Centoquaranta parole, da “Abbraccio” a “Vela”. Sei anni di scrittura, cominciati il 21 marzo 2020 nel tempo sospeso del primo lockdown, quando le “Parole buone” di Sergio Astori presero a circolare gratuitamente in rete come “pillole di resilienza per superare la crisi”. Oggi quel lessico diventa un libro: “Dizionario poetico dell’umano. 140 racconti” (Castelvecchi), con la prefazione di p. Matteo Ferrari, priore generale della Congregazione camaldolese, e la postfazione di don Sergio Massironi.
Astori scrive da psichiatra e psicoterapeuta, e la stanza della terapia attraversa molte pagine. Il volume ha l’impianto di un dizionario, ma ogni voce è un racconto breve: una definizione poetica di poche righe, poi un episodio – un incontro, un ricordo, un libro, un film – e infine una sintesi che restituisce alla parola il suo peso. Sette sezioni scandiscono il percorso: l’incontro, la profondità, la rinascita, il prendersi a cuore, il divenire, il vivere insieme, lo stupore. Quarantotto immagini, pensate “per essere gentili”, accompagnano la lettura come pause di respiro.
Il primo nucleo è la cura. “Credo nella cura che una parola ben scelta può donare”, annota l’autore nell’introduzione. Lo mostra il lapsus di un’anziana paziente che, parlando delle proprie difficoltà, dice “forse” al posto di “forze”: “Sono bastate due sillabe per svelare mille dubbi su di sé e sul domani”. Lo conferma la voce “Mistero”, in cui lo psichiatra interrogato al bar sulle tragedie della cronaca rinuncia alle spiegazioni facili: “Non tutto può essere spiegato. Molto, invece, può essere compreso”.
C’è poi la pandemia, vera matrice del libro. Il racconto che apre la raccolta ricorda “l’innaturale mancanza di abbracci” e una scena nell’aeroporto di Linate quasi deserto, con due bambini che si contendono le braccia della madre appena rientrata. In quel vuoto, scrive Astori, si è scoperta “una genetica dell’abbraccio”. Nato nell’emergenza, il progetto ha poi messo radici: gruppi di ascolto nei Centri psicosociali di Milano, laboratori, una comunità radiofonica, perfino una tesi di laurea che ne ha studiato gli effetti sulla resilienza comunitaria.
Un terzo filo riguarda la dimensione spirituale, mai proposta in chiave apologetica. Nella voce “Fede” un gruppo di ragazzi che balla accanto alla metropolitana diventa l’occasione per rileggere l’indagine di Rita Bichi e Paola Bignardi sui giovani: la fede, conclude l’autore, “ha smesso di essere una dottrina e ha iniziato a somigliare a un’attenzione”. Una formula che farà discutere, ma che registra con onestà una domanda aperta. Nella voce “Disarmo” l’incontro romano tra Agnese Moro e Adriana Faranda sulla giustizia riparativa si condensa in una frase che è quasi la chiave del volume: “Le parole buone sono parole disarmate”. Non a caso, accanto a Thoreau e Mondrian, in esergo compare Leone XIV con la Magnifica humanitas: la carne umana “continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone”.
Il libro porta i pregi e i limiti della sua origine. Nati nell’arco di sei anni e per un pubblico ampio, i testi alternano pagine dense a passaggi più distesi, e qualche ritorno tematico si avverte. Proprio la struttura a frammenti, però, lo rende adatto a una lettura non lineare, da riprendere voce dopo voce. Ferrari lo legge come un “Salterio aperto”: centoquaranta racconti, dieci in meno dei Salmi, per lasciare al lettore lo spazio delle proprie parole buone. Massironi vi riconosce una lentezza “in cui il cuore non soltanto respira, ma si nutre”, antidoto a un’epoca che adora la performatività.
L’ultima voce, “Vela”, è stata scelta di proposito: “Non l’ultima per chiudere, ma – come una vela – l’ultima per aprire”. Il dizionario di Astori si congeda così, affidando a chi legge il compito di comporre il proprio.

