Zuppi a Monte Sole: “Guai a chi semina morte”. La veglia per la Terra Santa tra i ruderi di Casaglia

Tra i ruderi della chiesa di Casaglia, a Monte Sole, il card. Matteo Zuppi ha guidato la veglia per la pace e la giustizia in Terra Santa. Nell'omelia la condanna della violenza dei coloni e i dati sugli insediamenti in Cisgiordania. E le testimonianze arrivate dai cristiani di Ain Arik

(Foto diocesi Bologna)

Nel luogo dove il 29 settembre 1944 fu ucciso don Ubaldo Marchioni, la prima parola è stata la richiesta di perdono. Tra i ruderi della chiesa di Santa Maria Assunta a Casaglia, nel Parco storico di Monte Sole a Marzabotto, il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha guidato nel pomeriggio la veglia di preghiera per la pace e la giustizia in Terra Santa, proposta dalla Chiesa di Bologna con la Piccola Famiglia dell’Annunziata. “Ad una generazione spesso sguaiata, compulsiva, tanto da essere volgare e distratta sugli altri perché ossessionata dall’io, questo luogo impone silenzio, sobrietà, ascolto”, ha detto l’arcivescovo. Con i fratelli e le sorelle della Piccola Famiglia hanno raggiunto uno dei luoghi simbolo degli eccidi del 1944 autorità civili e fedeli.

Il vortice della violenza e i numeri degli insediamenti
“Umilmente, ma fermamente, chiediamo al Dio della pace di piegare l’orgoglio degli uomini e di ispirare a quanti hanno il potere ultimo di decidere le sorti delle Nazioni, di percorrere la via del dialogo”, ha affermato Zuppi. La preghiera, ha spiegato, è ascoltare un grido “muto come le lacrime di un fanciullo”. Da qui la denuncia: “Guai a chi semina morte! Guai a chi pronuncia parole di disprezzo dell’altro, di odio, di violenza e prevaricazione, che arrivano a calpestare il diritto”. Quando “si perde la proporzione nell’uso della difesa si generano nemici”, ha proseguito l’arcivescovo, e si finisce per disprezzare “gli strumenti indispensabili” della diplomazia e del diritto. I credenti, i figli di Abramo, ha aggiunto, devono essere “uniti nel condannare la violenza, qualsiasi essa sia”, liberandosi da “ideologie e visioni che non hanno niente a che fare con la fede”. Il riferimento alla Cisgiordania è esplicito: alla condanna della “violenza dei coloni che entrano nei villaggi per colpire o provocare una reazione che giustifichi un abuso maggiore” seguono i numeri. Tra il 14 marzo e il 12 giugno 2026, secondo il segretario generale dell’Onu, sono state autorizzate 4.750 nuove unità abitative in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e approvati 34 insediamenti, mentre il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024 chiede a Israele di cessare ogni nuova attività di insediamento ed evacuare i coloni. Non si può accettare, ha ricordato Zuppi citando il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, “che la violenza sia il criterio generale di lettura delle relazioni a Gaza, in Cisgiordania, in Israele, in Palestina”.

(Foto diocesi Bologna)

Dalla Cisgiordania le voci di una vita quotidiana
“In Cisgiordania non è facile essere una persona normale. Il lavoro può diventare un pericolo, la fede un rischio, la quotidianità un miraggio”, si legge nella testimonianza di alcuni cristiani della Cisgiordania letta durante la veglia: l’agricoltore che esce di casa senza sapere se troverà la sua terra intatta, la donna incinta che prega perché “la strada verso l’ospedale rimanga aperta”. A raccontare la ricaduta pastorale è stato Abuna Firas Abedrabbo, parroco ad Ain Arik, il villaggio dove è presente la Piccola Famiglia dell’Annunziata. “Molte persone che prima lavoravano in Israele oggi non possono più farlo perché non ricevono più i permessi di lavoro”, ha spiegato, e alla perdita del reddito si somma il turismo “praticamente fermato per lunghi periodi”. La parrocchia sostiene le famiglie nel pagamento delle tasse scolastiche, delle medicine e degli affitti, e ha trasformato gli spazi del convento in un luogo sicuro, perché muoversi tra checkpoint, chiusure stradali e attacchi dei coloni è diventato difficile. “Se la Chiesa si limitasse all’assistenza sociale, diventerebbe semplicemente un’organizzazione umanitaria”, ha precisato il parroco, che indica nell’emigrazione dei cristiani palestinesi “uno dei problemi più seri” e segnala una crescente polarizzazione religiosa, alimentata anche dai social media che leggono società complesse “attraverso categorie estremamente semplici”. Alla veglia – che segue quella del 14 agosto 2025, quando furono letti i nomi dei bambini israeliani e palestinesi uccisi – ha inviato un videomessaggio padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia a Gaza. “Sia incessante la nostra preghiera”, ha concluso Zuppi. “La Terra Santa diventi terra santa, perché dal Santo siamo chiamati ad essere santi. Sia luogo di pace, giustizia e riconciliazione”.

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