Ancora un tragico femminicidio, l’ennesimo che ha segnato di sangue questa calda estate. L’ultimo è avvenuto a Barberino di Mugello (Firenze). La vittima si chiamava Lorena Isceri, 45 anni, il suo assassino Federico Vella, 36enne fiorentino. Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo ha atteso Lorena nel garage di casa a Rifredi e l’ha sequestrata, poi l’ha rinchiusa nel bagagliaio dell’auto, per poi lanciarla dal viadotto Lora dell’A1, lungo la carreggiata nord della Autostrada del Sole Panoramica, all’altezza del bivio con la Direttissima. Dopo Vella si è suicidato gettandosi dallo stesso viadotto. Mentre era chiusa nel bagagliaio la donna ha chiamato aiuto: la sala operativa della questura di Firenze ha disposto la ricerca della vettura in autostrada, ma la pattuglia non è arrivata in tempo per fermare il femminicida. Partendo da questa scia di sangue che non si ferma, parliamo con Isolina Mantelli, presidente del Centro calabrese di solidarietà, che ha sede a Catanzaro e ha attivato il centro antiviolenza e casa rifugio “Mondo Rosa”, per accogliere donne vittime di violenza di genere con i loro figli.
Sono stati molti i femminicidi quest’estate…
Non si ferma la violenza!
Abbiamo le leggi, cosa non sta funzionando?
Non funziona che non abbiamo l’educazione, non funziona che non abbiamo la cultura, non funziona che abbiamo costruito una cultura in cui il maschio è padrone e, quando viene messo in discussione il suo essere padrone, preferisce ammazzare piuttosto che reggere la frustrazione. Bisognerebbe molto lavorare sui sentimenti nelle scuole, perché è inutile che facciamo leggi: neppure la pena di morte ferma i femminicidi, gli autori si ammazzano da soli. Dovremmo completamente modificare la struttura culturale di questo Paese. Ma la scuola dei sentimenti e la scuola sulla sessualità fa paura a questo governo: è meglio farci formare da internet e sui siti pornografici piuttosto che farci formare da gente preparata e adeguata? Quindi non ci siamo proprio, non abbiamo fatto la scelta giusta.
Cambiare la struttura culturale di un Paese è un’opera impegnativa…
È un’opera impegnativa che deve partire dalle scuole, dalle famiglie, da tutti.
Anche le famiglie vanno abituate che non c’è il maschietto a cui è permesso tutto e la femminuccia che deve stare a casa. Anche le famiglie devono essere educate a una nuova relazione tra i sessi.
Come si dà principio a quest’opera secondo lei?
Noi lo stiamo facendo da anni: incontrare genitori e ragazzi all’interno del nostro Centro polivalente, ma bisogna cominciare a farlo nelle scuole, perché è l’unico grande bacino dove incontriamo tutti. È necessario, è indispensabile, dovrebbe essere obbligatorio partire dalle scuole.
Come si aiutano i genitori in questo impegno?
I genitori sono smarriti in questo momento, non hanno idea di come si affronta a un livello educativo questa sfida culturale. Chi è genitore sa bene che più facile dire sì a un figlio, piuttosto che dire no. Perché il no significa aprire un conflitto generazionale.
Quindi, secondo lei, devono essere educati gli stessi genitori?
Devono essere educati gli stessi genitori, perché non solo sono smarriti, sono ignoranti dal punto di vista di una genitorialità obbligatoria e perfetta. Qui si pensa che basta fare un figlio. No, bisogna poi avere l’idea di come si cresce questo figlio.
I femminicidi sono una dramma che affonda anche nel passato, perché noi vediamo che purtroppo i femminicidi sono agiti da uomini di tutte le età…
Sì, affonda nel passato ma relativamente, perché di femminicidio se ne parla da dieci anni. Prima le donne, siccome non avevano la possibilità di dire no, venivano picchiate in casa e quello bastava al maschietto violento.Adesso il problema è che le donne minacciano di andarsene e quindi dichiarano la loro libertà. E questo “impone” ai maschietti violenti una reazione e le fanno fuori.
I femminicidi sono, quindi, un’emergenza recente, anche se la mentalità che c’è alla base è vecchia…
Sì, la mentalità è antichissima, perché si è costruita la società sul patriarcato. Il problema è come si blocca questo patriarcato, come si blocca questa necessità di potere maschile sulle donne. Dovremmo interrogarci tutti quanti, prima di tutto si dovrebbero interrogare i maschi. Perché qui
la battaglia non la possiamo fare solo noi donne, la perdiamo se siamo sole. Noi dobbiamo essere accanto al maschile nella costruzione di una società democratica. È necessaria un’alleanza forte con il maschile.
Noi abbiamo aperto, fra le varie strutture del Ceis, pure il Cuav (Centro per uomini autori di violenza), ma siamo stati molto criticati, perché si spendevano per i maschi soldi che dovevano andare alle donne. Eppure, questi gruppi stanno andando veramente molto bene. Partecipano molti uomini, ce li manda la Polizia, noi dichiariamo se fanno finta oppure se è vera la loro partecipazione. Nel periodo in cui partecipano al percorso sono liberi. Noi dichiariamo al magistrato se sono presenti o meno alle riunioni e poi facciamo una relazione finale. Se non fanno il percorso o se non lo fanno in maniera corretta, sono sottoposti alla pena giudiziaria prevista dal magistrato. Questi uomini che partecipano non sono autori di femminicidi, ma di violenza domestica.
Perché è importante lavorare anche con gli uomini violenti?
È importante capire che un problema complesso non si risolve soltanto difendendo le donne, perché non sono difendibili le donne, usciranno la sera a piedi, da sole, e saranno oggetto di violenza da parte dei maschi violenti. Bisogna lavorare anche sul maschile perché non sia più violento.
Curando i maschi noi evitiamo che ci sia una nuova violenza su un’altra donna.
Secondo lei è necessaria anche un’alleanza con chi è intorno alla donna?
Tutti sanno che una determinata donna viene sottoposta a violenza ma nessuno parla. Io non capisco questo comportamento. Non siamo in un ambiente di ‘ndrangheta, di mafia. Il problema è dichiarare di aver sentito gridare e di aver visto donne con occhi neri. Cioè di essere presenti e non semplicemente di fare come le tre scimmiette: bocca chiusa, orecchie chiuse e occhi chiusi.
Per vincere la battaglia, ci vuole l’impegno di tutti.

