Crisi demografica. Rosina (Cattolica): “Costruire l’infrastruttura sociale”

In Italia nascono pochi figli non da oggi ma da oltre venti anni. Al problema non si è mai guardato con la giusta attenzione e solo ora che si iniziano a intravedere i conti da pagare l’opinione pubblica e la politica sembrano scosse. La previsione che l’Ocse ha stilato per l’Italia è drammatica: un rapporto di uno a uno, fra over 65 e under 15, entro il 2050. Una situazione insostenibile, secondo Alessandro Rosina, ordinario di demografia e statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, che, insieme a Roberto Impicciatore dell’Università di Bologna, ha scritto “Storia demografica d'Italia” (Carocci), un testo che analizza i decenni di storia passati per leggere il presente

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

In Italia nascono pochi figli non da oggi ma da oltre venti anni. Al problema non si è mai guardato con la giusta attenzione e solo ora che si iniziano a intravedere i conti da pagare l’opinione pubblica e la politica sembrano scosse. Il punto è che non vanno convinte le persone a fare figli ma a fare in modo che la società sia fertile, cioè capace di accompagnare la scelta con strumenti economici e servizi, attribuendole un valore per la collettività. Il vicino d’Oltralpe c’è arrivato molto prima, ha trovato il modo per invertire la tendenza, e oggi la Francia è il Paese dell’Unione europea con il tasso di fertilità più elevato (1,83 nati vivi per donna). Copiare è l’unica strada se non vogliamo avverare la previsione che l’Ocse ha stilato per l’Italia: un rapporto di uno a uno, fra over 65 e under 15, entro il 2050. Una situazione insostenibile, secondo Alessandro Rosina, ordinario di demografia e statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, che, insieme a Roberto Impicciatore dell’Università di Bologna, ha scritto “Storia demografica d’Italia” (Carocci), un testo che analizza i decenni di storia passati per leggere il presente.

Per comprendere la crisi demografica attuale ma, non solo, anche per guardare al futuro, bisogna analizzare i decenni passati dell’Italia?
È la caratteristica della demografia: alzare lo sguardo rispetto al presente. Aiuta a capire da dove arrivano le sfide e quali sono gli scenari futuri. Il Paese è passato dalla metà degli anni ’70, in cui la media di figli per donna era superiore in Europa, a ritrovarsi negli anni 80 con la più bassa fecondità media al mondo. È stato il primo Paese alla fine degli anni 90 a vedere il sorpasso degli over 65 sugli under 15. Da lì, l’Italia non si è più risollevata e questo ha portato squilibri continui. Se si mantengono per più tempo i livelli di fertilità sotto i due figli per donna, si riducono sempre più le generazioni che potenzialmente potranno avere figli. Ciò innesca un circolo vizioso, chiamato ‘trappola demografica’. Se non si inverte la tendenza condanniamo l’Italia a squilibri difficili da sostenere.

Qual è la causa?
Il Paese non è riuscito per tempo a mettere in campo un sistema di welfare che consentisse alle persone di realizzare i propri progetti di vita. Il numero dei figli desiderato è rimasto intorno a due, in linea con Francia e Svezia, ma il numero realizzato è sceso.

Qual è il momento storico in cui abbiamo imboccato la strada che ci ha portato alla crisi?
Le cause degli squilibri si rintracciano a quello che è successo nei primi tre decenni del secondo dopoguerra, quando demografia, sistema di welfare e economia giravano rafforzandosi a vicenda. Dopo quella fase particolarmente favorevole, che ha aiutato a uscire dalle condizioni di sottosviluppo degli anni ’30, il Paese in questi tre decenni ha raggiunto livelli di benessere comparabili con le società più avanzate. Bisognava capire, alla fine degli anni ’70, la crisi del welfare, incentrato sul maschio adulto, lavoratore, e ad aprirsi alla possibilità che i servizi e gli strumenti potessero permettere la partecipazione femminile al mondo del lavoro. Il mondo stava cambiando: esigeva un secondo reddito, aumentavano i titoli di studio delle donne e diminuiva l’impiego massiccio nelle fabbriche.

Quindi mentre altri Paesi europei cambiavano il loro sistema di welfare noi siamo rimasti nel passato?
Negli anni ’80, ci siamo schiacciati in difesa per il timore di perdere i livelli di benessere raggiunti anziché investire sull’occupazione di donne e giovani generazioni. Non si è investito nei centri per l’impiego e nella formazione adeguata mentre i Paesi che lo hanno fatto hanno aumentato l’occupazione e si sono trovati con una più alta fecondità. L’Italia è rimasta con l’idea che il successo ottenuto negli anni ’60 fosse un equilibrio da difendere e la preoccupazione è stata quella di fare in modo che la spesa sociale non crescesse troppo non pensando di adattarla alle esigenze nuove. Ora ci troviamo alla più alta percentuale di Neet, giovani che non studiano e non lavorano, bassa occupazione femminile, alta povertà delle famiglie con figli e bassa fecondità. La crisi demografica dura da troppo tempo per colpa del fatto che, invece di difendere un sistema di equilibrio, bisognava pensare alle politiche familiari come un laboratorio continuo in cui si comprendono i bisogni e si accompagnano con soluzioni efficaci.

La crisi è stata sottovalutata anche dai demografi?
È dagli anni ’90 che lanciano campanelli d’allarme. Quello che hanno sottovalutato alcuni demografi è stato pensare che l’immigrazione potesse compensare in parte la denatalità. L’Italia è diventata un Paese di immigrazione solo di recente ed effettivamente fra gli anni ’90 e il primo decennio dei duemila è aumentata la popolazione. Tuttavia se non si inverte la tendenza della natalità gli squilibri diventano pesanti e nemmeno l’immigrazione riesce a compensarli. Negli ultimi venti anni, si è ridotto di un terzo il numero delle trentenni. Questo riduce la potenzialità di avere figli. Dal 2014 la popolazione è in diminuzione, gli squilibri sono tali che anche una inversione di tendenza delle nascite non è più in grado di portare la crescita.

La storia insegna che dopo un evento tragico come la pandemia ci può essere un salto di crescita. Ci sono i presupposti secondo lei?
Così come dopo la seconda guerra mondiale abbiamo delle risorse da mettere in campo, ma, rispetto ad allora, non abbiamo una base demografica per alimentare i percorsi di crescita. Allora c’erano tanti giovani che potevano essere inseriti nei processi di sviluppo. Dopo la seconda guerra mondiale c’era la necessità di costruire l’infrastruttura fisica mentre oggi manca l’infrastruttura sociale che è la sfida principale. Le politiche familiari devono essere al centro delle politiche di sviluppo che consentano ai giovani di lasciare la famiglia di origine, costruire percorsi lavorativi e avere sostegni economici all’arrivo del primo figlio. Oggi i giovani sono la parte più fragile della popolazione.

In Italia c’è da poco l’assegno unico universale. Una misura efficace secondo lei?
L’aiuto economico non deve essere legato solo all’Isee ma rivolto a tutti i bambini. La Germania nel 2007 aveva un numero di figli per donna ancora più basso di quello italiano ma ha invertito la tendenza, combinando gli aiuti economici (un assegno di 200 euro per tutti) al potenziamento dei servizi per l’infanzia. Oggi in Italia la parte universale dell’assegno è solo di 50 euro.

Rimaniamo fra i Paesi che fanno meno verso le famiglie.

Per i servizi dell’infanzia, i modelli sono quelli francesi e svedesi che hanno una copertura del 50% mentre noi al momento del 27%. A complemento servono congedi per madri e padri e altre politiche di conciliazioni per fare in modo che l’arrivo di un figlio sia una scelta vissuta positivamente.

Il messaggio deve essere anche culturale?
Le politiche devono dare questo segnale: c’è una comunità intorno che considera avere un figlio una scelta di valore su cui è importante investire in maniera solida. Un Paese senza nascite diventa un Paese che produce costi che diventano un problema per tutti. Un Paese che invecchia, che deve sostenere le pensioni e il sistema di welfare non può pensare che queste spese siano sostenibili se si riduce la fascia di popolazione attiva. Se non cambiamo rotta, come indica l’Ocse, l’Italia rischia il rapporto di uno a uno a metà del secolo, del tutto insostenibile dal punto di vista dei costi. I pochi giovani saranno sfiduciati e saranno portati a emigrare. Un Paese che non vuole implodere ha tutta la convenienza ad investire sulle scelte desiderate.

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