Il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale (Gnpl), in ottemperanza alle previsioni della legge istitutiva, ha inviato ai presidenti delle Camere e ai ministri dell’Interno e della Giustizia, nel mese di aprile, la Relazione annuale sul lavoro svolto e sulle prospettive future negli ambiti di sua competenza. La Relazione, pubblicata venerdì 19 giugno sul sito del Garante, è riferita al 2024 e integrata dai dati del 2025.

(Foto Gnpl)
Sovraffollamento, l’ampliamento delle risorse abitative del sistema penitenziario e ancora più la manutenzione specie sotto il profilo igienico delle realtà esistenti: sono tra le necessità individuate da Riccardo Turrini Vita, presidente del collegio del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, nell’intervento che apre la Relazione, concentrando l’attenzione sulle persistenti criticità del sistema penitenziario italiano, evidenziando come esse continuino a incidere sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenute. Tra i problemi principali viene richiamato, per l’appunto, il sovraffollamento carcerario: nel rapporto fra sovraffollamento e edilizia carceraria, “il primo è conseguenza diretta dell’insufficienza della seconda”, dice il Garante. “Ogni mese, l’Amministrazione penitenziaria confessa quella circostanza con la pubblicazione delle statistiche: al 31 dicembre 2024, il numero dei posti in astratto (la cd capienza) era di 51.312, le persone detenute erano 61.861. Nel settore minorile, i detenuti presenti nello stesso fine d’anno erano 589 e i posti disponibili erano 561”, sottolinea, evidenziando che “le complessive condizioni degli stabilimenti penitenziari” sono apparse alle visite del Garante “sovente inadeguate rispetto alla legge penitenziaria italiana e, nei casi peggiori, tali da impingere nella violazione dei diritti dei detenuti”. Le criticità, insomma, riguardano non solo il numero dei posti disponibili, ma anche la qualità degli ambienti detentivi. Particolare rilievo viene attribuito alle condizioni materiali degli istituti. Turrini Vita osserva infatti che “il Garante nazionale vede con favore l’ampliamento delle risorse abitative del sistema penitenziario e ancora più la manutenzione specie sotto il profilo igienico delle realtà esistenti: è un necessario adempimento perché la pena non sia espiata in condizioni degradanti e dunque inumane”. Il presidente del collegio del Gnpl richiama le istituzioni alla necessità di intervenire con urgenza, affermando che
“rimuovere la violazione in atto di diritti fondamentali deve avere preminenza”,
sia come obbligo di giustizia nei confronti delle persone private della libertà, sia per evitare nuove condanne da parte degli organismi internazionali.
La Relazione dedica ampio spazio all’analisi della situazione del sistema penitenziario italiano, attraverso i dati raccolti dal Garante nazionale nel corso del 2024. L’attività dell’Autorità si è concentrata sul monitoraggio degli istituti penitenziari, sulla gestione delle segnalazioni e dei reclami, sull’analisi della popolazione detenuta e sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà. Nel corso del 2024 il Garante nazionale ha proseguito la propria attività di monitoraggio mediante visite agli istituti penitenziari e l’esame di 358 tra reclami e segnalazioni provenienti da detenuti, familiari, avvocati e associazioni. Le segnalazioni hanno riguardato principalmente: le condizioni materiali di detenzione; l’assistenza sanitaria; i trasferimenti; il diritto ai colloqui con i familiari; l’applicazione delle misure alternative; le problematiche relative al trattamento penitenziario. Le visite – 90 in 68 strutture, di cui 56 istituti penitenziari – hanno consentito di verificare direttamente le condizioni degli istituti e di formulare raccomandazioni alle amministrazioni competenti.
Il dato che emerge con maggiore evidenza dalla Relazione è il perdurare del sovraffollamento carcerario.
Al 31 dicembre 2024 erano presenti 61.861 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.312 posti. Il tasso medio nazionale di sovraffollamento si attesta così al 120,55%.
“Occorre inoltre considerare che 4.491 posti regolamentari non risultano effettivamente disponibili. La capacità reale degli istituti si attesta pertanto a 46.821 posti, con un conseguente indice di densità media del 132,12%”. Un’osservazione approfondita mostra come in alcune regioni – Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Lazio, Molise, Puglia e Veneto – la soglia del 130% è stata ampiamente superata. Dall’analisi dei dati emerge che “l’indice di sovraffollamento penitenziario supera la soglia regolamentare in pressoché tutte le regioni del Paese, con le sole eccezioni della Valle d’Aosta, del Trentino-Alto Adige e della Sardegna”. L’aumento complessivo della popolazione detenuta è imputabile, in parte, al frequente ricorso alla custodia cautelare in carcere, ma anche – e in misura rilevante – al numero crescente di persone che accedono in istituto a seguito di condanna definitiva. Il sovraffollamento ha effetti negativi sulla vivibilità degli spazi, sulla tutela della salute e sulla possibilità di svolgere attività trattamentali.
Per quanto riguarda la posizione giuridica, la maggior parte delle persone detenute sta espiando una condanna definitiva – 46.232 -, mentre permane una quota significativa di detenuti in attesa di primo giudizio, 9.348. Rispetto all’età, la popolazione detenuta è composta prevalentemente da adulti tra i 30 e i 59 anni – in totale 45.293 -, mentre risultano in aumento le persone detenute ultrasessantenni, con conseguenti esigenze sanitarie e assistenziali sempre più complesse. Le donne rappresentano una quota ridotta della popolazione detenuta (il 4,4% del totale), ma presentano bisogni specifici, soprattutto con riferimento alla tutela della maternità, alla presenza di figli minori e all’accesso a servizi sanitari adeguati. “La maggior parte di esse è ristretta in sezioni femminili di istituti maschili, con conseguente limitato accesso alle attività trattamentali dedicate”. Le persone di cittadinanza straniera costituiscono “il 31,84% del totale. In 17 istituti la percentuale di stranieri varia tra il 60% e il 69%, mentre in 2 istituti essa supera il 70%”. La Relazione richiama le difficoltà legate alla mediazione linguistica, all’accesso alle informazioni e ai percorsi di reinserimento sociale.
Al 31 dicembre 2024 gli Istituti penali per i minorenni ospitavano 589 giovani, a fronte di 561 posti disponibili.
“Treviso, Milano e Firenze si trovano in una situazione di forte sovraccarico, mentre centri come Roma femminile, Palermo e Potenza operano con una disponibilità residua”. Inoltre, “al 31 dicembre 2024, delle 589 persone detenute negli Ipm, risultano 295 cittadini italiani (50,1%) e 294 stranieri (49,9%), in una situazione di quasi perfetta parità che pone rilevanti interrogativi di carattere culturale, linguistico e socio-educativo”. I minori stranieri mostrano la tendenza a commettere reati contro il patrimonio, con 540 casi rispetto ai 485 degli italiani. In particolare, la rapina è significativamente più frequente tra gli stranieri con 335 casi contro i 224 degli italiani. I minori italiani, invece, presentano una maggiore inclinazione nei delitti contro la persona, con 243 casi rispetto ai 179 degli stranieri. “Questa differenza – sostiene la Relazione – suggerisce dinamiche criminologiche diverse, con i minori stranieri più coinvolti in reati acquisitivi e quelli italiani in reati violenti interpersonali”.
Il Garante individua numerose criticità riguardanti le condizioni di vita negli istituti. Tra le principali, celle sovraffollate, edifici spesso obsoleti, servizi igienici non adeguatamente separati dagli spazi di vita, carenze manutentive, limitata disponibilità di spazi comuni e attività trattamentali. Condizioni che incidono direttamente sulla dignità delle persone detenute e sulla finalità rieducativa della pena. Per il Gnpl,
“la questione che desta maggiore preoccupazione riguarda il sistema sanitario penitenziario e, conseguentemente, la tutela del diritto alla salute delle persone private della libertà personale”.
C’è una diffusa difficoltà nell’ottenere cure adeguate e tempestive per carenza di personale sanitario, ritardi nelle visite specialistiche, difficoltà nei trasferimenti verso strutture ospedaliere. Per il Garante, poi, “un elemento di crescente attenzione riguarda l’aumento costante delle persone con disagio psichico, frequentemente prive di diagnosi adeguata o collocate in contesti non idonei”. Tuttavia, “le sezioni di riferimento, identificate come Articolazioni per la tutela della salute mentale, risultano di ricettività limitata e non sono sempre in grado di soddisfare le concrete necessità di accertamento, cura e trattamento. In alcuni istituti, tali spazi risultano assenti o non realmente fruibili”.
Altro fronte caldo è costituito dalle voci lavoro e reinserimento sociale. Infatti, benché il lavoro sia un elemento cardine del trattamento penitenziario, “la realtà operativa evidenzia che gli istituti penitenziari non sono in grado di offrire opportunità lavorative sufficientemente qualificate o tali da rappresentare un effettivo strumento di risocializzazione”, denuncia la Relazione. Il disagio vissuto dalle persone ristrette emerge con chiarezza dall’analisi della quantità e della tipologia degli eventi critici (ad esempio, aggressioni, atti di autolesionismo) che si registrano quotidianamente negli istituti penitenziari. Tra questi,
il fenomeno dei suicidi in carcere: sono stati 83 nel 2024 (erano stati 84 nel 2022 e 68 nel 2023).
Un’ulteriore criticità riguarda la cronica insufficienza di personale.

