“Abbiamo bisogno di lasciarci educare dai riti della liturgia, curando con mano fine e senza arbitrarietà la bellezza delle nostre celebrazioni e impegnandoci in un’autentica mistagogia”. E’ l’appello con cui Leone XIV ha concluso l’udienza di oggi, pronunciata in piazza San Pietro e dedicata ancora una volta alla Sacrosanctum Concilium.
“L’uomo deve diventare nuovamente capace di simboli”,
la tesi del Papa, sulla scorta di Papa Francesco, che a sua volta ha fatto propria un’affermazione di Romano Guardini. “L’esperienza di una liturgia viva e devota, accompagnata da un’opportuna catechesi mistagogica, è la migliore risorsa per risvegliare in tutti quell’apertura all’incontro con Dio che, nella logica dell’incarnazione, può avvenire solo coinvolgendo tutto l’uomo: spirito, anima e corpo”, ha osservato il Pontefice, che al termine dell’appuntamento del mercoledì, nei saluti in polacco e in italiano, ha rivolto
“una particolare parola ai sacerdoti e ai religiosi del Medio Oriente: accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione il vostro ministero e le attese dei rispettivi Paesi”.
Non è mancato un doppio riferimento al Corpus Domini, festività liturgica che si celebra domani, con un invito – rivolto anche poco prima ai fedeli polacchi – a “mantenere viva” la tradizione delle processioni eucaristiche, “manifestazione di pubblica testimonianza della fede”.
”I riti della liturgia cristiana non sono un rivestimento esteriore del mistero sacramentale, un insieme di cerimonie arbitrarie, ma sono la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge”,
ha esordito il Papa: “Il rito dà forma all’azione liturgica e, attraverso di essa, alla nostra vita, generando in noi una sensibilità spirituale che ci rende capaci di gustare la presenza di Dio per mezzo di Gesù Cristo”, ha spiegato Leone XIV: “Naturalmente ciò avviene se noi non restiamo estranei o muti spettatori rispetto alla liturgia, ma vi partecipiamo con tutto noi stessi – corpo, mente e cuore –, in obbedienza al comando del Signore. Attraverso il sacro rito veniamo così formati all’ascolto della Parola di Dio, al rendimento di grazie e all’adorazione, alla condivisione fraterna e alla comunione ecclesiale. Scopriamo di essere un’assemblea dai molti volti, riunita dalla stessa fede”. Il rito “ci coinvolge in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, che talora può contrastare con la nostra individuale tendenza alla spontaneità”. La sua logica, però, “non è quella di imbrigliare la libertà in schemi”: “Al contrario, con la sobrietà solenne dei suoi ritmi,
il rito interrompe attività frenetiche, riconducendoci all’essenziale”.
“Scopriamo così un’altra dimensione dell’agire, non guidata da calcoli produttivi, e un’altra esperienza del tempo e dello spazio”, ha assicurato il Pontefice, secondo il quale “nel rito sperimentiamo una logica di gratuità, troviamo una sosta che rigenera il cuore, riconosciamo di essere preceduti dalla grazia divina, impariamo a vivere in un ritmo abitato dallo Spirito Santo”. “Segno” e “simbolo” non sono sinonimi: “un segno è simbolico quando è capace di rimandare non solo a un’idea, ma a un intero sistema di significati e di valori”. Emblematico, ad esempio, è il segno dell’acqua: “quando siamo aspersi con l’acqua benedetta si ravviva in noi la coscienza del dono ricevuto con il battesimo e la nostra adesione alla vita nuova in Cristo”. I simboli, inoltre, “hanno essenzialmente un carattere pratico, essendo anzitutto azioni: più semplici e comuni, come l’inginocchiarsi e darsi la pace, o più impegnative, come gli atti costitutivi di ogni Sacramento”. Soprattutto, per il Papa, “i simboli hanno una singolare dimensione performativa e trasformante, sia verso gli elementi materiali che li compongono, sia verso coloro che vi entrano in contatto, generando appartenenza, toccando il cuore e la mente, suscitando autentiche relazioni ecclesiali”.

