“The Whale” con Brendan Fraser da Oscar e “Argentina, 1985” con l’ottimo Ricardo Darín

Attori che fanno la differenza, capaci di illuminare storie complesse e sofferte che meritano attenzione. È il nesso che lega due film in sala da giovedì 23 febbraio ora in corsa per gli Oscar. Il primo è “The Whale”, intenso e poetico dramma esistenziale diretto da Darren Aronofsky, che segna il ritorno di Brendan Fraser. Arriva poi in sala grazie a Lucky Red,  il legal drama a sfondo storico “Argentina, 1985” di Santiago Mitre con un magnifico Ricardo Darín. Il racconto del processo che ha fatto la storia democratica dell’Argentina

(Copyright A24 Protozoa-Pictures)

Attori che fanno la differenza, capaci di illuminare storie complesse e sofferte che meritano attenzione. È il nesso che lega due film in sala da giovedì 23 febbraio, titoli in Concorso alla 79a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e ora in corsa per gli Oscar. Il primo è “The Whale”, intenso e poetico dramma esistenziale diretto da Darren Aronofsky, che segna il ritorno di Brendan Fraser: il divo dei kolossal anni ’90, dopo un periodo vissuto nell’ombra, riconquista Hollywood con una performance struggente, di rara bravura. Arriva poi in sala grazie a Lucky Red, dopo il passaggio veneziano e lo sbarco su Prime Video, il legal drama a sfondo storico “Argentina, 1985” di Santiago Mitre con un magnifico Ricardo Darín. Il racconto del processo che ha fatto la storia democratica dell’Argentina, con la condanna del generale Videla e di diversi vertici militari responsabili di torture ai danni della popolazione, scoperchiando la piaga dei desaparecidos. Per non dimenticare. Il punto Cnvf-Sir.

“The Whale” (Cinema, 23.02)
“Ciò che amo di ‘The Whale’ è il suo invito a trovare l’umanità in personaggi che non sono né totalmente buoni né totalmente cattivi che vivono nella zona grigia in cui ci troviamo tutti e che hanno delle vite interiori estremamente ricche e intricate”. Così il regista Darren Aronofsky presentando il suo ultimo film, che aggiunge: si tratta di personaggi che “hanno tutti commesso degli errori, ma li accomunano un cuore enorme e il desiderio di amare anche quando gli altri sembrano rifiutare l’amore. È una storia che si pone una domanda semplice ma fondamentale: possiamo salvarci a vicenda? È un tema cruciale oggigiorno, specialmente perché sembra che sempre più spesso le persone tendano a non guardare l’altro e a voltargli le spalle”.
L’autore statunitense in venticinque anni di carriera ha firmato otto film, opere dalla marcata forza narrativa, oscillanti tra toni disturbanti, poetici e spirituali. Tra questi: “The Wrestler” (2008, Leone d’oro), “Il cigno nero” (2010) e “Noah” (2014). Con “The Whale” è tornato per la quinta volta in Concorso alla Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e ora è in gara per gli imminenti Academy Awards in tre categorie: attore protagonista, attrice non protagonista e trucco-acconciatura. L’opera prende le mosse dal copione teatrale scritto da Samuel D. Hunter, che ne firma anche l’adattamento cinematografico.

La storia. Stati Uniti, oggi. Charlie (Brendan Fraser) è un cinquantenne professore di Letteratura, chiuso da tempo in casa, in solitudine, obeso e con problemi di deambulazione. Dà lezioni ai suoi studenti da remoto, attraverso piattaforme streaming, tenendo però la webcam sempre disattivata per non farsi vedere. Charlie ha un rapporto malsano con il cibo: lo usa in chiave punitiva, autodistruttiva, per anestetizzare i sensi di colpa e il dolore per la morte del suo compagno. Quando la sua amica infermiera Liz (Hong Chau) lo avverte che i suoi parametri vitali sono al limite, l’uomo capisce di dover recuperare il rapporto con la figlia adolescente Ellie (Sadie Sink, attrice rivelazione di “Stranger Things”), che non vede dalla prima infanzia…

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Non è facile accostarsi a “The Whale”, come del resto a tutti i film di Aronofsky. L’autore usa il graffio, una certa “ferocia”, per declinare temi delicati e profondi come l’amore genitoriale, la famiglia, la ricerca di sé, le istanze spirituali, il confronto con la fede e l’Aldilà. In “The Whale” assistiamo a un tortuoso viaggio dal buio fosco alla luce più abbagliante, quella della speranza. In un ambiente delimitato, l’appartamento claustrofobico di Charlie, si svolge tutta la narrazione (tre stanze, che ricordano molto la messa in scena teatrale). Lì troviamo Charlie dal corpo deformato, come l’imponente creatura di Herman Melville – acuto e coinvolgente è il continuo rimando al romanzo “Moby Dick” –, spiaggiato sul divano incapace di concepire il domani. Quando sente il cuore andare all’impazzata, quando comprende di avere poco tempo, Charlie fa di tutto per ritrovare la figlia, per farsi perdonare. Il dialogo tra i due si era interrotto anni prima, quando l’uomo aveva lasciato la moglie (una sempre incisiva Samantha Morton), dichiarandosi omosessuale. Charlie non si dà pace, tortura il suo corpo, affligge la sua anima, ma tenta un ultimo disperato gesto di riconciliazione: in primis con sua figlia, poi con se stesso, con la propria esistenza.

A ben vedere il film, seppure attraversato da correnti agitate e problematiche, emana una luce avvolgente, quella del perdono e della misericordia. “The Whale” sembra così mettere in scena una sorta di moderna “via crucis”, che vira inaspettatamente verso la Grazia, regalando non poca commozione nel passaggio finale. Brendan Fraser offre un’interpretazione di grande intensità e umanità, ritrovando l’incontro con il grande pubblico dopo anni appannati; un’opportunità straordinaria di riscatto come fu quella per Mickey Rourke con “The Wrestler”.

Infine, è da rimarcare la regia intensa e livida di Aronofsky, che mette in campo una varietà di sfumature tematico-narrative e introspettive che incalzano lo spettatore, quasi lo strattonano, e in ultimo lo conquistano nella commozione. Plauso anche alle musiche di Rob Simonsen, che compone una colonna sonora lirica vibrante, giocata sull’accostamento tra l’opera letteraria di Melville e il viaggio interiore di Charlie, dalla vertigine alla salvezza. Complesso, problematico, per dibattiti.

“Argentina, 1985” (Cinema, 23.02)
Forte della vittoria del Golden Globe come miglior film internazionale e della candidatura agli Oscar, arriva finalmente nei cinema “Argentina, 1985” di Santiago Mitre, un racconto serrato nella veste del thriller-legal drama. Applaudito a Venezia79, dove ha ricevuto la menzione del Premio cattolico internazionale Signis, “Argentina, 1985” ci aiuta a ripercorrere una sofferta pagina di Storia, allargando il campo della riflessione al valore della memoria e al bisogno di difendere il perimetro della democrazia dalla vertigine autoritaria.

La storia. Tra la fine del 1984 e l’inizio del 1985 a Buenos Aires parte il processo contro i crimini compiuti sotto la reggenza del generale Jorge Rafael Videla, con la messa in stato d’accusa dell’ex dittatore e dei vertici delle forze armate. A guidare l’accusa in tribunale il procuratore Julio Strassera (Ricardo Darín) e il suo vice Luis Moreno Ocampo (Peter Lanzani), che si avvalgono di un team di giovani professionisti che non si lasciano intimidire dall’entità del lavoro e dalle continue minacce.

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Scritto dallo stesso Mitre con Mariano Llinás, “Argentina, 1985” è un film che ha il coraggio di esplorare il trauma sociale della dittatura in Argentina, le ripetute atrocità commesse dai militari. È il dramma dei desaparecidos, una frattura mai del tutto ricomposta e sanata nel Paese. “Ricordo ancora il giorno – sottolinea Mitre – in cui Strassera formulò l’atto di accusa: il boato dell’aula del tribunale, l’emozione dei miei genitori, le strade finalmente in grado di festeggiare qualcosa che non fosse una partita di calcio, l’idea di giustizia come un atto di guarigione”.
Muovendosi sul binario del “courtroom drama”, del dramma giudiziario, puntellato però anche da un’inconsueta (ma riuscita) cifra ironica, il film “Argentina, 1985” tratteggia con meticolosità e crescente pathos un avvenimento storico del Paese – per la prima volta in un film –, evento che di fatto apre con decisione la via al processo democratico.

Copione e regia traggono ulteriore compattezza ed efficacia dall’interpretazione del cast, tutto perfettamente in parte – Peter Lanzani, Alejandra Flechner e Santiago Armas Estevarenam –, a cominciare dal capofila Ricardo Darín, che sagoma con mestiere e classe il procuratore Strassera. Regala una performance maiuscola, che lascia il segno.
“Argentina, 1985” è un’opera attesa, doverosa e importante, la cui vocazione è la custodia della memoria civile, ma anche il farsi portatrice di un potente messaggio di fiducia verso il futuro, soprattutto per le giovani generazioni. Raccomandabile, problematico, per dibattiti.

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