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Radicalizzazione giovanile: la prevenzione passa per l’inclusione

“Estremismo violento e radicalizzazione giovanile: vettori, manifestazioni e strategie di intervento” è il titolo di una ricerca che analizza le diverse forme di conflitto, intolleranza e discriminazione che spingono i giovani (fascia di età compresa tra i 14 e i 20 anni) ad assumere comportamenti violenti verso singoli e gruppi vulnerabili. Sotto la lente l'estremismo di tipo islamico e quello legato a forze nazionaliste e di ultra destra. Il Sir ha posto alcune domande all’autore, Alessandro Bozzetti

(Foto ANSA/SIR)

“Estremismo violento e radicalizzazione giovanile: vettori, manifestazioni e strategie di intervento”: si intitola così la ricerca condotta da Alessandro Bozzetti, docente a contratto di Sociologia (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Bologna), nell’ambito del progetto europeo “Rap, Rhizome against Polarization”, realizzato in Austria, Spagna e Italia dove è curato da WeWorld onlus. “Lo scopo – spiega al Sir Neva Cocchi, referente Progetto RaP per WeWorld – è la prevenzione e la cura di fenomeni di estremismo violento e radicalizzazione giovanile attraverso la promozione dei diritti umani e il rafforzamento delle organizzazioni della società civile in rete con le Istituzioni. L’idea di fondo è che la prevenzione e la cura di fenomeni di radicalizzazione non passano per politiche securitarie e  repressive ma attraverso un lavoro di comprensione delle cause e dei contesti all’interno dei quali questi fenomeni si sviluppano”. La ricerca è stata svolta in Italia nel 2020, in particolare in Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio, tre delle regioni col maggior numero di abitanti, più densamente popolate e sedi di altrettante tra le maggiori città italiane (rispettivamente Bologna, Roma e Milano). Attraverso una serie di interviste a interlocutori istituzionali e esperti della società civile impegnati sul territorio in un lavoro di formazione, prevenzione e contrasto al fenomeno dell’estremismo violento e della radicalizzazione giovanile, sono state analizzate le diverse forme di conflitto, intolleranza e discriminazione che spingono i giovani oggetto della ricerca (fascia di età compresa tra i 14 e i 20 anni) ad assumere comportamenti violenti verso singoli e gruppi vulnerabili. Il Sir ha posto alcune domande all’autore della ricerca, Alessandro Bozzetti.

“La ricerca – spiega il docente – si concentra sull’estremismo di tipo islamico e quello legato a forze nazionaliste e di ultra destra. Secondo l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), che opera presso il dipartimento della Pubblica sicurezza, direzione centrale della Polizia criminale, solo nell’ultimo anno ci sono state oltre 500 segnalazioni legate a motivi religiosi e razziali. Ciò che emerge è solo la punta dell’iceberg, c’è un sommerso di cui non si è a conoscenza. In Italia il livello di radicalizzazione islamica appare minore rispetto ad altri Paesi d’Europa, mentre desta preoccupazione il fenomeno crescente della radicalizzazione dell’ultradestra. A livello europeo – dice Bozzetti – questa è cresciuta del 320% negli ultimi cinque anni. In Italia sono oltre 200 gli attentati segnalati e le aggressioni di stampo cosiddetto fascista avvenuti dal 2014 ad oggi. Sono circa 5000 le pagine Facebook riferibili a gruppi di estrema destra, censite tra il 2015 e il 2018 che hanno prodotto circa due milioni di post”.

Quali sono i principali motivi che spingono i più giovani a radicalizzarsi?
Sono fattori che riguardano innanzitutto l’individuo con un background personale fatto di distorsione di ideali (ideologie), di ricerca identitaria – l’estremismo violento può essere un modo per soddisfare tale bisogno di identità – ma anche di fallimento di obiettivi, mancanza di risorse, di lavoro, di opportunità educative e di prospettive future. Poi ci sono motivi legati a dinamiche di gruppo che fanno emergere determinati atteggiamenti e comportamenti: per esempio la ricerca da parte della persona di una famiglia in senso allargato che può essere il gruppo dei pari che potrebbe avere un peso nella ricerca di identità dell’individuo. Pesano anche una limitata coesione sociale, la stigmatizzazione di determinate comunità e categorie, agenti di radicalizzazione attivi in un luogo fisico. In un contesto nazionale e sovranazionale hanno un peso fattori come politiche e legislazioni escludenti, la marginalizzazione e la discriminazione, le disuguaglianze sociali, la crisi migratoria e la diffusione di fake news. Dalla ricerca emerge anche che uno solo di questi fattori difficilmente porta all’estremismo. Serve una combinazione di cause.

La ricerca sembra sfatare alcuni luoghi comuni relativi al fenomeno, uno su tutti che l’estremismo riguarda solo appartenenti a classi disagiate della società…
Situazioni di difficoltà e di disagio possono influenzare. La correlazione tra bassi livelli di istruzione ed estremismo, afferma la ricerca, non appare così chiara se un accesso limitato all’istruzione e bassi livelli di alfabetizzazione possono impedire agli individui di mettere in discussione narrazioni fortemente ideologizzate. Sono diversi i casi di soggetti responsabili di comportamenti estremisti altamente istruiti, tanto che alcuni studi mettono in luce una significativa correlazione tra terrorismo e alta istruzione.

La ricerca prende in esame gli ultimi trent’anni dell’estremismo in Italia, cercando di fare luce sulla radicalizzazione islamica e quella legata all’ultradestra. Quali sono i punti di contatto tra le due e quali le differenze?
Religione e politica sono due motivi che tendono a polarizzare e che sono molto importanti nella costruzione dell’identità dell’individuo fin dalla adolescenza. In entrambi i casi, sia la dimensione personale dell’individuo che quella di gruppo, è fondamentale e mette in atto dinamiche comuni come la ricerca di approvazione da parte del gruppo, il fatto di riconoscere una persona del gruppo cui ispirarsi.

Per tutti vale la narrazione del nemico, ‘noi contro gli altri’, dobbiamo combattere gli altri.

Qui entra in gioco anche la logica della sopraffazione verso il più debole, il diverso, come il disabile, chi ha diverse origini e provenienze, logica che offre al gruppo la possibilità di stringersi contro un nemico. Un gioco di rafforzamento identitario del tutto incoerente visto da fuori. Facile prendersela con i più deboli per cui non si capisce da dove deriverebbe tutta questa asserita superiorità quando vengono messe in atto azioni violente.

Ci sono luoghi privilegiati della radicalizzazione?
Il carcere è uno di questi anche se quello della radicalizzazione in carcere resta in ogni caso, almeno in Italia, un fenomeno caratterizzato da numeri estremamente contenuti: a fine 2018, secondo l’associazione Antigone, erano presenti 66 imputati o condannati per reati connessi al terrorismo internazionale di matrice islamica. Ci sono poi i luoghi di culto come le moschee da cui spesso i radicalizzati tendono a staccarsi perché ritenute troppo moderate o perché espulsi. Sull’espulsione o allontanamento di persone estremiste in ambito politico è lecito invece nutrire qualche dubbio. La ricerca mostra, infatti, come parti politiche tendono a mascherare alcune azioni giustificandole con altre tipo aiutare gli ultimi, se sono italiani, organizzare campi estivi per adolescenti dove vengono veicolati valori estremisti e fascisti. Non vediamo un particolare disconoscimento da parte di gruppi politici di queste iniziative.

Anche la rete è un luogo di radicalizzazione?
L’on line può aiutare la radicalizzazione del soggetto. La  ricerca afferma che, pur essendo un meccanismo tutto sommato recente, può già contare su una vasta letteratura di riferimento, volta a sottolineare come il mondo virtuale sia in grado di favorire la radicalizzazione, fungendo da cassa di risonanza per istanze, narrazioni e contenuti radicali e creando le condizioni perché la radicalizzazione avvenga senza il bisogno di interazioni fisiche tra gli individui. Si pensi all’utilizzo della rete da parte dello Stato Islamico o in occasione degli attentati ad opera di suprematisti avvenuti nel corso degli ultimi anni. Allo stesso modo si pensi, per esempio, al memoriale di 1.500 pagine postato in rete da Anders Breivik nel 2009, due anni prima di commettere il duplice attentato che costerà la vita a 77 persone a Oslo e Utoya, in Norvegia; al video trasmesso in diretta su Facebook da Brenton Tarrant in occasione del massacro di 50 persone nelle due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda nel 2019. Si tratta di azioni annunciate o trasmesse in diretta sul web o sui social network. L’on line permette la semplice condivisione di materiali tra pari (peer to peer) che può favorire la radicalizzazione di un soggetto.

Assistiamo sempre più all’uso del linguaggio d’odio in politica, nella società, nei media: anche questo stimola la radicalizzazione e le sue espressioni violente?
La violenza verbale non sempre va a sfociare in quella fisica, se restiamo a livello di singoli. Quando però il linguaggio è continuamente de-umanizzato in una retorica che crea differenze tra gruppi mettendoli in contrasto è evidente che potrebbe dare adito a violenza fisica. Banalizzare l’aggressività e l’offesa sia nell’interazione faccia a faccia  che on line rischia di portare a fenomeni violenti oltre che di etichettamento e di segregazione di determinati gruppi che a loro volta si auto-segregano. E qui avviene il rischio di radicalizzazione del singolo gruppo.

Quali potrebbero essere possibili strumenti e buone pratiche per rispondere  con efficacia alla radicalizzazione giovanile?
La raccomandazione generale è lavorare sulla prevenzione, evitare l’approccio securitario per agire su un piano sociale per ridurre e eliminare le disuguaglianze. Occorre lavorare sui linguaggi a scuola, sui termini utilizzati che vengono ripetuti dai più giovani senza una reale consapevolezza.

È importante agire a scuola e nei gruppi sociali, famiglia, enti locali, comunità, aggregazioni.

Deve esserci un approccio multidisciplinare  con una particolare attenzione al mondo degli adolescenti, delle periferie, delle zone a rischio di esclusione sociale. Soprattutto adesso in piena pandemia: con la Dad si fa fatica ad intercettare i giovani. Investire sui giovani attraverso luoghi fisici di aggregazione, società sportive, oratori, coinvolgendo anche attori locali ed Enti locali. È importante che tutti questi soggetti entrino in contatto e che alla fine dei progetti i giovani non vengano lasciati soli.

Deve essere un lavoro di rete (attori istituzionali, società civile, scuola,) non solo italiano ma anche europeo. Il mondo del volontariato e dell’associazionismo deve essere coinvolto sempre di più  perché in questo anno di pandemia si è dimostrato un importante presidio del territorio. Resta comunque fondamentale il ruolo delle famiglie e quello dei diretti interessati.

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