Italia: una pianta senza primavera

Lo chiamano inverno demografico, indica l'invecchiamento della popolazione legato alla scarsa natalità. Così una nazione diventa una pianta che non ha primavera: non si ricopre di gemme e poi nuove foglie e fiori, ma resta con i suoi rami secchi e nudi, che “di nere trame segnano il sereno” come direbbe il poeta.

Lo chiamano inverno demografico, indica l’invecchiamento della popolazione legato alla scarsa natalità. Così una nazione diventa una pianta che non ha primavera: non si ricopre di gemme e poi nuove foglie e fiori, ma resta con i suoi rami secchi e nudi, che “di nere trame segnano il sereno” come direbbe il poeta.
Detto col linguaggio scientifico della demografia, tramite i numeri che l’Istat mette a disposizione (l’ultima fotografia è del 1° gennaio 2021) questo inverno si quantifica in tal modo: nel 2020 ogni mille abitanti si sono registrate 7 nascite e 13 decessi. I nati sono stati quasi il 4% in meno rispetto al 2019 (404mila contro 420mila). Ma, allargando appena lo sguardo a una decina di anni fa, ecco che i nati risultano il 30% in meno rispetto al 2008, anno ricordato per aver dato il via a una grave crisi economica alla quale ha corrisposto pure un deciso rallentamento delle nascite, i cui grafici si disegnano da allora con una freccia costantemente rivolta verso il basso.
La pandemia incide fino ad un certo punto sui nati in meno del 2020, ma è lecito aspettarsi che ancor più inciderà dato che nel 2020 anche la nuzialità è stata ibernata. Lo stesso rapporto Istat afferma: “Un effetto indiretto ma immediato della pandemia si è già verificato riguardo ai processi di formazione delle coppie… Nel 2020 sono stati celebrati circa 97mila matrimoni, il 48% in meno dell’anno precedente”, dimezzando di colpo il tasso di nuzialità sceso da 3,1 all’1,6 per mille. Conseguenza: “Considerando quanto ancora oggi vi sia uno stretto legame tra matrimonio e le intenzioni riproduttive nel breve periodo, non vi è dubbio che anche questo fattore eserciterà una spinta negativa sulle nascite del 2021 e forse anche in seguito”.
Se i risultati dell’inverno demografico si possono fotografare, le sue cause restano più complesse da individuare, dato che assommano fattori privati e personali con altri di natura economica e sociale.
Per spiegare la scarsa propensione alla riproduzione delle ultime generazioni c’è chi localizza i problemi negli organi atti alla riproduzione: ormai le persone – le donne – sono intente a inseguire una carriera di studio e lavoro per cui, una volta che si sono sistemate e pensano ad avere un figlio il treno è perso o difficile da prendere, perché l’orologio biologico corre più veloce di quello sociale.
C’è chi la vede come una questione di cuore: i rapporti sempre più liquidi, o instabili che dir si voglia, non collimano con l’idea di un figlio che si allinea piuttosto a quella di una stabilità di coppia e meno a quella di una madre che cresce da sola un figlio.
C’è chi diagnostica questioni di testa o ideologiche: un vivere concentrati su di sé, sulla propria realizzazione o soddisfazione che poco collima con una vita da genitore che invece richiede generosa dedizione all’altro.
C’è chi, andando oltre l’anatomia, sottolinea che il perno della questione ruota attorno alla situazione economica, dato che i giovani e le donne risultano sempre – tanto più nella pandemia – le categorie lavorativamente più fragili e instabili. Quindi come poter pensare a mettere al mondo un pur desiderato figlio?
Come detto: non c’è una ragione ma una somma di ragioni. Se già essere senza lavoro o con lavoro ballerino pesa, figuriamoci cosa sia lavoricchiare, non avere autonomia personale né abitativa e neppure un rapporto affettivo stabile.
Quello che da tempo si va cercando di far comprendere è però che i mancati figli non sono un argomento che riguarda solo chi non li ha, ma delineano un cambio di scenario che pesa sulla nazione tutta oggi e ancor più domani. Quelle “stecchite piante” del Novembre pascoliano si traducono via via in attività che si riducono e in ridotto apporto di quelle energie fresche e fantasiose che zampillano dai giovani.
Papa Francesco, venerdì 14 maggio, apre la prima edizione degli Stati Generali della Natalità, una iniziativa promossa dal Forum delle Associazioni Familiari. In un’Italia ridotta al Paese del figlio unico questo ghiaccio demografico non lascia troppe speranze. Fior di documentari ce lo hanno insegnato: basta una pioggia a far fiorire un deserto, ma quando la banchisa si scioglie non lascia niente dietro di sé. Il 7 febbraio, Giornata per la Vita, Francesco aveva già lanciato il suo appello: “In Italia le nascite sono calate e il futuro è in pericolo. Facciamo sì che questo inverno demografico finisca e fiorisca una nuova primavera di bambini e bambine”.

(*) direttrice de “Il Popolo” (Pordenone)

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