“Vogliamo unire i popoli”: l’eredità politica e cristiana di Schuman

Papa Leone fa tappa lunedì 28 settembre a Metz, città del ministro e intellettuale francese, considerato tra i “padri” dell’Europa unita, per il quale è aperto il processo di beatificazione. Un pensiero e un’azione politica che svelano elementi di estrema attualità. “L’Europa – sosteneva – si deve fondare sulla democrazia e sulla solidarietà. È lei stessa padrona del suo destino”

(Foto Unione europea)

Liberté, Égalité, Fraternité: anche Robert Schuman, francese “a suo modo”, ha incarnato il motto della Rivoluzione francese. Lo ha fatto misurandosi con le sfide del suo tempo, battendosi contro il nazismo, operando in politica per la pace e il benessere dei popoli, agendo da laico cristiano nelle “realtà temporali” (Concilio vaticano II) lasciandosi guidare dagli insegnamenti del vangelo. La visita di Papa Leone a Metz, lunedì 28 settembre, nella città del venerabile Schuman, si presenta come un’occasione per sottolineare ancora una volta le qualità umane e il tratto spirituale di un uomo che ha provato, nel corso della vita, a porsi al servizio della costruzione dell’Europa unita e di un mondo migliore, guidato da valori alti e da una fede cristiana profonda.

Le tappe di una vita. Schuman (nato a Lussemburgo nel 1886, morto a Scy-Chazelles, nei pressi di Metz, nel 1963), di famiglia lorenese, professione avvocato, in gioventù prende parte alla Prima guerra mondiale nelle truppe tedesche (dal padre ha ereditato la cittadinanza tedesca). Al termine del conflitto, diventato cittadino francese, viene eletto deputato all’Assemblea nazionale. Tra il 1940 e il ‘41 è sottosegretario ai rifugiati; nel 1941 viene internato in Germania per la sua opposizione al nazismo. Fugge dalla prigionia e torna in Francia, quindi prende parte alla Resistenza. Nel 1944 è tra i fondatori del nuovo partito cristiano democratico francese, il Movimento repubblicano popolare (Mrp). Padre Bernard Ardura, tra i maggiori conoscitori della figura di Schuman, ha raccontato: “Parlava perfettamente francese, tedesco e lussemburghese; si trovava a suo agio nella cultura francese e in quella tedesca. Possiamo dire che era un uomo destinato a superare le frontiere. Un cittadino d’Europa. Un cittadino credente”. La sua è una fede convinta, coltivata nella preghiera personale e nella liturgia comunitaria, mai sbandierata.

La “Dichiarazione” del 1950. Nel secondo dopoguerra Schuman ricopre l’incarico di ministro delle Finanze, mentre nel periodo 1947-48 diviene presidente del Consiglio. Guida la Francia ad aderire al piano Marshall e dà un deciso contributo alla riconciliazione con la Germania. È ricordato tra i “padri d’Europa” anche per la famosa Dichiarazione del 9 maggio 1950, elaborata con il decisivo contributo di Jean Monnet, che apre la strada all’istituzione di una comunità carbosiderurgica europea (la futura Ceca, 1951). Nella Dichiarazione, considerata appunto la pietra miliare dell’integrazione europea, si legge: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. […] L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. La Dichiarazione vorrebbe interrompere il circolo vizioso delle guerre che dal XIX secolo avevano opposto Germania e Francia e sconvolto il mondo intero. La sua idea, e l’impegno, per l’Europa comunitaria trovano “sponde” decisive in alcuni altri personaggi politici del tempo, senza i quali il disegno di Schuman probabilmente non sarebbe decollata: fra questi ricordiamo almeno lo stesso Monnet, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak.

Il ruolo del cristianesimo. Lasciati gli incarichi ministeriali, Schuman viene eletto presidente dell’Assemblea parlamentare Cee di Strasburgo (1958-1960) per diventare, negli ultimi anni di vita, un “pellegrino dell’Europa”, portando soprattutto fra i giovani il messaggio dell’integrazione tra popoli e Stati del continente. Si spegne nel 1963, l’anno in cui vede la luce, postumo, il suo libro-testamento, “Pour l’Europe”. Rileggendo i suoi discorsi, le lettere, lo stesso “Pour l’Europe” emergono alcuni tratti della sua visione della “fratellanza universale”, della storia, della democrazia, dell’Europa e della cooperazione tra i suoi popoli. “La democrazia – scrive nel volume – deve la sua esistenza al cristianesimo. Essa è nata il giorno in cui l’uomo è stato chiamato a realizzare nella sua vita temporale la dignità della persona umana, nella libertà individuale, nel rispetto dei diritti di ciascuno e con la pratica dell’amore fraterno verso tutti. Mai, prima di Cristo, erano state formulate simili idee”.

Un destino comune. Nelle stesse pagine ecco un passaggio che si può considerare di grande attualità: “I continenti ed i popoli dipendono, più che mai, gli uni dagli altri. […] Da questa interdipendenza consegue che la sorte, felice o infelice, di un popolo non può lasciare indifferenti gli altri. Per un popolo che riflette, non è più possibile allietarsi con machiavellica malizia della sventura del vicino; tutti sono uniti, per il meglio e per il peggio, in un destino comune”. Come ricordava papa Francesco, “siamo tutti sulla stessa barca”.

Il “nodo” della sovranità. Numerose le riflessioni di Robert Schuman sul “vecchio continente”. Nel 1951 annotava: “Fare l’Europa non vuol dire certamente creare una cosa inesistente, ma unire e allineare degli elementi preesistenti, è unire ciò che è diviso e separato, ma non è certo amalgamare ciò che è e deve restare distinto. […] Fare l’Europa è precisamente coordinare le attività dei Paesi europei, far crescere la loro efficacia liberandoli dagli egoismi a corto termine, orientandoli verso un bene comune sovranazionale. In una parola, raggruppando dei Paesi in vista di un’azione positiva, comune e concertata”. Una riflessione valida oggi per rispondere ai cosiddetti “sovranisti”: nel senso che la sovranità nazionale non è negata, ma si dispiega compiutamente, dinanzi alle sfide globali, proprio su un livello di governance di scala europea. In questo senso nel 1954 dirà: “Non vogliamo coalizzare degli Stati, creare un super-stato, ma unire dei popoli. […] L’Europa si deve fondare sulla democrazia e sulla solidarietà. È lei stessa padrona del suo destino. […] L’Europa non nasce contro qualcuno, non ha disegni d’aggressione, essa ha come ragione d’essere la cooperazione mondiale, di cui costituisce una parte essenziale. […] La realizzazione dell’Europa è un’opera lenta e difficile che deve seguire al cammino delle idee”. Schuman sembra parlare nel ventunesimo secolo. La visita di Papa Leone a Metz forse ne valorizzerà lo spirito e la feconda eredità.

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