L’incentivo di 615 euro agli avvocati per favorire i rimpatri volontari delle persone migranti “è un’ingerenza molto forte, anche sul piano etico, nelle professioni coinvolte. Introdurre una logica di profitto in ambiti così delicati può comprimere la libera attività di patrocinio e favorire dinamiche poco trasparenti”. E’ il parere da giurista di Manuela Di Marco, di Caritas italiana, commentando al Sir l’approvazione definitiva oggi alla Camera dei deputati del Decreto sicurezza, con 162 voti favorevoli e 102 contrari ed un astenuto. A questo proposito il Consiglio dei ministri ha anche approvato un decreto con disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti, che amplia la platea degli incentivi anche ad altre figure, probabilmente mediatori e operatori. Si è in attesa del via libera del Colle.
Sui fronte migrazioni quali sono gli aspetti del decreto legge che preoccupano di più la Caritas? Gli incentivi agli avvocati per favorire i rimpatri volontari assistiti hanno fatto molto discutere.
L’articolo 30 bis introduce incentivi per gli avvocati che gestiscono pratiche di rimpatrio. Ha suscitato forti perplessità da parte del Presidente della Repubblica, perché si prevede un compenso anche prima che il rimpatrio sia effettivamente avvenuto. Tutta la vicenda ha portato il governo a impegnarsi a pubblicare, parallelamente all’approvazione del decreto legge, un decreto correttivo. Da quanto trapelato sulla stampa, si prevede di estendere il compenso non solo agli avvocati, ma anche ad altre figure del terzo settore che accompagnano i percorsi dei migranti, come i mediatori. Inoltre, si ipotizza che il compenso possa spettare anche nel caso di rimpatrio non effettuato. Questo ci preoccupa per diversi motivi. Innanzitutto, c’è il rischio che l’introduzione di incentivi economici, anche indiretti, possa condizionare i percorsi di accompagnamento, che invece dovrebbero basarsi esclusivamente sull’interesse della persona, sulla libertà di scelta e si diano informazioni corrette che permettano una valutazione personale consapevole. Queste decisioni non possono essere influenzate da logiche premiali, perché ciò compromette il libero arbitrio e la piena formazione della volontà della persona. Si rischia che l’adesione al programma avvenga sotto la spinta di legali o altri operatori che agiscono anche nel proprio interesse.
È un’ingerenza molto forte, anche sul piano etico, nelle professioni coinvolte.
Introdurre una logica di profitto in ambiti così delicati può comprimere la libera attività di patrocinio e favorire dinamiche poco trasparenti. È qualcosa che non serve e che, a ben vedere, non ha nulla a che fare con un decreto sicurezza.
Quindi rischia di instaurarsi una logica di profitto sulla pelle dei migranti?
Esattamente. Sembra quasi che, sapendo che esiste già un giro di denaro legato all’ingresso delle persone, si voglia legalizzare una logica simile anche per favorirne l’uscita. Abbiamo già visto molte pratiche poco trasparenti e non ne abbiamo bisogno.
Dovremmo invece ricentrarci sul rispetto della libertà individuale e della valutazione personale.
È vero che questa misura nasce in un contesto in cui i dati sui rimpatri volontari assistiti in Italia sono molto bassi. Tuttavia, molte persone riescono a restare perché si inseriscono in un mercato del lavoro che ne ha bisogno, oppure cercano opportunità altrove. Alla fine, chi ci perde è il nostro Paese, che perde risorse. Se ci sono fondi disponibili, dovrebbero essere investiti per favorire percorsi di inclusione. Abbiamo grandi difficoltà nel regolarizzare le persone e nel rispettare i tempi delle procedure di ingresso: su questo dovremmo rafforzarci, invece di spendere soldi per rimpatri costosi e numericamente limitati.
Spieghiamo meglio cosa sono e i numeri reali dei rimpatri volontari assistiti.
Sono programmi finanziati anche attraverso strutture delle Nazioni Unite, strumenti utili e spesso richiesti dalle stesse persone migranti, che chiedono supporto per tornare nel proprio Paese quando ritengono conclusa l’esperienza in Italia.
Questi programmi, che coinvolgono solo 600-650 persone l’anno – vanno mantenuti, ma la scelta deve restare della persona.
Il problema è che sono spesso intermittenti, perché dipendono dai finanziamenti. Piuttosto che introdurre incentivi “a cottimo”, bisognerebbe rafforzare questi strumenti e renderli credibili per chi deve reinserirsi nel proprio Paese.
Per gli avvocati si pone anche un problema di trasparenza e di etica professionale?
Certamente. Si introduce una logica di profitto che rischia di attirare professionisti poco qualificati, alimentando un sottobosco di figure che operano per guadagno, magari convincendo le persone a prendere decisioni che non sono realmente loro. Un avvocato non deve convincere, ma proporre strategie.
Qui c’è un cambio di paradigma molto preoccupante: si mina l’imparzialità della professione. Lo stesso vale per mediatori e operatori,
che dovrebbero fornire informazioni neutrali, non orientare le scelte. È un tentativo di fare “cassa” sui rimpatri per dimostrare che l’Italia li realizza, dato che i numeri sono molto bassi — circa 600-640 l’anno scorso. Ma se lo strumento non funziona, bisogna chiedersi perché: forse perché non è adeguatamente finanziato o conosciuto? Invece di intervenire su questi aspetti, si rischia di smantellare i principi etici e deontologici di professioni che dovrebbero restare imparziali.
Si insiste sui rimpatri, ma quando si parla di immigrati restano problemi burocratici.
Sì, dovremmo guardare l’intera filiera, non solo la fase finale del rimpatrio. Ad esempio, i dati mostrano che molte pratiche non vengono lavorate per carenza di personale negli uffici. A fronte di quote elevate previste dai decreti flussi, solo una piccola percentuale viene effettivamente gestita. Dovremmo invece creare un sistema efficiente che permetta alle persone di ottenere rapidamente un permesso di soggiorno e inserirsi legalmente nel mercato del lavoro. È contraddittorio aumentare le quote e poi non garantire i permessi.
In generale, come valuta il decreto sicurezza?
La criminalità non nasce dal nulla. Molte misure puntano sull’inasprimento delle sanzioni, soprattutto verso i giovani, senza affrontare le cause profonde. Quali alternative vengono offerte? Mancano investimenti in spazi e opportunità. La sanzione è un palliativo: i più fortunati emigrano, i più fragili rischiano la marginalità. Sono politiche che non incidono sulle radici del problema.
Ieri l’avvocato della Corte di Giustizia Ue ha dato parere favorevole ai centri in Albania, purché vengano rispettati i diritti dei migranti. Cosa ne pensate?
È una partita ancora aperta. La misura rientra nelle politiche di esternalizzazione delle frontiere: è costosa, poco chiara e non garantisce adeguatamente i diritti, collocando le persone in contesti isolati. Considerati i costi elevati, non sembra una priorità. Inoltre si tratta solo di un parere: la Corte si è espressa finora diversamente. Vedremo gli sviluppi.

