Elezioni, Germania divisa al voto. Nothelle (giornalista): “Forti differenze tra est e ovest”

Il "motore d'Europa" è chiamato alle urne domenica 26 settembre. Esce di scena la cancelliera Merkel. Quale coalizione e quale leader guideranno il gigante economico? Rimangono sul tavolo alcuni interrogativi su differenze sociali, migrazioni e accoglienza, ruolo nel Paese nell'Ue e sulla scena internazionale. Sir ne parla con la docente di giornalismo televisivo alla Hochschule Magdeburg-Stendal nella Sassonia Anhalt

Germania: dibattito fra i candidati alle elezioni politiche (Foto ANSA/SIR)

A poche ore dal voto che decreterà definitivamente la conclusione di 16 anni di governo di Angela Merkel, gli occhi del mondo sono puntati sulla Germania. Sondaggi, accostamenti di colore (emblema delle diverse forze politiche), calcoli per capire che volto avrà il Bundestag – e quindi il governo federale – tengono la stampa tedesca in fibrillazione. Ogni fatto che accade in questi giorni viene passato al setaccio del dibattito politico, anche se i temi centrali della campagna elettorale sono stati “il clima, le migrazioni, le politiche sanitarie e il sistema pensionistico, le differenze economiche e la povertà, il sistema scolastico a fronte delle differenze sociali e la digitalizzazione”, riferisce Claudia Nothelle, giornalista di lungo corso e oggi docente di giornalismo televisivo alla Hochschule Magdeburg-Stendal nella Sassonia Anhalt. In una conversazione con il Sir offre alcuni sguardi sulla Germania alla viglia di quello che sarà di certo un cambiamento.

Che aria si respira alla vigilia delle elezioni?
Il fatto che Angela Merkel non si ricandidi genera un clima completamente diverso. C’è un grande interesse perché è sicuro che avremo un governo nuovo. Sono tanti a non ricordarsi di aver sentito parlare di un “cancelliere”, al maschile. E certamente ciò che verrà sarà molto diverso dall’avere Angela Merkel alla guida. C’è anche un dibattito molto accesso sulle coalizioni di governo che saranno possibili.

Che eredità lascia Angela Merkel?
Una grande serenità personale, che l’ha sempre accompagnata, nel senso di non mettere se stessa al centro, nonostante fosse personalmente in prima linea; questo ha rappresentato uno stile politico nuovo. Se sarà portato avanti da chi le succederà, è da vedere. Ma in lei era assolutamente chiaro questo. A caratterizzarla anche un ampio respiro per diversi temi e negli ultimi anni un chiaro lavoro al di sopra degli schieramenti partitici, come cancelliera di tutti. Alle scorse elezioni, alcuni miei amici che normalmente votano per i verdi, hanno votato Merkel per il suo impegno nella crisi dei rifugiati, per quello che ha fatto per l’Europa, nonostante gli errori che naturalmente sono legati al governo. È stata criticata per il clima, problema su cui forse il governo Merkel si è mosso troppo poco, o di recente in relazione alla vicenda afghana. Ma in generale mi sembra che di lei resti uno stile particolare nel fare politica.

Alcune commentatrici l’hanno criticata perché troppo poco “femminista”: condivide?
Merkel non si è considerata una pioniera delle femministe. Evidentemente però nel suo modo di portare avanti questo ruolo come donna forse ha aperto qualche porta e ha spianato qualche strada. Per me è sempre stato importante il fatto stesso che lei come donna fosse in quella posizione e lo considerasse una cosa normale e anche che non si sia adeguata ai cliché. Mi ricordo all’inizio i dibattiti sulla sua pettinatura, il suo abbigliamento. Ma lei è andata oltre, ha assunto uno stile, indossando i suoi blazer federali e basta. Forse anche questo è femminismo: non preoccuparsi di acconciatura e trucco. Forse non è stata femminista militante ma ha mostrato che cosa le donne possono e sono in grado di fare con un incarico simile.

Angela Merkel aveva sconvolto l’Europa nel 2015 con la sua accoglienza nei confronti di decine di migliaia di migranti: il suo atteggiamento ha insegnato qualcosa al Paese?
In termini generali ha contribuito a fare sì che la società sia diventata più aperta. Certo il dibattito sul tema è sempre vivo. Ma mi pare la maggior parte della popolazione sia convinta che è stato positivo accogliere queste persone e anche economicamente sostenibile. Io ricordo la frase di Merkel in una conferenza stampa: “In Germania siamo riusciti a fare già così tante cose, che riusciremo a farcela anche questa volta”. E io penso che la Germania ce l’abbia fatta. E quando si è verificato il caso dell’Afghanistan non c’è stato molto dibattito se fosse giusto o meno aiutare queste persone, ma piuttosto “perché non siamo riusciti a portarne via di più?”. Per contro, quando Moria (campo profughi sull’isola di Lesbo, in Grecia – ndr) è bruciata, alcuni comuni erano pronti ad accogliere le persone, in primis i minori, ma altri no. Non è avvenuto un cambio totale, ma qualche passo è stato fatto.

Il Covid anche in Germania ha acuito molte differenze sociali, ma è vero che a prescindere dalla pandemia, perdura la diversità tra est e ovest?
Sì, anche trent’anni dopo l’unificazione. Per esempio, nei contratti collettivi ci sono ancora differenze tra est e ovest e la questione è entrata nei programmi politici di alcuni partiti, soprattutto i Linke, ma non è considerata così centrale, anche se tutti sanno che quelli che continuiamo a chiamare i “nuovi Länder” dell’est hanno condizioni economiche peggiori. L’istituto federale di statistica qualche settimana fa ha pubblicato alcuni dati da cui emerge che la differenza di stipendio a parità di lavoro è in media intorno ai mille euro al mese.

Ed è in questi Lander dell’est che Alternative für Deutschland, il partito nazionalista e xenofobo, raccoglie ampi consensi. A livello federale sembra però si sia fermata la crescita di questo movimento. È veramente così?
No, per esempio un sondaggio ha mostrato che in Sassonia è in vantaggio. Ma certo c’è una differenza tra est e ovest e ci si domanda come mai là sia più forte. In generale però non è la normalità che ci sia una forza come l’Afd e che sedute nel Bundestag ci siano persone che sostengono idee antidemocratiche. Resteranno all’opposizione, non saranno in alcuna coalizione, ma ci saranno, mentre continua la discussione sullo spazio che hanno nei media e in generale di che ruolo hanno nella nostra democrazia.

Come mai l’Europa non è stata un tema del dibattito politico?
Per quasi tutti l’Europa è importante ed è un bene che ci sia l’Ue. I partiti non ne parlano forse perché è difficile con questo tema suscitare entusiasmi. In relazione ai vaccini si è discusso molto se procedere da soli non avrebbe permesso di ottenere vaccini più in fretta e più abbondanti all’inizio. Forse l’Ue non ha attrattiva, non è tangibile, è lontana, non è così presente nella quotidianità delle persone.

I cattolici fanno abbastanza per la vita politica del Paese?
Si può sempre fare di più. Per noi cattolici il cristianesimo deve essere anche sempre politico. Fa parte della nostra fede costruire la vita delle nostre società. “Non possiamo innaffiare i gerani nella sacrestia mentre il mondo fuori è in fiamme”: questa frase mi sembra esprima molto plasticamente che non possiamo sempre solo parlarci addosso ma dobbiamo darci da fare. Allo stesso tempo mi sembra di percepire una certa stanchezza relativamente all’impegno partitico. A questo si aggiunge che nella Chiesa cattolica tedesca abbiamo tanti problemi relativamente alla questione degli abusi e ciò assorbe tante forze. Certo dobbiamo continuare a porci la domanda su come contribuire alla vita pubblica e sociale.

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