La banalità del male

In questo periodo si susseguono notizie di uccisioni di persone, con motivazioni diverse. Pensiamo a don Roberto Malgesini di Como (di cui si parla in altra parte del settimanale), pensiamo a Paola Maria Gaglione di Napoli quartiere Caivano, a Willy Monteiro Duarte di Colleferro. Le motivazioni sono totalmente banali.

foto SIR/Marco Calvarese

In questo periodo si susseguono notizie di uccisioni di persone, con motivazioni diverse. Pensiamo a don Roberto Malgesini di Como (di cui si parla in altra parte del settimanale), pensiamo a Paola Maria Gaglione di Napoli quartiere Caivano, a Willy Monteiro Duarte di Colleferro. Le motivazioni sono totalmente banali. Per Willy si è escluso che ci siano motivi razziali o politici. Uno dei familiari degli arrestati ha detto: “In fin dei conti, cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario”. Un’altra versione
è anche più crudele. La polizia postale ha aperto un’inchiesta sui social in cui i quattro indiziati dell’omicidio sono chiamati eroi per “aver tolto di mezzo uno scimpanzé”. Sono atti che nascono da una cultu- ra violenta, portata in certi strati giovanili, oltre che dal degrado del linguaggio politico, anche dai testi di “cantanti” rap e trap.
Per quanto si dica che la politica non c’entra, come pos- siamo pensare che una società possa vivere una sana convivenza democratica se il linguaggio e gli atti esprimo- no violenza, odio e ri uto? È vero che non è un comporta- mento collettivo, che è una violenza di margine. Ma è un segnale di degrado della comunità politica. Non possiamo dimenticare, se non altro per associazione di idee, quello che disse un noto personaggio politico quando de nì una signora, ministro del governo italiano, un orango perché di origini africane; dimostrando una ignoranza sorprendente, dato che gli oranghi non si trovano in Africa. Sul web ci sono però, grazie a Dio, anche altre reazioni. In un post su Facebook mi è stato segnalato quanto segue: “Hannah Arendt aveva forgiato un’espressione intuitiva e simbolica che descrive un orrore vestito di ordinario procedere
e per questo quasi privo di importanza. La banalità del male è oggi più che mai una descrizione attualissima. Ed il crimine più aberrante è già stato compiuto: imbevere la società continuamente dentro quest’acqua putrida, giorno dopo giorno. Ed eccoci in piena pestilenza”. Il livello culturale di chi ha scritto questo post non è comune. Non lo vedo possibile nelle teste di quei ragazzi dediti a sport di combattimento o dei loro contesti, che neanche sanno distinguere un avversario su un ring da un ragazzo comune, che solo voleva impedire una violenza. O di quel fratello che insegue la sorella giovanissima per farle del male perché vive un amore “strano”. La banalità consiste proprio in quella incapacità di distinguere il bene dal male, e di considerare normali comportamenti disumani. Questo è un problema politico, come lo è la formazione a criteri
etici e valori morali che tutelino i diritti di ogni cittadino.

(*) direttore “Il Momento” (Forlì)

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