Giornalismo. De Luca (Ucsi): “Serve un vaccino per sconfiggere l’infodemia”

Prende il via oggi a Roma il XX Congresso nazionale dell’Unione cattolica della stampa italiana sul tema “Un nuovo inizio per l’informazione”. Un centinaio di delegati saranno chiamati a rinnovare la dirigenza e rimodulare la proposta. La presidente uscente: “Andare alle radici con il coraggio di creare un futuro diverso”

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Se il vaccino ci aiuta a vincere la pandemia allora ci vuole anche un vaccino per l’informazione affinché ritorni limpida, cristallina, per la verità e per la formazione di un’opinione pubblica cosciente su tanti aspetti della vita”. Ne è convinta Vania De Luca, vaticanista del Tg3 e presidente uscente dell’Ucsi. L’associazione vivrà nel fine settimana il XX Congresso nazionale, in programma a Roma, tra l’hotel “Il Cantico” e la chiesa parrocchiale di San Gregorio VII. L’apertura, oggi pomeriggio, sarà dedicata agli interventi del card. Mauro Gambetti, vicario del Papa per la Basilica di San Pietro, del giornalista di “Avvenire” Nello Scavo e di Giuseppina Paterniti, direttrice dell’offerta informativa Rai. A poche ore dall’appuntamento congressuale, al quale interverranno un centinaio di delegati da tutta Italia, abbiamo chiesto alla De Luca di ripercorre gli ultimi anni e individuare risultati e sfide per l’associazione e la professione giornalistica.

Il XX congresso nazionale avrà come tema “Un nuovo inizio per l’informazione”. Da cosa nasce questa esigenza?
Ancora non siamo usciti da questa pandemia terribile che ha dato una nuova forma ad ogni aspetto della nostra vita e anche del nostro lavoro giornalistico. L’Ucsi doveva celebrare il suo congresso un anno e mezzo fa, a Torino; lo facciamo ora dopo che siamo stati fermi ma non immobili. Abbiamo fatto tanti incontri online ma non ci siamo più trovati in presenza.

Tutti ci rendiamo conto che dalla pandemia non si esce uguali, come ha detto Papa Francesco. Non si può tornare al tempo pre-pandemico anche perché questo periodo ci ha cambiati da tanti punti di vista. Noi speriamo che per l’informazione possa essere un nuovo inizio.

A partire da cosa?
Con la pandemia si sono sperimentate nuove forme di lavoro a distanza,

abbiamo compreso l’importanza di un’informazione corretta e sana: un’informazione di servizio – dalle nuove regole di comportamento ai vaccini – e di prossimità – importante per raccontare il vuoto, l’assenza, la malattia, la morte – oltreché di carattere medico-scientifico accanto a quella istituzionale.

In questi mesi abbiamo visto anche un giornalismo che, forse, non è molto attrezzato a parlare di scienza: questo ci dice che sia l’informazione politico-istituzionale sia quella scientifica vanno ripensate in una chiave di rapporto con i cittadini, per aiutare le persone a capire. E, poi, contemporaneamente alla sana informazione, abbiamo visto fake news, disinformazione e mala-informazione, con l’uso illegale di informazioni vere ma riservate che vengono diffuse a scopo denigratorio. Sono molti i tentativi messi in atto per “inquinare i pozzi” della buona informazione, tanto che

parallelamente alla pandemia si è andata diffondendo una infodemia dalla quale dobbiamo risanarci.

Una necessità alla quale l’Ucsi è da sempre attenta…
La nostra associazione, che due anni fa ha celebrato il 60° di fondazione, ha nelle sue corde la formazione, l’etica dell’informazione, la deontologia professionale. Ma questo periodo pandemico ha esasperato alcune patologie del sistema e ci ha fatto capire che questo è il momento nel quale bisogna fare delle scelte: cominciando a dire dei “no” in maniera più netta per

andare verso quella che si può definire un’“ecologia dei media”, considerato che nel mare magnum delle informazioni non sempre è facile distinguere il vero dal falso, il bene dal male.

Quello che oggi ha reso più grave una patologia non nuova è che di mezzo c’è la salute delle persone e le informazioni sbagliate possono mettere a rischio la vita. Quando l’informazione ha effetti così diretti, ci richiama ad una responsabilità ancora più grande.

L’informazione cattolica cos’ha imparato dalla pandemia?
L’informazione cattolica deve avere un di più di gratuità e di ricerca della verità. Non amo gli aggettivi a fianco delle parole “informazione” e “giornalista”, che devono sempre essere liberi. Ritengo che l’aggettivo “cattolico” non debba mai essere una riduzione o un recinto. Anzi, l’etimologia di “cattolico” richiama l’elemento di universalità.

Da questo periodo, l’informazione cattolica ha imparato che c’è tanto bisogno di essere presenti nei territori, come voce di chi non ha voce, come orecchie di chi non è ascoltato da nessuno.

L’informazione cattolica si è contraddistinta, e potrà ancora farlo, come un’informazione di prossimità, nel saper porre attenzione alla vita delle persone, ai loro bisogni, alle zone in ombra della vita sociale, alle povertà che nessuno racconta e alle voci che nessuno ascolta, alla giustizia che manca, alla pace e all’amicizia sociale. Servono occhi e orecchi sulla realtà ma anche professionalità, che va messa al servizio soprattutto di quella parte di società che esce con le ossa rotte dalla pandemia.

L’informazione cattolica è anche chiamata, oltre alla denuncia, ad aiutare a vedere quei germi di bene, di positività e di speranza dai quali ripartire, per una vita più umana.

Che bilancio traccia di questi anni alla guida dell’Ucsi?
Quello che ci ha più contraddistinti è stato il cercare di creare una nuova sinergia tra centro e periferie. La giunta che ho guidato a livello nazionale ha operato come una squadra in cui ciascuno ha il suo compito ma si procede insieme per una responsabilità condivisa. Abbiamo cercato in questi anni di incrementare l’elemento unitario dell’Ucsi: ogni Regione ha la sua autonomia e le sue iniziative, ma tutti devono riconoscersi in quelle degli altri. Bisogna camminare unitariamente come un corpo armonico. Anche perché un tema “spezzato” da tutti nelle diverse Regioni diventa una voce di un certo rilievo nel dibattito pubblico. Dal punto di vista personale, sono stati anni molto intensi ma anche ricchi.

Abbiamo cercato di essere una voce libera, che dialoga con tutti e che con tutti è disponibile a percorre un tratto di strada. Abbiamo capito che si è forti quando riusciamo a creare comunità e a entrare in relazione anche mondi diversi.

In questi anni si sono moltiplicate le iniziative…
Abbiamo fatto tante cose. Sono stati pubblicati i numeri di “Desk” monografici, per tre anni consecutivi insieme all’Ufficio comunicazioni sociali della Cei abbiamo realizzato con un nostro contributo il volume di commento al Messaggio del Papa per la Giornata delle comunicazioni sociali e a fine 2020 è uscito il volume “Pandemie mediali”. Poi, con i corsi di formazione che abbiamo promosso, abbiamo riscoperto il nostro specifico formativo che ha qualcosa da dire e da offrire, nello stile della gratuità che è quello che ci contraddistingue. Fra qualche giorno pubblicheremo una ricerca realizzata per l’Ucsi dall’Università Pontificia Salesiana sul tema “Pensare al futuro” per indagare quanto giovani, giornalisti e media conoscono i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile. Sarà il nostro contributo alla 49ª Settimana sociale dei cattolici italiani di Taranto.

Cosa augura all’Ucsi nel momento in cui termina la sua presidenza?
Concluderò trasferendo un testimone,

sperando che l’Ucsi prosegua con entusiasmo, andando alle radici ma anche con il coraggio di creare un futuro diverso, di innovare.

Snellire le nostre regole associative, ad esempio, aiuterebbe a liberare energie e ad essere più proiettati verso la missione, come ci ha chiesto il Papa all’udienza per il 60°.

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