Coronavirus: Bergamo e Bolivia, 58 anni di gemellaggio. Oggi ancora di più “sulla stessa barca”

La Chiesa della Bolivia non sarebbe la stessa senza il contributo di tanti missionari, laici, sacerdoti e appunto vescovi bergamaschi. Era il 1962, quando papa Giovanni XXIII chiese alla sua diocesi natale di aiutare la Chiesa boliviana. Partì un gemellaggio resistito nel tempo, e ancora solido: nel Paese andino attualmente sono presenti oltre trenta missionari, tra sacerdoti e laici, e tre vescovi, che raccontano come si vive al tempo del coronavirus. Con il cuore a Bergamo

Tutti sulla stessa barca. A migliaia di chilometri di distanza dalla loro terra e con il cuore a pezzi per la perdita di tanti amici e conoscenti, ma anche con la preoccupazione che possa toccare anche da loro, in un contesto di grande povertà. Sono giornate davvero particolari quelle che stanno vivendo tre vescovi, tutti bergamaschi di origine, tutti da decenni nella lontana Bolivia, in tre angoli che esprimono la diversità territoriale di quel Paese.

Mons. Sergio Gualberti Calandrina, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra

Mons. Sergio Gualberti Calandrina è l’arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, la grande città dell’oriente boliviano, la maggiore del Paese, quando la “sierra”, la montagna, lascia il posto alle foreste e le savane della Chiquitania e del Chaco.

 

 

Mons. Eugenio Scarpellini, vescovo di El Alto

Mons. Eugenio Scarpellini è il vescovo di El Alto, la conurbazione che sovrasta La Paz, a 4mila metri d’altitudine, sul grande altipiano.

 

 

 

Mons. Eugenio Coter, vescovo del vicariato apostolico di Pando

Mons. Eugenio Coter, è il vescovo del vicariato apostolico di Pando, nel nord amazzonico, ai confini con Brasile e Perù.

 

 

 

Il coronavirus è il “padrone” delle loro giornate. Trascorrono ore in collegamento con la martoriata Bergamo, ormai conosciuta in tutto il mondo come la “capitale” del coronavirus: si sentono con familiari, amici, confratelli; confortano e consolano: apprendono di morti dolorose. Dall’altra, sono bloccati nelle loro residenze, celebrano senza fedeli, poiché quello stesso virus che ha messo in ginocchio la terra d’origine, minaccia ora anche il loro Paese d’adozione, la Bolivia, la cui Chiesa non sarebbe la stessa senza il contributo di tanti missionari, laici, sacerdoti e appunto vescovi bergamaschi. Era il 1962, quando papa Giovanni XXIII chiese alla sua diocesi natale di aiutare la Chiesa boliviana. Partì un gemellaggio resistito nel tempo, e ancora solido, dato che, oltre ai tre vescovi, sono presenti nel Paese andino attualmente oltre trenta missionari, tra sacerdoti e laici.

Un legame, tra l’altro, rafforzato dal fatto che proprio a Bergamo vive la più grande comunità boliviana d’Italia. “Don Giuseppe Berardelli, il sacerdote che ha donato il suo respiratore a un paziente più giovane di lui, lo conoscevo dal 1969, ci eravamo visti a giugno, è stato parroco a 7-8 chilometri da casa mia”, racconta mons. Eugenio Coter. Ma mentre ci racconta questo non può far a meno di pensare che “a Bergamo ci sono 1.300 respiratori, e non bastano. A Riberalta, dove vivo, una città di 120mila abitanti, grande più o meno come Bergamo, ci sono tre piccole strutture e dieci soli respiratori”. Ecco perché al dolore si accompagna l’incubo. Ecco perché Bergamo e Bolivia, dopo esserlo stati per 58 anni, sono oggi più che mai sulla stessa barca.

“Ore al telefono per confortare e dare speranza”. Racconta mons. Eugenio Scarpellini: “Sento che a Bergamo una generazione se ne sta andando nel silenzio, è terribile. Io sono originario di Zingonia, dove il virus non ha colpito molto, ma sono stato parroco a Nembro. Lì ci sono stati 126 morti in un paese di 6mila abitanti. Passo molto tempo al telefono con i loro familiari, cerco di dare speranza. Mi colpiscono i decessi di amici sacerdoti, don Fausto Resmini era mio compagno di messa, don Beraldelli mio prefetto in Seminario”. “Mi sento totalmente vicino con i miei conterranei e in particolare con i sacerdoti – aggiunge mons. Gualberti -.

È come se vivessimo qui questa tragedia.

Parlo spesso con mia sorella e un nipote, ogni giorno la lista si allunga. Ho espresso anche al vescovo di Bergamo, mons. Beschi, la mia vicinanza”. Prosegue mons. Coter: “I parenti stretti stanno bene, conosco e incoraggio tanti volontari che stanno prestando servizio per esempio gli alpini negli ospedali da campo, ho un nipote impegnato nella Croce Verde. Mi addolora la perdita di tanti confratelli sacerdoti, avverto la sofferenza della comunità di Bergamo”.

Gesti di solidarietà. Attorno ai tre vescovi c’è un’atmosfera di crescente tensione, anche in Bolivia. Molti quelli che si fanno presenti ai presuli bergamaschi, dalla gente semplice alle autorità: “Su Bergamo c’è una risonanza mondiale. Mi ha chiamato il sindaco, altri politici. Tanti si fanno presenti in modo semplice. Con la nostra diocesi d’origine c’è un legame storico, che ora si avverte”. In molti, poi, chiedono dei parenti e conoscenti che vivono a Bergamo, dice mons. Gualberti: “In provincia di Bergamo vivono 17mila boliviani, in città saranno circa 12-13mila, alcuni sono stati contagiati”.

Bolivia blindata, ma il contagio avanza. Come accennato, però, alla preoccupazione per Bergamo si aggiunge quella per la Bolivia. Il contagio, inizialmente contenuto rispetto al resto del Sudamerica, si sta espandendo e tocca ormai circa un centinaio di casi, con tre morti. Tra i positivi anche un vescovo, il vicario apostolico di Ñuflo de Chávez, mons. Antonio Bonifacio Reimann Panic. Durissime le misure preventive da parte delle autorità, consapevoli che il sistema sanitario boliviano non potrebbe reggere un’espansione massiccia del virus. Per ogni nucleo familiare può uscire solo una persona, un giorno alla settimana. “Dipende dall’ultimo numero della carta d’identità. L’1 e il 2 i lunedì, e così via, a me tocca il martedì”, dice mons. Scalpellini. Mons. Gualberti ha un problema: “Abito a 700 metri dall’arcivescovado ho chiesto il permesso per arrivarci. Santa Cruz è la città con più casi, almeno una sessantina, ho visto che ora è praticamente vuota, ma ci sono poveri, persone senza dimora, chi soffre della dipendenza di alcol e droga e vive in strada, dei migranti venezuelani che sono stati cacciati dagli alberghi”.

Il futuro dei tanti poveri è anche la preoccupazione di mons. Scalpellini: “Qui a El Alto l’80 per cento della gente vive di lavori precari e informali, in strada. Come faranno a vivere? Il Governo ha stabilito dei sussidi solo per le famiglie che hanno bambini in età scolare. E, dal punto di vista medico, mi preoccupa l’area rurale, priva di veri e propri ospedali”.

In Amazzonia manca pure la tachipirina. Anche nell’area amazzonica non mancano le incognite, cui dà voce mons. Coter: “La Bolivia mi pare sigillata, Riberalta è isolata e il cibo arriva con gli aerei di Stato. Ma qui da noi ci sono frontiere solo teoriche, il Brasile è vicino. Il rischio è che non appena la gente si stuferà di questa condizione, cerchi di oltrepassare il confine. Le città di Guayaramerín e Cobija vivono di scambi con il Brasile. È vero che qui il 60% della popolazione ha meno di 40 anni, ma sono comunque molto preoccupato. Siamo isolati, per arrivare alle città ci possono volere due settimane di navigazione, qui manca anche la tachipirina”.

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