La politica della paura

Sarebbe bello che ciascun cittadino votante sentisse che, attraverso un segno semplice come una croce, porta il suo mattone all’edificazione dell’Italia di domani. Invece la disaffezione contagia molti, adulti e giovani. E forse se, sulle schede, comparisse l’opzione “non scelta per mancanza di rappresentanza” potremmo dare a chi non sa o non vuole scegliere la possibilità di esprimerlo e quindi misurare tutto il distacco tra politica e paese.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Sarebbe bello che ciascun cittadino votante sentisse che, attraverso un segno semplice come una croce, porta il suo mattone all’edificazione dell’Italia di domani. Invece la disaffezione contagia molti, adulti e giovani. E forse se, sulle schede, comparisse l’opzione “non scelta per mancanza di rappresentanza” potremmo dare a chi non sa o non vuole scegliere la possibilità di esprimerlo e quindi misurare tutto il distacco tra politica e paese.

Sarebbe bello che a questo così importante appuntamento di domenica 25 settembre, concretamente fattivo di una nazione, si arrivasse ciascuno con un’idea precisa del mondo (dal verde alle automobili, dai porti ai muri, dal lavoro alla scuola, dalla sanità alla società), con la chiara identificazione di quale schieramento più la incarni e con il desiderio di vedere quanti connazionali la condividono e, votando, a chi affideranno il compito di guidare il paese.

Sarebbe bello. Ma questo sottende un pensiero e un impegno dal quale in troppi rifuggono: disertando le urne o, ancor prima, scarsamente interessandosi all’appuntamento. Sempre più il voto si lega all’attimo: frasi ascoltate alla tv, slogan sui cartelloni, frammenti di dibattiti alla radio ascoltata nel traffico, video sugli imprescindibili social. Che voto consapevole può nascere da un filo di attenzione, un filo di fastidio e una abbondante sfiducia sul valore effettivo delle elezioni?

In questo mondo dove “scegliere di pancia” viene venduto quale garanzia di genuinità in contrapposizione all’uso della ragione, anche i leader politici si adeguano. Lo sostiene un docente della Sorbona, Manlio Graziano, autore di Geopolitica della paura, secondo cui oggi è proprio la paura a far girare il mondo, politica e politici compresi. E lo fa due volte: primo perché indubbiamente le scelte dei cittadini elettori sono motivate anche dalle paure personali e dalle tensioni sociali vissute; secondo perché i politici restano condizionati nel loro agire dalle paure che muovono gli elettori. Un cortocircuito perfetto per portare il mondo alla deriva.

Cercando concretezza e realismo è fuor di dubbio che la situazione sia quanto mai complessa: in uscita da una pandemia che ci ha mostrato la morte come non accadeva da tempo, con l’isolamento e tutte le sue non superate conseguenze psicologiche ed economiche, ci siamo trovati alle prese con un’escalation di problemi che vanno dall’aumento dei costi delle materie prime e quindi dei prezzi, al caro energia, fino alla guerra tornata nel cuore di un’Europa che non sa risolvere alcuni problemi cronici (migranti) ed è costretta a misurarsi con altri, nuovi e per niente leggeri (energia, fantasma recessione, disequilibri mondiali, totalitarismi). Tessere di un mosaico sempre più fosco nel quale la paura non è una presenza stonata.

Graziano, che il libro lo ha scritto prima della guerra in Ucraina e delle sue conseguenze, riconosce che “esiste un macro fenomeno: la fine dell’era dell’ottimismo” e svela che “è il peggioramento delle condizioni di vita in Occidente a mettere in moto la paura (…) Le persone reagiscono ed è qui che incontrano i populisti”. La teoria dell’autore è che “l’ansia sociale orienta le scelte politiche” tanto degli elettori quanto dei politici stessi quando scelgono quale posizione assumere di fronte ai fatti del mondo. Il che dà vita ad un pericoloso circolo vizioso. Non mancano esempi concreti: la paura della povertà, figlia delle strategie economiche europee, ha dato origine alla Brexit nel Regno Unito; la paura del diverso che viene dai migranti ha reso vincente negli Usa – paese fondato sull’apporto di generazioni di immigrati da ogni parte del globo – un presidente e la sua proposta di chiudersi al mondo. Analoghe tentazioni non sono mancate neppure nel nostro paese.

Di fronte a novità tanto scomode e indesiderate (pandemia, guerra, recessione) le persone – svela Graziano – non hanno che un naturale desiderio: tornare a vivere come prima. I politici dovrebbero con chiarezza rispondere che questo non è possibile. Però – si chiede – chi li voterebbe poi? Per questo conclude: “Per molti stati il futuro sarà peggio del presente”.

La frase è dura e per certi versi riecheggia il titolo di un precedente libro del prof. Sabino Cassese: “Una volta il futuro era migliore”. Seguito però da un consolante sottotitolo: “Lezioni per invertire la rotta”.

La consapevolezza – spiega Cassese- è un buon deterrente all’epidermica paura: informarsi, non accontentarsi del sentito dire, studiare, mirare a crescere sempre non in arrivismo ma in conoscenza, impegnarsi nel sociale, uscire e conoscere il mondo sono alcuni dei passi da lui indicati. Valgono come il vademecum del buon cittadino, che sa farsi saggio elettore ogni qual volta ha l’opportunità di esprimersi di fronte a delle schede elettorali. Per certo, chi è curioso del mondo, chi è pronto a prendere ma anche a dare in base alle proprie capacità, ha già una ricompensa: quella di una vita più ben spesa e forse più appagante di un estemporaneo mal di pancia da sfogare buttandosi, a pelle, su questo o quel candidato.

 

Altri articoli in Italia

Italia

Informativa sulla Privacy