Il coraggio e l’obbligo di riordinare le priorità

Vivere in stato di emergenza costringe a riordinare le priorità. Quelle verso l’esterno, di movimento. Quelle interiori e personali. Quelle di relazione. Priorità di azione. Sono giorni obbligati in casa. Molto impegnativi. Perché muoversi è la prima delle libertà garantite e irrinunciabili ad una vita buona e sana. Ma restare in casa è anche l’unico antidoto realmente efficace di cui - per ora - disponiamo per sconfiggere il Covid-19.

foto SIR/Marco Calvarese

Vivere in stato di emergenza costringe a riordinare le priorità. Quelle verso l’esterno, di movimento. Quelle interiori e personali. Quelle di relazione. Priorità di azione. Sono giorni obbligati in casa. Molto impegnativi. Perché muoversi è la prima delle libertà garantite e irrinunciabili ad una vita buona e sana. Ma restare in casa è anche l’unico antidoto realmente efficace di cui – per ora – disponiamo per sconfiggere il Covid-19. Perché il virus da solo non cammina, si sposta soltanto con le nostre gambe. Di qui le giuste prescrizioni di chi ci governa e delle amministrazioni locali. Da rispettare scrupolosamente. Al centro di questo giornale proponiamo un vademecum con le indicazioni fondamentali da seguire.

Priorità interiori. Attengono al significato che io – non chi mi sta intorno – attribuisco alla mia esistenza su questa terra. Alla clausura siamo costretti. Ed è pesante per le nostre abitudini. Ma se lo voglio, è anche l’occasione di incontrare me stesso, nella mia intimità.

“Acquista oggi un valore mai esistito la telefonata quotidiana, disinteressata, a chi sappiamo solo. Là dove esplodono le domande che si fanno devastanti se le lasciate senza risposta. Chi sono io veramente (non per gli altri, per me)? In che cosa credo? Per che cosa vivo? Come vedo – perché la morte è il tabù di cui non parliamo ma che in giorni come questi diventa pensiero ricorrente – la mia fine?

Amo ricostruire l’albero genealogico di famiglia, consapevole che in me scorre la stessa linfa dell’antico albero di cui sono un rametto finale proteso nel vuoto, ma sorretto dal grande tronco e dai più robusti rami che mi hanno generato, educato, accompagnato. Non è un elencare nomi e date, nati e morti. Piuttosto un ripercorrere, magari con i figli, le storie – il lavoro, le difficoltà di guerre, povertà, pesti, e malattie, i successi, ecc..-   di ognuno degli antenati e dei rami da loro discesi. E confrontare la loro la mia storia presente.

Si possono cercare aiuti e risposte in libri, film, meditazioni, confronti. Mai come oggi disponibili in abbondanza. Interviste e editoriali in queste pagine offrono spunti di spessore. Esemplari le parole semplici e potenti della madre superiora delle Clarisse di Boves nell’intervista di pagina 37.

Priorità di relazione. Già, la solitudine. “Io sto a casa … “ ma da solo. È l’altra faccia del dramma. “Mangio pane e salame da quindici giorni, non posso andare da mia figlia distante un po’ di chilometri”. Arrivano anche in redazione queste telefonate. “Ma non mi mandi nessuno a consolarmi…”.  Il bisogno è altro. Non il soccorso materiale, che c’è e arriva, ma la relazione capace di rompere la quotidiana solitudine resa feroce dal divieto di uscire e incontrare. È su questo fronte, che tocca gli anziani e non solo, che ci è fatto obbligo di diventare inventarci più operativi. Lo fanno associazioni, giovani e volontari. Riportiamo testimonianze di questo genere. Ma non basta. Acquista oggi un valore mai esistito la telefonata quotidiana, disinteressat, a chi sappiamo solo, tendente all’autoesclusione, magari alla depressione, per assenza di un compagno o una compagna di vita, di figli o di nipoti.

Piccole cose, certo. Tutte alla nostra portata.

 

(*) direttore “La Guida” (Cuneo)

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