Coronavirus. Casa S. Maria della Provvidenza e Fondazione Sospiro: “Dare sempre il massimo per proteggere i nostri ospiti”

Covid-19 tra rischio contagi, lockdown e carenza di dispositivi di protezione. Come gestire l’emergenza nelle strutture e nei centri residenziali per persone con disabilità? Il racconto dei responsabili di due Rsd, una a Roma e una a Cremona. “Le criticità non sono mancate – affermano – ma abbiamo sempre dato il massimo per proteggere i nostri ospiti, partendo dai più fragili”. E a Roma, dopo una Pasqua indimenticabile, le ragazze aspettano il Papa

Che cosa ha rappresentato e continua a rappresentare l’emergenza Coronavirus per le residenze che accolgono persone con disabilità intellettive? Come assicurare la continuità di cura proteggendole dal contagio? Quali sono state e continuano ad essere le sfide?

Suor Michela Carrozzino dirige il Centro di riabilitazione Casa S. Maria della Provvidenza-Opera femminile don Guanella di Roma. La struttura, riconosciuta dal Ssn e accreditata con la Regione Lazio, accoglie 155 ospiti residenziali, tutte donne dai 30 anni in su con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali, e un gruppo di 15 donne semiresidenziali, assistite ogni mattina nel centro diurno. “Donne che soffrono di disabilità intellettiva, alcune anche con disabilità fisiche – spiega al Sir la direttrice –, provenienti da famiglie con grosse difficoltà o anziane e prive di genitori o di qualcuno che possa prendersi cura di loro”. Diverse sono in carrozzina, ma c’è anche un gruppo di over 85 che non può più alzarsi dal letto.

La Fondazione Istituto ospedaliero di Sospiro (Cremona) offre nelle diverse sedi tra il cremonese e il bresciano 200 posti letto nelle Rsa (Residenze per anziani) e 428 nelle Rsd (Residenze per disabili) che accolgono persone con disabilità intellettiva e disturbi dello spettro autistico, dai 18 anni in su. Con voce pacata Serafino Corti, psicologo e responsabile del Dipartimento delle disabilità, racconta che la maggiore sfida imposta dal lockdown è stato “il costruire una quotidianità nella quale tutte le attività esterne – passeggiate in città, ippoterapia, sport, teatro – erano state sospese, chiedendo a persone in gruppi anche di 15-20 individui, di stare sempre insieme per un mese e mezzo – due mesi, conoscendone la problematicità dei comportamenti.

Far vivere con leggerezza un momento di grande fatica relazionale è stata davvero una sfida enorme.

Fondamentali la capacità, la flessibilità e la creatività degli operatori che dall’oggi al domani si sono dovuti re-inventare e riprogrammare le attività motorie in uno spazio ridotto di 10-20 volte rispetto a quello al quale i ragazzi erano abituati, cercando di ricostruire la loro routine quotidiana per evitare il rischio di destabilizzarne l’equilibrio”.

Nelle due strutture sono state immediatamente sospese le visite dei familiari, che dopo un attimo di disorientamento hanno compreso e apprezzato la scelta. I contatti con gli ospiti vengono mantenuti tramite telefono e videochiamate. Ma come giustificare ai “residenti” questa rivoluzione copernicana? “Alle ospiti in grado di comprendere – racconta suor Carrozzino – abbiamo spiegato, con l’aiuto di psicologi e educatori, che cosa stesse accadendo parlando di questo virus invisibile ma molto pericoloso, cercando anche di responsabilizzarle sulla necessità del distanziamento tra loro e con gli educatori. Si tratta di persone molto affettive che cercano il contatto e l’abbraccio. A quelle con minima capacità di comprensione abbiamo presentato il distanziamento come gioco: la prova di abbracciarsi a distanza immaginando con la fantasia di essere vicine. La sfida degli educatori è stata inventare vie alternative, secondo la capacità di comprensione delle nostre ospiti, per far sentire presenza e vicinanza ma senza il contatto fisico”.

Le fa eco Corti: “Con i nostri ragazzi il distanziamento è difficilmente attuabile. Tuttavia, riducendo la frequenza dei contatti si è ridotta la percentuale di rischio”. Anche perché di far loro indossare la mascherina non se ne parla proprio: “La spostano in continuazione toccandosi naso e bocca con le mani…”.

Nonostante le misure messe in campo non sono mancati i contagi, ma tra le due Rsd le cose sono andate diversamente. “Ne abbiamo avuti sia tra gli ospiti, sia tra gli operatori”, riferisce il responsabile Disabilità della struttura cremonese sottolineando la difficoltà di fare i tamponi.“Siamo riusciti a farli fare agli operatori solo il 27 marzo e ai residenti il 3 aprile. L’Ats (Agenzia di tutela della salute) sosteneva che dovessero essere fatti solo alle persone con sintomi gravi”. Corti racconta inoltre che con un 30% di operatori in malattia “il lavoro è stato enorme, possibile solo grazie alla flessibilità, caparbietà e benevolenza del personale”.

A Roma l’emergenza è scoppiata la notte del Venerdì santo. Finita la Via crucis del Papa le suore si stavano ritirando quando è stato dato l’allarme: una ragazza con febbre alta e basso livello di saturazione. Chiamato il pronto soccorso, la ragazza è stata immediatamente trasportata in ambulanza in ospedale, seguita a distanza di poche ora da un’altra ospite. Nel frattempo le disposizioni erano di comportarsi come se si trattasse, anche se ancora non era stato accertato, di Covid-19, e a scongiurare la catastrofe è stata la tempestività dell’intervento. Racconta suor Carrozzino:

“Il direttore sanitario si è precipitato qui nel cuore della notte e in modo fulmineo abbiamo blindato il reparto.

Abbiamo realizzato un reparto Covid (nel quale ora abbiamo ricoverate sette ragazze) e richiesto il tampone per tutti, ospiti e personale”. Sabato santo il terzo caso e il terzo ricovero: tre in poche ore, due al Gemelli e uno al San Camillo, e tra il Sabato santo e la Domenica di Pasqua sono stati effettuati i tamponi.

“Con il coronavirus non si può perdere tempo: la sfida è nell’efficacia della prevenzione e nella velocità della risposta difensiva”,

dice la religiosa che già pensa al rientro delle tre ragazze che stanno meglio, sono negative e a breve saranno dimesse: “Dovremo mantenere alte le misure di protezione. Questo virus può ritornare e non sappiamo per quanto tempo si rimane contagiosi anche se negativi. La sfida è assumere tutte le precauzioni e al tempo stesso far sentire le ragazze accolte, non emarginate”.

Ad accomunare le due realtà la difficoltà di reperimento di mascherine e dispositivi di protezione individuale (Dpi) nel momento di massima emergenza. “Soprattutto nella prima fase, tra fine febbraio e inizio marzo quando ne avremmo avuto più bisogno – riferisce Corti -, ci hanno requisito migliaia di mascherine per destinarle agli ospedali. Aspettavo 6mila mascherine acquistate e pagate, mai arrivate. Intorno al 20 – 25 marzo la questione si è sbloccata. Oggi ne ho 60mila che basteranno, dandole a tutti, circa cinque mesi, ma nel periodo più cruciale sono mancate”. A Roma, prima che scoppiasse l’emergenza suor Carrozzino era invece riuscita a fare una piccola scorta di Dpi; nel momento in cui è scoppiata “ne abbiamo ricevuti dalla Protezione civile e dalla Asl, ma a singhiozzo e per pochi giorni – racconta -. Grazie alla sensibilità di un padre camilliano che ha allertato il Vaticano, nel momento di massima necessità in cui io non dormivo la notte, ci è arrivato da parte di Papa Francesco, tramite il suo elemosiniere, il card. Konrad Krajewski, un carico di tute e dispositivi di protezione che sul mercato non riuscivamo più a trovare”.

Indispensabili per gli operatori che avvicinano le ragazze in reparto Covid, presentandosi “travestiti da astronauti”. Di qui la profonda riconoscenza della religiosa al Papa, ma anche a tutti gli operatori che hanno sventato il rischio catastrofe.

Che “lezione” lascia questa esperienza?” Vorrei avere imparato il discernimento sui valori che contano davvero – risponde Corti –. Anzitutto la competenza: in un tempo in cui sembrava che tutti potessero dire tutto, si è rivelato fondamentale avere accanto persone capaci e competenti. Il secondo valore è la dedizione, l’abnegazione e la caparbietà nel voler fare il bene con la flessibilità di chi non si scoraggia e impara a vivere nella contraddizione senza perdere il mordente. Infine la benevolenza: il voler fare il bene volendo bene alle persone di cui ci occupiamo, nella convinzione che sia la cosa più importante. Valori che fanno la differenza.“Questa esperienza – osserva a sua volta suor Carrozzino – mi fa vedere che ciascuno di noi ha bisogno dell’altro. Ognuno è un tassello e se mancasse lascerebbe un vuoto con gravi conseguenze: dal direttore sanitario agli addetti alla sanificazione e all’asporto dei rifiuti speciali; dai medici agli educatori; dagli infermieri agli psicologi. Solo tutti insieme ce la possiamo fare”. Ma la religiosa parla anche di “uno sguardo nuovo sulla realtà che ci riporta all’essenziale” e dell’importanza dell’esempio reciproco: “Ho visto operatori timorosi del Covid-19 prendere coraggio dai più ‘arditi’, e questi ultimi imparare ad essere un po’ più prudenti”. Tuttavia il pensiero finale è per il Pontefice: “Tutti noi lo ringraziamo e lo invitiamo a venire a trovarci”. Le ragazze lo aspettano e dicono:

“Dobbiamo farcela perché dobbiamo incontrare il Papa!”.

 

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