Venezia80. Alla Mostra tre autori di peso Michael Mann, Luc Besson e Pablo Larraín

Lo statunitense Michael Mann, che presenta “Ferrari” interpretato con vigore da Adam Driver, ritratto del pilota Enzo Ferrari fondatore della nota casa automobilistica. È girato negli Stati Uniti l’ultimo film del regista francese Luc Besson, “Dogman”, una storia di emarginazione sociale struggente e disturbante, con un cammino di sofferenze illuminato dalla grazia. Infine, torna nuovamente in concorso al Lido il regista cileno Pablo Larraín con “El Conde”, film che rilegge il trauma della dittatura del generale Augusto Pinochet, tratteggiato come un vampiro insaziabile. Il punto Cnvf-Sir

(FERRARI. Actor Adam Driver - Credits Eros Hoagland)

Tre autori, espressioni di tre importanti cinematografie, in gara nel secondo giorno all’80ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia. Anzitutto lo statunitense Michael Mann, che presenta “Ferrari” interpretato con vigore da Adam Driver, ritratto del pilota Enzo Ferrari fondatore della nota casa automobilistica. Uno sguardo in chiaroscuro nell’Italia del 1957, tra relazioni familiari e sfide in pista, nella Mille Miglia. È girato poi negli Stati Uniti l’ultimo film del regista francese Luc Besson, “Dogman”, una storia di emarginazione sociale struggente e disturbante, che sembra muoversi tra “Joker” e “The Whale”, con un cammino di sofferenze illuminato dalla grazia. Protagonista uno sbalorditivo Caleb Landry Jones. Infine, torna nuovamente in Concorso al Lido il regista cileno Pablo Larraín con “El Conde”, film che rilegge il trauma della dittatura del generale Augusto Pinochet. A spiazzare è il genere e lo stile del racconto, il ricorso alla commedia nera, nerissima, dalle sfumature gotico-fantastiche. Pinochet è tratteggiato come un vampiro insaziabile. Il punto Cnvf-Sir

“Ferrari” – Film in concorso
Il granitico regista statunitense Michael Mann, autore di film cult come “L’ultimo dei Mohicani” (1992), “Heat” (1995) e “Collateral” (2004), ritorna a Venezia con un film che ha radici italiane. Parliamo del biopic “Ferrari”, ritratto del fondatore della casa automobilistica del cavallino rampante al crocevia tra fallimento e rilancio. Girato però lo più a Modena, l’opera ci accompagna alla scoperta del mondo professionale e interiore di Enzo Ferrari, in un momento in cui sembra poter perdere tutto, famiglia e azienda. Protagonista è Adam Driver, affiancato da Penélope Cruz, Shailene Woodley, Patrick Dempsey, Daniela Piperno e Lino Musella.

(PHOTOCALL_-_FERRARI_-_P._Dempsey__D._Piperno__M._Mann__A._Driver__Credits_Giorgio_Zucchiatti_La_Biennale_di_Venezia_-_Foto_ASAC)

La storia. Modena 1957, Enzo Ferrari si trova a dover prendere delle decisioni difficili. La sua azienda non vende più come un tempo e in pista, nelle gare, i tempi non infrangono più i record. A questo si aggiungono sofferenti pagine personali: ha da poco perso il figlio Dino e il rapporto con la moglie Laura è disperso. A rendere meno amare le sue giornate è la relazione con la giovane Lina Lardi, da cui ha avuto un figlio, Pietro. La Mille Miglia può rappresentare un momento di svolta…

(FERRARI -Credits_Eros_Hoagland)

“Ho cercato di far rivivere le passioni e il fascino di Enzo, la sua arguzia pungente, la devastante perdita del figlio, le sfuriate teatrali, il bisogno di un rifugio emotivo, la tragedia, la monumentale scommessa su una singola gara e la lotta per la sopravvivenza”. Così il regista Michael Mann, che traccia il perimetro del suo film, un biopic che in verità prende in esame una piccola parte della vita del personaggio: l’autore è rimasto infatti colpito dagli accadimenti avvenuti nel 1957.

Mann, muovendosi su un copione firmato da Troy Kennedy Martin, è abile nell’alternare piano interiore del protagonista e la dimensione imprenditoriale. Corre veloce nelle curve dell’animo di Enzo Ferrari, come pure sulle strade della Mille Miglia. L’adrenalina, l’agone sportivo, si impastano con i silenzi, il dolore sottopelle per la morte del figlio Pietro; ancora, entrano in campo note di tenerezza con un nuovo amore e la seconda paternità. Michael Mann convince nella gestione dei piani narrativi, mantenendo un ritmo serrato e ben calibrato. La messa in scena delle gare in pista e lungo le strade italiane è affascinante e coinvolgente. Purtroppo, il film accusa un calo di tensione del racconto sul finale, dove l’autore sembra voler chiudere in maniera asciutta e sbrigativa. Peccato. In evidenza le interpretazioni dei protagonisti, in testa Adam Driver e Penélope Cruz. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

“Dogman” – Film in concorso
“Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane”. È la riflessione del poeta Alphonse de Lamartine che apre il nuovo film di Luc Besson, “Dogman”. Il regista francese, che ha firmato titoli di grande risonanza come “Le Grand Bleu” (1988), “Nikita” (1990), “Léon” (1994) e “Il quinto elemento” (1997), si addentra nella società americana per raccontare una storia di privazioni, violenza e di riscatto, sino a contemplare l’orizzonte della salvezza. A ispirarlo, un articolo di cronaca su una famiglia francese che ha tenuto segregato in gabbia il proprio figlio di cinque anni.

La storia. Stati Uniti oggi, Douglas (Caleb Landry Jones) è un giovane uomo sulla trentina che viene arrestato dalla polizia vestito da Marylin Monroe e alla guida di un furgone pieno di cani randagi. Condotto in cella, è interrogato dalla psichiatra Evelyn (Jojo T. Gibbs). Douglas si dimostra subito collaborativo raccontandole la sua difficile storia, sin dall’infanzia dove era costretto a subire percosse e violenze psicologiche, al punto da essere richiuso per lungo tempo in una gabbia di cani in giardino. Esperienza che lo segna irreparabilmente, facendogli perdere fiducia negli esseri umani ma trovando solido conforto negli amici a quattro zampe…

(DOGMAN – Actor Caleb Landry Jones -Credits_Shana_Besson)

Luc Besson compone un quadro sociale livido e tragico, il racconto di un “ultimo” rifiutato da tutti, in primis dai suoi genitori, che trova conforto solo negli amici animali. Un disgraziato che non appare molto distante dall’Arthur Fleck del film “Joker” (2019) di Todd Phillips, cui non rimaneva altro che abbandonarsi alla violenza per arrestare il corso di ingiustizie e delusioni. In “Dogman” la traiettoria sembra simile, anche nella messa in scena cupa e nello stile fosco, dolente. Il film però prende una piega diversa – nonostante la violenza sia un elemento centrale, in linea con “Nikita” e “Leon” –, delineando l’animo di Douglas non incline a perdersi nei sentieri del male, bensì desideroso di guadagnare la pace, di un abbraccio riconciliante e misericordioso. In questo “Dogman” si carica di un simbolismo religioso, dalle sfumature cristologiche, con similitudini a “The Whale” di Darren Aronofsky. Un film denso e importante, che si mette di fatto già in lizza per il Leone d’oro. “Dogman” è complesso, problematico, per dibattiti.

“El Conde” – Film in concorso
Originario di Santiago del Cile, classe 1976, Pablo Larraín ha una decina di titoli all’attivo con cui si è imposto nei principali festival internazionali: si ricordano “No. I giorni dell’arcobaleno” (2012), “Jackie” (2016) e “Spencer” (2021). A Venezia torna in gara con un titolo curioso e provocatorio, “El Conde” (su Netflix dal 15.09): raccontare la “parabola” del dittatore Augusto Pinochet in Cile attraverso una storia dark, gotica e sarcastica. Girato con uno splendido bianco e nero, il film ci propone Pinochet come un vampiro vissuto oltre duecento anni che si ciba di cuori e sangue per rimanere in vita e ringiovanire ogni volta.

(EL_CONDE_-_Actor_Jaime_Vadell__Credits_Netflix_)

La cornice surreale non deve però indurre a sminuire il taglio del racconto che è apertamente politico, accusatorio, nei confronti non solo del dittatore cileno ma anche di altre figure di potere dello stesso periodo. Persino la Chiesa finisce nel mirino di Larraín, che la propone con diverse sfumare: alterna sguardi spirituali a slanci terreni, come l’interesse per beni e proprietà. Un film originale e irriverente che si muove su un binario di rivendicazione civile, provando a declinare l’orrore della dittatura con un linguaggio narrativo seducente per le nuove generazioni. Buone le intenzioni, ma non tutto torna correttamente. Complesso, problematico, per dibattiti.

La nota critica di Massimo Giraldi, presidente Cnvf – Giuria Signis
“Tre autori che lasciano il segno nel cartellone di Venezia80. Da un lato Michael Mann ripropone tutta la sua abilità nell’orchestrare film carichi di adrenalina e azione. Il suo ‘Ferrari’ non delude nello stile, ma si muove incerto nello svolgimento del racconto. Comunque si tratta di una proposta di livello, ben corroborata da Adam Driver. Stupisce in positivo il ritorno di Luc Besson con ‘Dogman’, nella rappresentazione di un emarginato dalla società che trova la forza di andare avanti grazie all’amore per gli animali. Un film che alterna violenza e dolcezza e che non può lasciare indifferenti. Infine, Pablo Larraín conferma il suo talento ma anche la predilezione per un cinema tagliente e ostico, senza compromessi”.

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