Il corso di RnS per insegnanti e catechisti. Martinez (pres. RnS): “Urgente rieducare alla fede”

“Prima che 'educare ai valori', la Chiesa ha l’urgenza di 'rieducare alla fede'. Per questo occorre avere fiducia nel lavoro incessante, prezioso, nascosto che il 'Maestro interiore', lo Spirito Santo, compie nel cuore dei credenti, che poi nella vita hanno la funzione di educare”. Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo traccia per il Sir un bilancio del corso di aggiornamento e di formazione spirituale per insegnanti di religione cattolica, educatori e catechisti promosso appunto dal RnS e svoltosi a Roma nei giorni scorsi.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Prima che “educare ai valori”, la Chiesa ha l’urgenza di “rieducare alla fede”. Per questo occorre avere fiducia nel lavoro incessante, prezioso, nascosto che il “Maestro interiore”, lo Spirito Santo, compie nel cuore dei credenti, che poi nella vita hanno la funzione di educare. Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo traccia per il Sir un bilancio del corso di aggiornamento e di formazione spirituale per insegnanti di religione cattolica, educatori e catechisti promosso appunto dal RnS e svoltosi a Roma nei giorni scorsi.

Come nasce il progetto di questo corso, quale proposta nazionale di formazione in campo educativo e spirituale? Quali le risorse e gli obiettivi?
La missione di insegnare, in piena emergenza educativa, è divenuta sempre più decisiva per l’avvenire cristiano delle nuove generazioni. Gli educatori soffrono oggi isolamento, marginalizzazione, esclusione dai veri processi generativi, sfiducia in sé stessi e nel sistema che genera il loro impegno. Eppure, molti di loro avvertono il bisogno di ripensare il loro ruolo, di ridare evidenza spirituale alla loro fede, di sentirsi parte di una “comunità educante” in cui il primato spetta alla dimensione spirituale nel tempo della crisi. Un corso, allora, che ha tentato di rileggere la questione antropologica in chiave pneumatologica, offrendo un discernimento dei segni dei tempi, un ripensamento dei linguaggi, un nuovo approccio con le buone prassi sociali. Chiamiamo tutto questo “cultura della Pentecoste”, espressione consegnata da san Giovanni Paolo II al RnS venti anni fa. Sullo sfondo, poi, l’invito di Papa Francesco a ripensare la formazione in chiave “kerigmatica”, che significa aiutare i destinatari del nostro insegnamento a fare esperienza non di una dottrina, bensì di una vita nuova generata dal Vangelo.

Fede, vita e pensiero: un trinomio che interpella i destinatari di queste quattro giornate, impegnati nell’essere, prima di tutto, testimoni delle verità di Dio sull’uomo…
Sì, se la fede non è pensata è nulla! Se la vita non è generata da un incontro con le verità più profonde ed esistenziali del nostro essere, si scompone e si perverte. Se il pensiero debole, amorale e antiumano, non è rigenerato da una nuova passione per la vita, invalida le prerogative della nostra fede. Sono queste le sfide che tutti coloro che hanno responsabilità educative ed esercitano “paternità” si trovano ad affrontare. Ma è bene ribadire, senza attardarsi ulteriormente, che la risposta più autentica ed efficace è nella trascendenza, che purtroppo viene meno, specie nei nostri programmi formativi. Fuori da questo rimando a un orizzonte pneumatologico e non psichico, non c’è avvenire! I testimoni delle verità di Dio sull’uomo non si formano, ma sono formati dallo Spirito di Dio; non si improvvisano, ma sono generati dentro un cammino condiviso, una comunità di destino, un discernimento in libertà che danno forza, gioia, pazienza.

I giovani e gli studenti di oggi, in ambito scolastico così come nei contesti parrocchiali o associativi, rischiano di essere costantemente disorientati da modelli e stili di vita fuorvianti. Quali strumenti attuare concretamente per trasmettere loro messaggi costruttivamente “controcorrente”?
Certo il tema dell’adeguamento del messaggio agli strumenti formativi correnti è di primaria importanza. Non è, però, il messaggio – il Vangelo – che deve cambiare: esso rimane immutabile e sempre valido. Siamo noi che dobbiamo cambiare, con un approccio profetico alla “cultura digitale”, che rappresenta la più potente globalizzazione degli stili di vita, dei punti di interesse di un giovane sempre più distante da Gesù, dalla Chiesa, dalla cultura cristiana. Ma guai a giungere a postulare un post Cristianesimo nel tempo del post umano: Gesù rimane lo stesso, ieri, oggi, sempre e solo attende di essere rivelato! Non si deve dare alcuna responsabilità ai nostri figli se abbiamo permesso che le tre grandi agenzie educative – famiglia, chiesa, scuola – rompessero l’alleanza educativa e permettessero ai nuovi persuasori occulti di violare e imbastardire la nostra cultura cristiana o cristianamente ispirata, permettendo la canonizzazione dei vizi e il tramonto delle virtù. E non trascuriamo di denunciare il fatto che il disagio della coscienza erronea dei nostri giovani è la diretta conseguenza dello scandalo della nostra incoerenza, laddove si registra uno iato tra “fede e vita” che suscita scandalo e non certo attrazione, che induce un giovane a ricercare e a lasciarsi affascinare da modelli non derivanti dal Vangelo o dalla fede cristiana. Per questa ragione occorre riparare: ecco perché il nostro corso si è posto anche come un luogo e uno spazio di conversione personale.

Nelle ultime settimane l’opinione pubblica si concentra sul tema del “merito”, piuttosto strumentalizzato in chiave politica. Come affrontare il dibattito, senza accentuare il rischio di una disuguaglianza sociale?
“La grazia presuppone la natura”, ha insegnato il Concilio Vaticano II. E oggi, con Evangelii Gaudium, Papa Francesco completa affermando che “la grazia presuppone la cultura”. Un cristiano, poi, sa bene che sono diversi, di persona in persona: la misura della fede, la corrispondenza alla grazia, i talenti e i doni naturali, i carismi e le vocazioni suscitare dallo Spirito. Stiamo assistendo a una omologazione del pensiero antropologico unico che impressiona, a un appassimento delle passioni che spengono e uniformano tutto e tutti verso il basso, a un’alterazione dell’impegno politico sull’assunto ideologico dell’”uno vale uno”, a un disimpegno culturale, sociale e politico di tanta gente perbene, di oggettivo valore e capace, causato dalla mortificazione della santità, del genio, della responsabilità. Con il dissenso non si costruisce la storia! Con la mortificazione della buona volontà a ricercare il bene comune il progresso regredisce! L’Italia non merita di continuare a essere il Paese delle “ricchezze negate”, non condivise, non equamente distribuite, non investite, non spese per la promozione dell’uomo, della sua dignità, del suo futuro pacifico (non pacifista). E la Chiesa non può permettersi di trascurare la valorizzazione delle belle e provvidenziali pedagogie educative e rieducative che fanno il nostro stato sociale grazie ad associazioni, movimenti, fondazioni, corpi intermedi. E pertanto, non è più tempo di demonizzazioni, di strumentalizzazioni ideologiche, di veti a-prioristici. Questo “metodo” ha impoverito la democrazia e favorito contrapposizioni che hanno generato diseguaglianza e non il dialogo, l’incontro, il protagonismo sociale dei laici cristiani e del laicato associato e carismatico. Ancor prima che denunciare il male, occorre compiere il bene e compierlo bene!

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