da alcune proposte simili. Il punto con due tra i maggiori esperti dell’area: lo storico Gianni La Bella e il vicepresidente emerito della Pontificia Commissione per l’America Latina, Guzmán Carriquiry Lecour, che è anche uno dei firmatari del Manifesto.

“Spero che questo momento di pericolo ci allontani dal pilota automatico, scuota le nostre coscienze dormienti e consenta una conversione umanista ed ecologica che si finisca con l’idolatria del denaro e si ponga al centro la dignità e la vita”. È l’auspicio che papa Francesco consegna al mondo per il post Covid-19, nella lettera ai movimenti popolari di tutto il mondo, scritta in occasione della Pasqua. Un appello, quello del Papa, che è stato accolto con particolare attenzione nel continente d’origine di Jorge Mario Bergoglio. E, probabilmente, soprattutto all’America Latina, dove le diseguaglianze sono di proporzioni scandalose e almeno metà dei lavoratori sono precari o “informali”, pensa il Papa quando scrive, per esempio, delle “donne, che moltiplicano il pane nelle mense comunitarie cucinando” con materiali scarsi “per centinaia di bambini”.

Da queste situazioni nascono i movimenti popolari, chiamati secondo Francesco ad avere un ruolo nella “ricostruzione” dopo questo trauma mondiale. E la profetica agenda del Papa, proprio in America Latina, è stata, almeno in parte, accolta da circa 170 leader politici cattolici di 16 Paesi, che hanno stilato per la prima volta un Manifesto comune sull’emergenza coronavirus. Due testi, quello del Papa e quello dei leader politici, evidentemente diversi e distinti per vari motivi, eppure accomunati da una stessa tensione e da alcune proposte simili, come quella di un reddito minimo.

Potranno, dunque, questi due testi diventare un punto di riferimento importante per quella rinascita umanistica ed ecologica, e insieme comunitaria, del Continente latinoamericano, che è entrato nel tunnel del Covid-19 segnato da profonde fratture, divisioni e diseguaglianze? Il Sir lo ha chiesto a due tra i maggiori esperti dell’area: lo storico Gianni La Bella e il vicepresidente emerito della Pontificia Commissione per l’America Latina, Guzmán Carriquiry Lecour, che è anche uno dei firmatari del Manifesto.

Germogli di una nuova stagione. “Come già altre volte, i documenti del Papa vengono letti con un atteggiamento stereotipato e francamente anche ignorante”, spiega Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia, esperto di questioni latinoamericane, membro della Commissione preparatoria del Convegno latinoamericano che nel 2021 farà memoria della Conferenza di Aparecida. Per La Bella, infatti, “non ci si è accorti che la lettera ai movimenti popolari si pone in continuità con il discorso del 27 marzo in piazza San Pietro; di fatto, dà la linea per la fase successiva e si rivolge agli invisibili della società, a coloro che più di tutti sono sottoposti al contagio. Il Papa scuote le coscienze ‘addormentate’, chiede un nuovo paradigma, umanistico ed ecologico, e lo fa rivolgendosi alle parti sociali, a coloro che vivono sulla loro pelle che l’unica speranza di sopravvivenza è la comunità, a quelli che lui considera germogli di una nuova stagione”.

La Bella fa riferimento al continente latinoamericano nell’attuale emergenza del Covid-19: “Parlando con vari presidenti di Conferenze episcopali latinoamericane, ho trovato tanta preoccupazione per quello che è oggi, di fronte al contagio, un continente indifeso, senza servizi, senza ospedali, senza scuole pubbliche. Se il virus si diffonde, dalle città, alle immense campagne alle zone più arretrate sarà una strage. Il Papa si rivolge a tutti gli esclusi della globalizzazione e non è contro il libero mercato, come vorrebbe far credere un pensiero ignorante e pseudo-intellettuale, sa però che esso va corretto nella sua struttura, ha visto con i suoi occhi, in Argentina, gli effetti del liberismo sfrenato di Menem e i guasti che ha prodotto”.

Qui si aggancia l’esperienza dei leader cattolici latinoamericani, con il loro Manifesto: “Mi sembra che colgano, in questo contesto, l’importanza di una forte esigenza di politica, e che l’America Latina non ha alcuna possibilità di salvarsi e di esercitare un ruolo se non riprende in mano l’idea della Patria Grande, che non è un sogno ideale, ma un’opportunità storica e una responsabilità. Mi pare che entrambi i documenti, la lettera del Papa e il Manifesto dei leader cattolici, siano caratterizzati da profonda radicalità e delineino i contorni di una nuova civiltà”.

Segnale di novità. Una lettura non dissimile viene svolta da Guzmán Carriquiry Lecour, vicepresidente e segretario esecutivo emerito della Pontificia Commissione per l’America Latina e promotore, in quella veste, assieme al Celam, di una serie di incontri di politici cattolici: “Questo Manifesto – afferma – è un fatto inedito di grande valore. Ricordo molto bene le parole di papa Benedetto, alla Conferenza di Aparecida nel 2007, quando si domandava come poteva essere che in un continente come l’America Latina fosse ridotta e scarsamente incisiva e coerente la presenza dei cattolici negli ambiti della politica, delle università e delle comunicazioni sociali. Il documento conclusivo, nella cui redazione il cardinale Jorge Mario Bergoglio giocò un ruolo molto importante, riprese espressamente quella domanda.

Questo Manifesto costituisce un fatto di grande novità, portata e speranza.

Infatti, esso ha trovato l’adesione di personalità cattoliche impegnate in varie responsabilità e provenienti da diverse posizioni. Sottolineo ancora che si tratta di un’iniziativa di laici cattolici, in un continente dove papa Francesco ha parlato spesso di ‘clericalismo’, e di personalità che provengono da numerosi Paesi, come per indicare che nessuno si salva da solo e che c’è bisogno più che mai della cooperazione e integrazione in seno alla Patria Grande latinoamericana”.

Significativo, naturalmente anche il momento: “Oggi, nel pieno della pandemia, diventa ancor più evidente la fragilità istituzionale, economica, sociale e sanitaria dell’America Latina. L’unico vantaggio è che il virus è arrivato più tardi e si è potuto imparare dei successi e dei fallimenti di altri Paesi. Ma sono molto gravi le condizioni di partenza: una spesa sanitaria inadeguata, con insufficienti strutture, ma soprattutto con una grande fragilità sociale. Penso agli anziani, ma pure di quel dilatato mondo ‘informale’ che abita in pessime condizioni di vita e di igiene e che lavora, in genere, nelle strade cittadine. Non a caso, papa Francesco ha chiesto un reddito minimo di sopravvivenza per tutta quella gente”.

Non va, inoltre, dimenticato che questa situazione si scarica su Paesi che “hanno visto lo scorso anno grandi spontanee rivolte popolari che hanno fatto irruzione ovunque come espressione di un profondo malessere sociale. La ricostruzione sarà un processo molto duro, sicuramente in mezzo a forti convulsioni sociali, ma tanto necessaria, sempre che non si voglia veramente recuperare soltanto una forte crescita economica, ma che questa sia accompagnata da profonde trasformazioni in ordine all’inclusione sociale. È necessario, infatti, che i popoli siano protagonisti di questa ricostruzione”. Certo, conclude Carriquiry, essa “sarà possibile solo se sostenuta da una vera rivoluzione culturale e rinascita religiosa”.

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