Vittime incidenti sul lavoro. Bozzer: “Trasformare la sicurezza da risposta alle emergenze a una politica strutturale di prevenzione”

“Potrebbe essere chiunque” è il tema scelto per la 76ª Giornata nazionale che si terrà a Longarone domenica 11 ottobre. Il presidente dell’Anmil al Sir spiega cosa servirebbe per fermare “la mattanza a cui assistiamo ogni giorno”

(Foto Calvarese/SIR)

Costruire un futuro nel quale la sicurezza non sia considerata un costo, ma un diritto. Questo chiede l’Anmil (Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro) in occasione della 76ª Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, che promuove, domenica 11 ottobre, a Longarone. In occasione della Giornata abbiamo parlato con il presidente dell’Anmil, Amedeo Bozzer.

“Potrebbe essere chiunque” è il tema scelto per la 76ª Giornata nazionale…
“Potrebbe essere chiunque” non è uno slogan: è la presa di coscienza che la mattanza a cui assistiamo ogni giorno ci riguarda tutti da vicino. E noi dell’Anmil ne siamo i testimoni viventi, avendo subìto sulla nostra pelle il dramma dell’insicurezza sul lavoro e rappresentando una categoria composta da 630.000 invalidi del lavoro titolari di rendita. Il dato più preoccupante è che, nonostante anni di norme, campagne e dichiarazioni solenni, continuiamo a contare morti e lavoratori che riportano invalidità permanenti a causa dell’insicurezza del lavoro. Di fronte a questi numeri non possiamo continuare a parlare soltanto di “emergenza”. Se un fenomeno si ripete uguale a sé stesso, anno dopo anno, non è più emergenza, bensì regola: un fallimento strutturale della prevenzione. E dobbiamo avere il coraggio di dirlo:

dietro ogni incidente c’è quasi sempre una catena di responsabilità, di omissioni, di controlli che non hanno funzionato, di un’organizzazione del lavoro che ha messo il profitto davanti alla sicurezza di chi, quel profitto, lo produce a poco prezzo.

Anmil rappresenta chi quelle conseguenze le porta sul proprio corpo per tutta la vita. Per questo non possiamo accettare che la sicurezza venga considerata una variabile economica.

I dati Inail restituiscono un quadro molto preoccupante: nel 2025 sono state quasi 598mila le denunce di infortunio e 1.093 quelle con esito mortale; nei primi sette mesi del 2026 gli infortuni in occasione di lavoro risultano inoltre in aumento del 4,9%. Di fronte a questi numeri, che cosa non sta funzionando nella prevenzione?
Credo che il problema sia che abbiamo costruito un sistema nel quale spesso si è più attenti a dimostrare di aver fatto prevenzione che a verificare se la prevenzione abbia realmente funzionato.

La formazione è fondamentale, ma non possiamo ridurla a un corso e a un attestato.

Un lavoratore può anche aver frequentato dieci corsi: se poi deve lavorare in condizioni pericolose, con tempi impossibili, strumenti inadeguati o pressioni sulla produttività, quell’attestato non lo proteggerà. Lo stesso vale per i controlli. Non possiamo pensare che la prevenzione funzioni se arriviamo soltanto dopo l’incidente. Il controllo deve arrivare prima della tragedia, non dopo e deve imperativamente avere un seguito nel tempo. E poi c’è il problema degli appalti e dei subappalti. Quando la filiera diventa troppo lunga, spesso si allontana anche la responsabilità. Il lavoro viene frammentato, i costi vengono compressi e troppo spesso la sicurezza finisce per essere considerata l’anello sul quale risparmiare.

Cosa proponete?
Noi chiediamo cose apparentemente molto semplici: chi beneficia economicamente di un lavoro deve essere responsabile anche della sicurezza con cui quel lavoro viene realizzato. Trasparenza, presa in carico del sistema del lavoro sin dal porre rimedio allo stagnamento ventennale dei salari. Perché è un’evidenza che davanti alla drammatica precarietà del lavoro e al fenomeno sempre più dilagante del lavoro povero si aprano gli scenari più fragili della tenuta stessa della nostra società (fondata solo a parole su tale lavoro). La morte di Salvatore Calignano, operaio edile 61enne abbandonato dal datore di lavoro a seguito di una caduta mentre lavorava in nero, è lo specchio non solo di ciò a cui da anni non si pone rimedio (la giungla del sommerso che negli appalti a cascata trova linfa vitale) ma anche di ciò che stiamo diventando, di ciò che ogni giorno viene normalizzato nella coscienza della nostra classe lavoratrice. E soprattutto

dobbiamo smettere di raccontare gli infortuni come fatalità. La fatalità esiste, ma molte morti sul lavoro sono tragedie prevedibili e quindi evitabili.

(Foto Anmil)

Quali interventi potrebbero fermare gli incidenti mortali o comunque invalidanti?

Per l’Anmil, la priorità è trasformare la sicurezza sul lavoro da una risposta alle emergenze a una politica strutturale di prevenzione.

Servono innanzitutto più controlli, coordinati meglio e dotati di risorse adeguate, insieme a una formazione che non sia soltanto un adempimento formale, ma diventi parte integrante della cultura del lavoro, già a partire dalla scuola. Un altro nodo riguarda la catena degli appalti e dei subappalti, dove secondo noi il moltiplicarsi dei livelli di affidamento può tradursi in una frammentazione delle responsabilità e delle tutele. Sul fronte giudiziario, l’Anmil propone inoltre una maggiore specializzazione nell’accertamento degli incidenti, anche attraverso una Procura nazionale del lavoro, capace non solo di dare risposta immediata e altamente specializzata alle indagini per violazione delle norme infortunistiche sul lavoro ma, di conseguenza, di “fare scuola” in materia. Una scuola che oggi è solo sulla carta, senza trovare riscontro nella reale applicazione della norma. Davanti a questa bomba sociale, chiediamo inoltre l’introduzione della fattispecie specifica del reato di omicidio sul lavoro: ad oggi il reato di omicidio colposo per condotte criminali ai danni dei lavoratori del Paese produce non solo pene irrisorie ma rinforza il reiterarsi di condotte scorrette da parte dei datori immeritevoli di tale ruolo.Il punto, per l’Anmil, è quindi intervenire prima che l’incidente avvenga, costruendo un sistema capace di individuare i rischi, correggerli tempestivamente ed attuare una reale rivoluzione culturale del sistema lavoro che ci conduca, con ritardo imperdonabile, a non continuare a contare le morti sul lavoro come se fossero inevitabili.

Il lavoro sta cambiando rapidamente: questo crea nuovi rischi per i lavoratori?
L’innovazione non è il problema. Il problema è innovare senza mettere la persona al centro. L’intelligenza artificiale, la robotica e l’automazione possono essere strumenti di sicurezza, perché possono togliere il lavoratore dalle situazioni più pericolose. Ma possono anche produrre nuovi rischi, che sono già estremamente reali: stress, isolamento, ritmi imposti dagli algoritmi, nuove forme di controllo e una progressiva perdita di autonomia.C’è poi un altro fenomeno che ci preoccupa: la frammentazione del lavoro. Precarietà, il già citato ginepraio degli appalti, il lavoro su algoritmo, il lavoro stagionale e ad alta mobilità sono tutte realtà sempre più diffuse che rendono certamente più difficile costruire una vera cultura della sicurezza, soprattutto per chi entra continuamente in ambienti e mansioni differenti. Il lavoratore oggi sente di essere immediatamente sostituibile, privato delle sue peculiarità produce e accetta condizioni di lavoro svilenti, convinto che questa sia la realtà da affrontare. E c’è un principio che deve rimanere intoccabile: il progresso tecnologico deve servire a rendere il lavoro più sicuro, non a trasferire nuovi rischi sui lavoratori.

La sicurezza sul lavoro non può in alcun modo essere separata dalla dignità del lavoro stesso.

(Foto Anmil)

Come si promuove la cultura della sicurezza?
La cultura della sicurezza non si improvvisa quando si mette piede per la prima volta in una fabbrica o in un cantiere. Si costruisce molto prima, a partire dalla scuola.

Dobbiamo insegnare ai ragazzi che la sicurezza non è paura, non è burocrazia e non è un ostacolo alla produttività. È un diritto, ma anche una responsabilità.

Per questo vorremmo che nelle scuole si parlasse di sicurezza non soltanto attraverso le regole, ma soprattutto attraverso le storie delle persone. Far incontrare agli studenti chi ha subito un infortunio, chi è rimasto invalido, le famiglie di chi non è più tornato a casa, può lasciare un segno molto più profondo di una lezione soltanto teorica. Come Anmil, da anni entriamo nelle scuole e raccontiamo ai bambini e ai ragazzi le nostre storie di infortunio. Lo facciamo perché un domani possano ricordare anche solo un frammento di quelle testimonianze e, davanti a un rischio, scegliere di fermarsi, di fare attenzione, di non accettare che la vita venga dopo il profitto. Anche la comunità ecclesiale può svolgere un ruolo importante. La sua presenza capillare nei territori può contribuire a diffondere un messaggio che, prima ancora di essere giuridico, è umano ed etico: nessun profitto può valere quanto una vita. E c’è un messaggio che dobbiamo trasmettere soprattutto alle nuove generazioni:

dire “no” davanti a un rischio non significa essere deboli, né rallentare il lavoro. Significa avere rispetto di sé, dei propri colleghi e della vita.

La denuncia di pratiche scorrette e altamente pericolose per la vita umana è la base civile sulla quale costruire la rivoluzione del lavoro più volte citata.

La scelta di Longarone come sede della manifestazione nazionale ha un forte valore simbolico?
Il Museo nel quale ci incontreremo per la cerimonia civile, a due giorni dal 63° anniversario dell’eccidio del Vajont, si ripropone come luogo di memoria, impegnato a far sì che l’immane tragedia che ha segnato in modo indelebile questo territorio non venga dimenticata. Un grande della giurisprudenza italiana, Sandro Canestrini, definì il disastro del Vajont: “Un genocidio di poveri”. Un “genocidio di poveri”, come quello perpetrato ogni giorno, ogni otto ore, per essere precisi, ai danni dei lavoratori del nostro Paese. Perché non smetteremo mai di ricordare, in particolar modo in questa ricorrenza, che a morire e a ferirsi sul lavoro sono principalmente operai, nel senso più ampio possibile che caratterizza questo termine al giorno d’oggi. Il Vajont ci insegna una cosa terribilmente attuale: le tragedie non arrivano sempre all’improvviso. Spesso sono precedute da segnali, avvertimenti, criticità che qualcuno avrebbe dovuto vedere, ascoltare e prendere sul serio. È questo il messaggio che dobbiamo portare anche nel mondo del lavoro.Quando un lavoratore segnala un rischio, quando un collega dice che una procedura non è sicura, quando emergono condizioni pericolose, quel segnale deve essere ascoltato. La prevenzione comincia proprio dalla capacità di non ignorare i segnali, dalla forza nel non sentirsi troppo deboli, sostituibili, ricattabili per denunciare.Per questo Longarone è la sede giusta per la nostra Giornata nazionale. Ci ricorda che la memoria ha un valore soltanto se produce responsabilità. L’11 ottobre vorrei che non ci limitassimo a commemorare chi non c’è più. Vorrei che assumessimo un impegno preciso: fare in modo che quelle morti non siano state inutili. È da qui che deve partire l’impegno dell’11 ottobre: non da una giornata di parole, di numeri o di dichiarazioni, ma dalla volontà di trasformare la prevenzione in una responsabilità quotidiana. L’11 ottobre deve essere un punto di svolta. Perché dietro ogni incidente non c’è soltanto una statistica, ma una vita che cambia, una famiglia che si spezza, una comunità che perde qualcosa. Non possiamo permetterci di dimenticare:

la sicurezza riguarda tutti noi.

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