Il deserto per la Ferragni

Auguriamo a Chiara, al marito Federico (col quale speriamo che si riconcili), e a tutti noi, di saper leggere nel modo più costruttivo possibile le crisi e i fallimenti, senza difese vittimistiche o giustificazioni dettate dalla paura, bensì imparando a vedere in ogni fine un nuovo possibile inizio in una maggiore, genuina libertà di amare e di essere se stessi

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Un anno fa affrontammo la vicenda della scomparsa e ricomparsa di Fedez dai social, tentando un’analisi dell’evento nel senso della possibilità costruttiva del trapelare della fragilità, che avrebbe potuto portare i Ferragnez a una rivisitazione generale delle loro motivazioni e priorità rispetto alla loro continua sovraesposizione. Allora concludevamo scrivendo: “Cari Federico e Chiara, spegnete quelle telecamere, chiudete i ‘profili’ (che per definizione non permettono mai di vedersi in volto, tant’è che nelle icone solo i cattivi sono raffigurati di profilo), e godetevi la vostra vita agiata, finché vi è dato dalla Provvidenza: l’accoglienza della vita dei vostri bambini, l’attraversamento dell’esperienza della malattia, e il bisogno di reciproco sostegno vi hanno probabilmente reso sufficientemente maturi per poter finalmente entrare nel mondo adulto, riponendo balocchi che per voi, e per chi vi segue, si rivelano sempre più le trappole che sono”.

Che non fosse esattamente quello il trend che la coppia aveva raccolto dall’esperienza della crisi e della malattia lo si poté evincere da quanto accaduto un paio di mesi dopo, con la polemica esplosa dopo che delle foto osé della Ferragni avevano suscitato l’indignazione di alcune bambine presto censurate da Instagram (le bambine, non le foto), ma che nondimeno avevano dato l’avvio a un primo esodo di ammiratori delusi. Anche di questo ci toccò scrivere, presagendo e auspicando che il risveglio delle coscienze prima o poi sarebbe arrivato dai più giovani: “Hai ragione Chiara: è un bene che i puritani di undici anni si arrabbino, perché sarà la loro rabbia, un giorno, a buttare via tutto il pattume che il sistema che ti usa e ti arricchisce gli propala, e così, forse, sarai libera anche tu di essere davvero te stessa, finalmente”.

In qualche modo sembra che i fattori di crisi più o meno artificiosamente comparsi in questi episodi menzionati oggi presentino il conto alla coppia più esposta d’Italia, e nel giro di pochi mesi la Ferragni è stata travolta dallo “scandalo dei pandori”, con tanto di incriminazioni, accuse, necessari mea culpa, e da una crisi che sembra irreversibile con il marito. E in tutto ciò, un’emorragia continua di followers, direttamente proporzionale alla crescita degli haters, che ormai hanno reso il brand dell’occhio azzurro più esiziale di quello di Medusa per qualunque azienda osi solo accennare al fatto che Chiara è passata dalle sue parti, come è accaduto a fine gennaio all’Hotel de Mascognaz in Val d’Aosta, costretto a rimuovere le foto della Ferragni dal proprio profilo Instagram per la valanga di insulti ricevuti dopo averle postate: “O fortuna, velut luna!”.

Nemmeno l’intervista da Fazio, avvenuta domenica 3 marzo e che ha meritato quasi un 15% di share alla trasmissione, è servita di fatto ad alcunché: i “seguaci” continuano ad abbandonare, l’incantesimo è rotto.

Nel libro del profeta Isaia c’è un passo che può aiutare a decifrare in una chiave più spirituale questa vicenda, così da darci spunti non tanto sulla situazione di una specifica persona (o di una coppia), le cui sorti sono sempre nelle mani di Dio, bensì, più in generale, sulla nostra vita e le nostre illusioni. Isaia si rivolge alla grande Babilonia, tronfia del suo potere economico e militare, nonché della sofisticatezza dei suoi saperi arcani:

Tu pensavi: “Sempre/ io sarò signora, in perpetuo”./ Non ti sei mai curata di questo,/ non hai mai pensato quale sarebbe stata la sua fine./ Ora ascolta questo,/ o voluttuosa che te ne stavi sicura,/ e pensavi: “Io e nessun altro!/ Non resterò vedova,/ non conoscerò la perdita di figli”./ Ma ti accadranno queste due cose,/ d’improvviso, in un sol giorno;/ perdita di figli e vedovanza/ piomberanno su di te in piena misura,/ nonostante la moltitudine delle tue magie,/ la forza dei tuoi molti scongiuri./ Confidavi nella tua malizia, dicevi:/ “Nessuno mi vede”./ La tua saggezza e il tuo sapere/ ti hanno sviato./ Eppure dicevi in cuor tuo:/ “Io e nessun altro!”./ Ti verrà addosso una sciagura/ che non saprai scongiurare;/ ti cadrà sopra una calamità/ che non potrai evitare./ Su di te piomberà improvvisa una catastrofe/ che non avrai previsto (Isaia 47, 7-11).

Quando si raggiunge l’apice delle sicurezze ottenute attraverso la forzatura del reale, che si tratti di violenza fisica o ideologica, di imposizione di sé allo sguardo o di manipolazione, o di altri stratagemmi che la tentazione suggerisce alla nostra paura e ai nostri vuoti, proprio allora inizia la caduta.

“Io e nessun altro!”. E proprio allora, quando ci sentiamo il centro dell’universo, quanto temevamo si realizza, perché quelle strategie impiegate per affermarci, per stare tranquilli e sazi, per vincere, in realtà portavano in sé il seme della loro stessa rovina, in quanto erano suggerite dalla paura, e la paura realizza sempre se stessa – e la potente città viene rasa al suolo, e l’influencer diventa uno zimbello.

Perché Dio permette questo? Per risentimento? Per “dare una lezione”?

Ovviamente no. Dio ci ama teneramente, e se permette le crisi è solo per farci fare un cammino che, man mano, ci faccia spogliare dei nostri autoinganni, manie e sovrastrutture, e ci consenta di tornare a Lui. È un altro profeta, Osea, a suggerircelo:

Perciò ecco, ti chiuderò la strada con spine,/ la sbarrerò con barriere/ e non ritroverà i suoi sentieri./ Inseguirà i suoi amanti,/ ma non li raggiungerà,/ li cercherà senza trovarli./ Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima,/ perché stavo meglio di adesso”./ Non capì che io le davo/ grano, vino nuovo e olio,/ e la coprivo d’argento e d’oro,/ che hanno usato per Baal./ Perciò, ecco, io la sedurrò,/ la condurrò nel deserto/ e parlerò al suo cuore (Osea 2, 8-10.16).

Auguriamo a Chiara, al marito Federico (col quale speriamo che si riconcili), e a tutti noi, di saper leggere nel modo più costruttivo possibile le crisi e i fallimenti, senza difese vittimistiche o giustificazioni dettate dalla paura, bensì imparando a vedere in ogni fine un nuovo possibile inizio in una maggiore, genuina libertà di amare e di essere se stessi.

Altri articoli in Italia

Italia