Guerra in Iran: vescovi cattolici da ogni continente chiedono diplomazia e condannano i “danni collaterali” accettabili

Dal Golfo Persico all'Australia, dagli Stati Uniti all'America Latina, vescovi e conferenze episcopali di ogni continente hanno risposto in modo convergente all'attacco militare contro l'Iran. Con molte voci ma una stessa grammatica: fermare l'escalation, proteggere i civili, restituire alla diplomazia il suo ruolo. Sullo sfondo, il magistero di Papa Leone XIV e la denuncia della Santa Sede

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“La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”. Le parole pronunciate da Leone XIV all’Angelus del 1° marzo, il giorno successivo all’avvio dell’offensiva su Teheran, hanno offerto il punto di riferimento entro cui si è articolata la risposta ecclesiale internazionale. Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è tornato sulla crisi il 4 marzo denunciando i “doppi standard” nella comunità internazionale, dove alcune vittime civili rischiano di essere considerate semplici “danni collaterali”. Nel giro di pochi giorni si è delineato un quadro di prese di posizione provenienti da episcopati, organismi ecclesiali e realtà cattoliche di diversi continenti, accomunate da un richiamo insistente alla responsabilità politica e alla priorità della diplomazia.

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Una grammatica comune per voci geograficamente lontane
Il tratto più significativo della risposta ecclesiale è la sua sorprendente convergenza. Nonostante le differenze di contesto – vescovi statunitensi chiamati a commentare un’operazione militare del proprio governo, episcopati europei preoccupati per la stabilità dell’ordine internazionale, presuli asiatici attenti alla sorte dei migranti nel Golfo – il nucleo del messaggio resta identico: la guerra non può essere considerata uno strumento legittimo della politica. Negli Stati Uniti, l’arcivescovo Paul Coakley, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha avvertito del “rischio di trasformare il conflitto in una guerra regionale più ampia”, chiedendo “un ritorno all’impegno diplomatico multilaterale”. In Europa, la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) ha messo in guardia contro “un indebolimento dell’ordine internazionale basato su regole”, invitando l’Ue a riscoprire la propria “vocazione originaria di progetto di pace”. In Germania, mons. Heiner Wilmer, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha espresso “profonda preoccupazione” per i nuovi combattimenti, ricordando che la sicurezza di Israele resta un bene fondamentale ma interrogandosi se l’escalation militare possa davvero portare più pace e libertà nella regione. La Conferenza episcopale irlandese ha ribadito questo principio senza ambiguità: “La guerra non è la risposta. Nessun leader politico ha l’autorità di scatenarla a proprio piacimento”.

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Dai bunker del Golfo all’angoscia dei migranti asiatici
Lontano dai centri del potere geopolitico, la risposta ecclesiale ha assunto toni più pastorali e immediati. Nei Vicariati apostolici del Golfo Persico – dove la rappresaglia iraniana ha colpito installazioni militari negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, in Qatar e in Kuwait – i pastori cattolici si sono trovati a gestire comunità di fedeli direttamente esposte alle tensioni. mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia del Sud, ha invitato i fedeli a “rimanere calmi e sereni”, chiedendo la recita del rosario per la pace, mentre mons. Aldo Berardi, vicario apostolico dell’Arabia del Nord, ha espresso la speranza che “si stabilisca un cessate il fuoco” e ha invitato i cristiani a “pregare incessantemente”, rivolgendo inoltre un appello ai leader politici e alla comunità internazionale perché coltivino “una prospettiva politica chiara ed equa” e aprano cammini di riconciliazione. Anche l’Asia ha espresso forte preoccupazione: la Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc), riunita a Bangkok, ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità, ricordando che “la guerra ferisce in modo sproporzionato i più vulnerabili: i poveri, gli sfollati, i bambini e le generazioni future”. Il timore riguarda i milioni di lavoratori migranti provenienti da India e Filippine presenti nel Golfo. Dall’India, il card. Filipe Neri Ferrão, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici dell’India, ha invitato i fedeli a vivere domenica 8 marzo come giornata di preghiera per la pace in Medio Oriente, esprimendo particolare preoccupazione per gli indiani che lavorano nella regione.

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Dal Pacifico all’America Latina: un coro globale contro la guerra
Mons. Timothy Costelloe, arcivescovo di Perth e presidente della Conferenza episcopale australiana, ha riaffermato lo stesso giudizio morale: “La violenza moltiplica solo la sofferenza; la guerra non è la risposta ed è sempre una sconfitta per l’umanità”. I vescovi australiani hanno espresso “profonda preoccupazione” per le vittime civili, ricordando gli australiani presenti nell’area “in missioni di peacekeeping e in attività umanitarie”. Pax Christi International ha denunciato i “recenti attacchi militari” chiedendo un immediato ritorno al negoziato, mentre la Conferenza episcopale del Cile e la Conferenza episcopale argentina hanno invitato a intensificare la preghiera per la pace e il dialogo. Ne emerge un coro che attraversa continenti e contesti ecclesiali diversi: da Washington a Manila, da Bruxelles a Buenos Aires, la risposta della Chiesa converge su un punto essenziale. La pace non è un’utopia morale, ma una responsabilità politica e spirituale.

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