L’estate è un periodo di vacanze e di relax, ma non per tutti. Se aumentano le fasce della popolazione che non possono permettersi di viaggiare per la precarietà economica, c’è chi soffre ancora di più perché vive in carcere. D’estate il sovraffollamento e il diminuire delle attività trattamentali, con l’aggravante dell’afa, particolarmente opprimente quest’anno, rendono la situazione ancora più pesante, come dimostra anche quanto avvenuto nel carcere di Viterbo, con un tasso di sovraffollamento al 170%, dove si sono registrati, nel giro di una decina di giorni, un omicidio per una rissa tra due gruppi etnici, una rivolta con un incendio scatenato dando fuoco ai materassi, un suicidio. Di tutto questo parliamo con don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.

Foto Calvarese/SIR
A Viterbo si sono registrati giorni molto difficili…
Quello che è successo a Viterbo diventa un po’ la fotografia dei diversi penitenziari italiani, non solo in questo periodo particolare dell’anno che è l’estate. Il sovraffollamento è un problema sempre attuale e non aiuta gli istituti a esercitare bene il lavoro di rieducazione e reinserimento dei detenuti, con un’attenzione particolare alle fasce più fragili. Certamente
ciò che è avvenuto a Viterbo ci fa comprendere la difficoltà che gli istituti stanno vivendo e in modo particolare anche la difficoltà della sicurezza.
La polizia penitenziaria è molto presente, ma tante volte è anche stanca, tante volte i poliziotti sono motivati ma anche loro sono in difficoltà perché manca il personale e in più – diciamolo francamente – le nuove leve che entrano sono persone che vogliono lavorare ma non hanno esperienza e non hanno ricevuto un accompagnamento. Tante volte i giovani finiscono i corsi e vengono immessi nel sistema. Noi vogliamo stare in modo particolare accanto alla polizia penitenziaria perché sappiamo bene che lavora all’interno con tante difficoltà e con mancanza anche di mezzi.
Don Raffaele, a Viterbo ci sono stati scontri tra detenuti di diverse etnie: questa è una nuova emergenza?
All’interno delle carceri c’è un sistema di comando anche tra di loro e si creano delle fasce di etnie diverse che vogliono emergere. Tutto questo può far nascere violenze gratuite all’interno degli istituti come può succedere anche fuori, in tanti ambienti. Sicuramente la non comprensione, il non dialogo tra le diverse etnie può sfociare anche in violenza. Il 16 luglio a Viterbo c’è stato anche un omicidio di cui non sappiamo precisamente le ragioni, ma certamente è causato anche dalla presenza delle diverse etnie, quindi tutto questo non favorisce un clima sereno all’interno dell’istituto. Anche l’incendio e il suicidio del detenuto marocchino a Viterbo indicano la forte esasperazione che si vive in carcere. Tutto questo influisce sul sistema penitenziario che non riesce più a dare quella possibilità di intraprendere un cammino di crescita sia umana sia di comunità.
Questa violenza tra gruppi etnici ostili tra di loro è un ulteriore aggravio anche per la polizia penitenziaria?
Sì, soprattutto
gli agenti devono gestire bene questi gruppi, separando le etnie in reparti diversi, quindi diventa molto più faticoso il lavoro della polizia penitenziaria.
Come giudica l’allarme che i boss comandano in galera? Pensa che sia un fatto nuovo?
Non è un fatto nuovo, perché ha radici molto più profonde. Adesso con tutti questi immigrati che ci sono ni nostri istituti penitenziari, si sono create, come dicevo prima, proprio delle fasce di comando tra questi gruppi. Prima poteva succedere con la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, adesso queste nuove etnie vogliono emergere all’interno degli istituti penitenziari, quindi si creano, purtroppo, dei gruppi di comando che vogliono essere al di sopra degli altri.
In estate il caldo acutizza le problematiche che affliggono sempre il carcere?
Il periodo estivo influisce molto sul disagio delle carceri perché il caldo certamente non aiuta:
sappiamo bene che le carceri sono fatte di cemento, quindi sono dei luoghi roventi nel periodo estivo e non è facile viverci reclusi.
D’estate diminuiscono anche le attività?
Sì, purtroppo il periodo estivo è stato sempre un tempo di grande fragilità, perché la scuola e i corsi finiscono e le diverse attività si fermano tra giugno e settembre, quindi la mancanza di attività e il caldo non favoriscono la tranquillità dei nostri istituti penitenziari. Tutto questo favorisce lo scaturire anche di violenze, com’è successo a Viterbo.
Cosa potremmo auspicare?
I nostri istituti hanno bisogno di una maggiore attenzione da parte di tutti, non soltanto da parte del Governo ma anche della società esterna, dei Comuni di appartenenza, della Provincia, perché il carcere appartiene a tutti, alla Chiesa, al Governo, alla Provincia, ai Comuni. Perciò, gli stessi Comuni e Province possono dare una mano con delle attività anche promozionali per favorire all’interno delle carceri momenti di svago, momenti di aggregazione.
La comunità esterna deve varcare le soglie del carcere per vivere un rapporto anche con coloro che sono ristretti.
Tutto ciò potrebbe essere di grande aiuto nel periodo estivo durante il quale il carcere tante volte viene abbandonato a se stesso.
D’estate restano le attività dei cappellani?
D’estate ci sono turni di volontari e di cappellani per non far mancare l’assistenza religiosa, ma non mancano difficoltà, perché diminuendo, per i periodi di ferie, il personale penitenziario, molte attività non possono essere svolte per motivi di sicurezza. Quindi, tutte le attività in estate ne risentono.

