Mercoledì 4 marzo nella cattedrale di Nola si sono celebrati i funerali di Domenico Caliendo, due anni e mezzo, morto dopo un trapianto di cuore fallito all’Ospedale Monaldi di Napoli. “Come ha sottolineato il vescovo Francesco Marino, nell’omelia delle esequie, Domenico, in queste lunghe e atroci settimane, è diventato un po’ figlio di tutti noi, della nostra comunità parrocchiale in particolare”, dice al Sir don Lello Afiero, parroco di Maria Santissima della Stella a Nola, frequentata dalla famiglia del bimbo.
Don Lello, come uomo di fede, come ha vissuto questa tragedia e come ha potuto aiutare la famiglia ad affrontare un dramma di questa portata?
Alla base c’è l’umanità che viene fuori da parte di tutti noi, anche da parte mia che sono un uomo di Chiesa, ci sono tante domande, tanti dubbi. Ma poi ci si apre alla prospettiva di fede. Sono stato accanto alla famiglia, semplicemente con la vicinanza, perché in queste tragedie non c’è bisogno di parole, le parole sono fine a se stesse, in questi casi c’è bisogno di far sentire la propria vicinanza, il proprio calore, il proprio affetto, il proprio amore.
I genitori di Domenico hanno mostrato tanta dignità e tanta forza.
Penso che i genitori veramente siano stati dei modelli, soprattutto la mamma: ha mostrato una grande dignità in questo dolore, ha insegnato veramente tanto a tutti quanti noi su come affrontare un dolore forte, con grande dignità e con grande fede.
Patrizia e Antonio hanno altri due figli e anche nei giorni del loro calvario la mamma non ha fatto mancare anche a loro la sua presenza…
Sì, hanno altri due figli: Anthony di 11 anni e Giovanna di 5 anni. Il più grande ha ricevuto due anni fa la prima comunione in parrocchia. Anthony è molto timido, molto schivo; Giovanna, invece, è una bambina più intraprendente. La mamma è sempre stata presentissima anche con loro in questi mesi difficili. Al mattino dopo aver fatto tutto il necessario con i figli e averli accompagnati a scuola, andava in ospedale, ma poi tornava sempre a casa e ai figli non ha fatto mancare mai nulla: il suo amore di madre e la sua vicinanza sempre. Ma anche noi come famiglia parrocchiale siamo vicini a questi due bambini e non manca la vicinanza degli amichetti.
La parrocchia si fa prossima a tutta la famiglia…
Sì, con il sostegno della fede e della vicinanza, se dovesse servire anche qualche altra cosa, la comunità c’è, ma è una famiglia molto dignitosa. Se avessero bisogno, ci siamo in tutto e per tutto come comunità, perché
siamo una sola famiglia e loro sono una parte integrante di noi stessi.
Siamo una famiglia di famiglie, come dovrebbero essere tutte le comunità.
Una bella iniziativa della famiglia di Domenico è l’idea di creare una Fondazione a suo nome.
È stata una bella intuizione, perché sarà a sostegno di tutti quei bambini che ne avranno bisogno, aiuterà i bimbi in cerca di nuovi organi e contrasterà i casi di malasanità.
Nell’omelia per i funerali il vescovo Marino ha detto che in questa triste vicenda si possono cogliere delle “bellezze collaterali”: quali secondo lei?
Ho visto l’affetto e la vicinanza di un popolo, che anche in questi momenti tristi, tragici, si è fatto prossimo. C’è stata una tragedia, che paradossalmente ha unito.
Mons. Marino ha parlato anche dell’importanza della donazione di organi e di non spezzare l’alleanza fiduciaria tra medico e paziente, malgrado quello che è successo.
L’uomo può sbagliare, sicuramente, ma anche di fronte a questa tragedia non bisogna generalizzare. Il nostro vescovo ha anche invitato ad avere un atteggiamento di umiltà e di non sentirci mai onnipotenti, anche quando siamo molto competenti, perché siamo responsabili tutti, evidentemente, a qualsiasi livello. L’onnipotenza è solo di Dio, guai quando pensiamo di metterci al di sopra.
Ai genitori il presule ha ricordato che l’amore non va perduto…
Certo, l’amore che Dio ci ha dato, che ha donato a ciascuno di noi, che torna a ciascuno di noi, deve essere sempre più alimentato. E
la morte di questo bambino io penso che non faccia altro che alimentare ancora di più l’amore. L’amore anche nella comunità stessa. Un amore che ci unisce come comunità, che ci unisce come famiglia.
Un amore che resterà anche quando si spegneranno i riflettori sul caso?
Sì, è un amore che non è fine a se stesso, non è solo per questi giorni.
Non è un amore emozionale. Penso che sia veramente un amore viscerale. Almeno è così per quanto concerne la nostra comunità.
E questo darà forza ai genitori e ai fratellini.
Di fronte a una tragedia come quella di Domenico, quando c’è anche la probabilità che ci sia stato alla base un errore umano, può esserci il rischio di un umanissimo desiderio di vendetta, di rivalsa, di rabbia. Come si vince tutto questo?
La tentazione umana di provare questi sentimenti sicuramente c’è e si unisce a tanti perché. Ma non dobbiamo farci prendere da questa tentazione, perché effettivamente è una tentazione del demonio. L’uomo, lo sappiamo, è fallace. Ma questo non deve condannare un intero sistema, come giustamente ha detto Patrizia, nei confronti della struttura ospedaliera. Non si può mettere alla gogna un ospedale intero, un’eccellenza intera per un errore umano. Su questo sarà la giustizia a fare il suo corso. Anche questo deve esserci. Ma se lasciamo prevalere il male con sentimenti di vendetta, di rivalsa, di rabbia, stiamo male noi stessi. Perché il male richiama altro male. Questo è il problema.
Cosa ci insegna la vicenda del piccolo Domenico?
Ci insegna a vivere anche nel dolore, ma con un abbraccio fraterno. Nella prospettiva della fede e dell’amore. Nella speranza, che per noi cristiani è veramente certezza, nella speranza di rincontrarci domani.

