Giovani e piazze: dubbi e ragioni

I giovani artefici delle passate manifestazioni di piazza sembrano passati in una settimana da rivoluzionari a burattini manovrati.

I giovani artefici delle passate manifestazioni di piazza sembrano passati in una settimana da rivoluzionari a burattini manovrati. Nel primo week end, 17 e 18 ottobre, hanno scatenato una furia vandalica contro le cose: dalle auto alle vetrine sfasciate fino alle razzie di merci. Nel secondo, pur non senza qualche forte turbolenza, il tutto è rientrato nel registro di eventi sotto controllo. Doppie le possibili ragioni: da una parte la dispiegata task force e un decreto sicurezza varato ad hoc; dall’altra il fermo, a poche ore dal secondo annunciato fine settimana di paura, della presunta mente da cui il Movimento 17 ottobre (M1710) ha preso il via. Gli investigatori hanno infatti interrogato Youssef Siher, 30 anni, nato a Brescia, origini marocchine, ben integrato nel sistema Italia: una laurea in Comunicazione e un master in Scienze politiche all’Università di Milano, quattro lingue parlate (italiano, arabo, inglese e spagnolo), precedenti di collaborazioni con quotidiani italiani (“Il Foglio” e la redazione online de “Il Fatto quotidiano”); dal 2026 al lavoro per Mercor, una start up americana di intelligenza artificiale. Le indagini sono in corso ma, preso lui, nessun’altra rivendicazione è giunta per il M1710 e le manifestazioni (specie Milano) sono risultate più moderate.
Restano però domande senza risposta: avrebbe agito per un’idea sua o su commissione di un altrui disegno? Nel passato l’intelligence italiana lo aveva segnalato per la costituzione della associazione “L’Alba nascente” che infondeva alle comunità islamiche italiane idee vicine ad Hamas e Pro Pal. E basta un abile manovratore di social ad infiammare a comando – e con tali picchi di violenza – tanti ragazzi? O la loro rabbia è stata sfruttata per altri fini? E allora da chi e perché?
Nella settimana intercorsa tra i due week end di manifestazioni, un coro di esperti, educatori, docenti universitari, cronisti ha fornito possibili letture e motivazioni, diverse fino al contraddittorio: sono stati messi sul banco degli imputati ora la famiglia assente e la scuola rinunciataria, ora il mondo del consumismo sfrenato e della forbice sociale sempre più aspra, che divide in maniera incolmabile chi ha illimitatamente e chi ce la fa appena pur lavorando (lavoro povero). Qualcuno ha sottolineato come il disagio sociale sia figlio di generazioni per le quali il futuro è oscuro e il presente incerto socialmente, economicamente e pure a livello di sicurezza internazionale, dati gli scenari di guerra di questi tempi. C’è pure la questione integrazione delle seconde e terze generazioni: in bilico tra identità non pienamente afferrate. Non pochi hanno messo il dito nella piaga dei social dai quali i ragazzi non sanno separarsi e dai quali sono influenzati e influenzabili. Il tutto si incasella in un clima di violenza nel quale le giovani generazioni sono cresciute a partire da alcuni fumetti, alcune serie tv, un diffuso modo di parlare nel quotidiano anche degli adulti più o meno importanti (presidenti di certe nazioni compresi). Un mix complesso che non giustifica la violenza attuata, ma che rende la complessità del disagio.
Mentre la seconda ipotesi sembra farsi sempre più strada, ossia che dietro all’azione personale di Youssef Siher ci sia un disegno preciso di destabilizzazione politica dell’occidente, va pure ricordato che le proteste d’ottobre, in Italia come in Francia, hanno sfruttato una zona oscura delle piattaforme social, dove società private estere agiscono restando anonime. Fatto che dovrebbe far comprendere l’urgenza di una regolamentazione a salvaguardia di tutti – giovani e no -, come della libera e pacifica convivenza e della stessa democrazia.
La questione è: il problema cammina con le gambe dei ragazzi o con le trame ordite da chi insegue un fine altro che le giovani gambe sfrutta? Come ha dichiarato Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università Bicocca di Milano: “E’ difficile interpretare un fenomeno di protesta senza sapere se qualcuno lo sta manovrando dall’estero” (Avvenire, domenica 25 ottobre). Considerazione incontestabile. Come altrettanto incontestabili restano i fatti: i ragazzi sono scesi in piazza, hanno manifestato e alcuni tra essi hanno attaccato, incendiato, malmenato, rubato. Le questioni rischiano di sommarsi con gravità.
Nell’attesa di saperne di più, permangono il clima d’insicurezza, l’incomprensione e il mancato dialogo tra generazioni. Sarà importante capire se la rabbia dimostrata sia frutto di un loro malessere o se, oltre a ciò, sia stata abilmente sfruttata da qualcuno che se ne è fatto scudo per picconare pericolosamente le mura del castello chiamato Occidente.

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