Voto in Israele: Netanyahu vince ma non ottiene la maggioranza. Ora è caccia ai seggi mancanti

Il voto del 2 marzo in Israele ha sancito la vittoria del Likud, il partito del premier uscente Benjamin Netanyahu. Un successo che, tuttavia, non basta a garantire la maggioranza alla Knesset. Il blocco di destra si ferma infatti a 59, due seggi in meno dei 61 necessari per governare. La coalizione centrista di Benny Gantz si attesta a 54. Storica affermazione della Lista Araba Unita che porta a casa ben 15 seggi. Ago della bilancia ancora una volta potrebbe essere il leader del partito laico di destra Israel Beytenu, Avigdor Liberman, con 7 seggi. A questo punto comincia la caccia ai seggi mancanti. A pesare sul quadro politico saranno anche le vicende giudiziarie: il 17 marzo prende il via, infatti, il processo per corruzione, frode e abuso di potere contro Netanyahu

A un passo dalla meta. Si ferma alla soglia della maggioranza assoluta, 59 seggi su 120, la corsa di Benjamin Netanyahu alla Knesset, il Parlamento israeliano. Gli elettori israeliani lo hanno premiato portando il partito di Bibi, il Likud, al primo posto con 36 seggi, lasciandone 32 al suo rivale, il generale in congedo Benny Gantz, leader della coalizione centrista Kahol Lavan (Blu-Bianco). Terza forza del Paese è la Lista Araba Unita (Joint List), guidata da Ayman Odeh, con 15 deputati. Un’affermazione storica. Sia Netanyahu che Gantz, nelle due precedenti tornate elettorali, non erano riusciti a formare un governo. Da qui il ritorno alle urne, per la terza volta in un anno, che ha fatto registrare il 71% di affluenza, in crescita rispetto al voto del 9 aprile 2019 (67,9%) e del 17 settembre 2019 (69,4%).

A spoglio quasi ultimato (più del 90%) – mancano i voti dei soldati, dei diplomatici all’estero e degli oltre 4000 elettori in quarantena da coronavirus – emerge che il blocco di destra, guidato da Netanyahu (Likud e partiti religiosi e ultraortodossi), si ferma a 59 seggi, quello di centro-sinistra con Gantz (Labor-Meretz e partiti arabi) a 54. Ago della bilancia ancora una volta potrebbe essere il leader del partito laico di destra Israel Beytenu, Avigdor Liberman, con 7 seggi. Quest’ultimo ha già detto che farà di tutto per evitare la quarta votazione. Dichiarazione tutta da verificare visto che fu proprio lui a dare la spallata al governo nato nel 2015, di cui era ministro della Difesa, scontrandosi con i partiti religiosi sul tema della coscrizione degli ebrei ultraortodossi.

Possibili alleanze. Le urne non hanno prodotto nessuna maggioranza assoluta pertanto le possibili alleanze post-voto saranno decisive per la formazione del nuovo Governo. Il sistema elettorale israeliano è un proporzionale puro (con sbarramento al 3,25%) che di fatto assegna ai piccoli partiti un peso determinante, spingendo il vincitore, in questo caso Netanyahu, ad assecondarne le richieste. Ma a pesare saranno anche le vicende giudiziarie: il 17 marzo prende il via, infatti, il processo per corruzione, frode e abuso di potere contro Bibi. Intanto cominciano le grandi manovre per trovare i seggi mancanti. Il portavoce del Likud, Jonathan Urich, ha affermato che “a breve troveremo persone dell’altro schieramento – dai 4 ai 6 deputati, secondo la stampa israeliana – che hanno capito che la cosa giusta da fare è sostenere il futuro governo guidato da Netanyahu”. Ma nel frastagliato panorama politico israeliano non si può nemmeno escludere la possibilità di un governo di unità nazionale Likud-Blu e Bianco. Ma per vedere a chi il presidente israeliano, Reuven Rivlin,  affiderà l’incarico di formare il nuovo Governo, bisognerà attendere i risultati definitivi.

Reazioni al voto. Le reazioni al risultato elettorale non si sono fatte attendere. Il premier Netanyahu lo ha definito come “la più grande vittoria della mia vita. È stata una grande vittoria per la destra, ma prima di tutto e soprattutto una vittoria per noi uomini del Likud”. Nel discorso rivolto ai suoi sostenitori, riuniti a Tel Aviv, Bibi ha annunciato che si muoverà subito per annettere la parte palestinese della Valle del Giordano e gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, così come prevede il piano Trump. “Non è questo il risultato che consentirà ad Israele di tornare sulla retta via. Il senso di delusione e di dolore è comprensibile”: è stata la reazione di Benny Gantz. “L’importante è restare uniti, fedeli ai nostri principi non consentiremo ad alcuno di distruggere il Paese, di mandare in frantumi la democrazia” ha detto Gantz ai sostenitori di Blu e Bianco, ricordando anche l’inizio, fra meno di due settimane, del processo al premier Netanyahu. Di ben altro tenore le dichiarazioni di Ayman Odeh, presidente della Joint List. Forte dei suoi 15 seggi su 120 alla Knesset, il leader arabo-israeliano ha affermato che “questo è il più grande risultato parlamentare dalla prima Knesset nel 1949. Dobbiamo diventare l’alternativa di principio alla mappa politica israeliana”. Caustico Ahmad Tibi, personaggio di spicco della Lista Unica araba (Joint List) che più che parlare di una vittoria di Netanyahu parla di una sconfitta di Benny Gantz. “Non è stato il Likud a vincere ma Blu e Bianco a perdere – ha detto Tibi – l’elettorato di destra lo ha scelto, Netanyahu incita meglio contro gli arabi”. Duro, infine, il commento del segretario generale dell’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina, Saeb Erekat: “a vincere le elezioni israeliane sono state le colonie, l’occupazione, l’apartheid. La campagna di Netanyahu è stata la continuazione dell’occupazione e del conflitto che costringerà il popolo della regione a vivere per la spada con il prosieguo della violenza, dell’estremismo e del caos”.

 

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