A dieci anni dalla beatificazione dei martiri di Chimbote – il fidei donum bergamasco Alessandro Dordi e i francescani polacchi Michal Tomaszek e Zbigniew Strzalkowski –, uccisi in Perù nel 1991, Leone XIV ha recentemente ricordato i tre beati, incoraggiando il clero “a considerare con generosità la possibilità di offrirsi come fidei donum”, chiedendo ai vescovi di “sostenere l’ardore dei giovani sacerdoti” e “soccorrere le Chiese più bisognose”. “Un appello molto importante – commenta don Giuseppe Pizzoli (nella foto sotto), direttore generale della Fondazione Missio – per dare nuova spinta all’ad gentes, in anni in cui le partenze dei fidei donum sono andate via via diminuendo”. Vediamo perché.
La svolta con Pio XII. Fin dal XV-XVI secolo l’evangelizzazione era stata affidata ai grandi ordini religiosi. Tra la fine del ‘700 e l’‘800 sono nate alcune congregazioni e istituti religiosi con carisma specificamente missionario, che hanno raggiunto molti Paesi e culture lontane. Nel 1957 l’enciclica Fidei Donum di Pio XII ha aperto una nuova stagione, invitando i vescovi a contribuire all’ad gentes rendendo disponibili sacerdoti diocesani: una novità rispetto ai quattro secoli precedenti, che ha trovato sviluppo nel Concilio Vaticano II con l’affermazione della nuova coscienza missionaria di tutta la Chiesa. È poi il decreto conciliare Ad Gentes a specificare la traiettoria dello sviluppo del cammino missionario della Chiesa universale. “In Italia l’invito della Fidei Donum e poi anche del Concilio è stato raccolto con molto entusiasmo dalle diocesi – dice don Pizzoli –, anche perché in quell’epoca non c’erano problemi di vocazioni e di clero”. “È nato così ad esempio, il Seminario per l’America Latina che raccoglieva seminaristi per prepararli specificamente per la missione per rispondere alle richieste dei vescovi latinoamericani. Tutto questo ha contribuito a fare di quel periodo una primavera missionaria nella Chiesa italiana, anche se gli inizi non sono stati ben strutturati: molti dei partiti in quell’epoca sono stati missionari ad vitam, ed è successo che col tempo inevitabilmente si sono affievoliti i legami con le diocesi di invio”.

(Foto Popoli e Missioni)
“Si riceve più di quello che si dà”. Nel 1980 c’è un altro passo molto interessante. La congregazione per il Clero pubblica una istruzione che comincia a dare una definizione più strutturata del fidei donum, come di un missionario non ad vitam ma ad tempus, ponendo l’accento sul fatto che l’invio dei sacerdoti diocesani, e anche dei laici, sia temporaneo. Non perché debbano essere missionari solo per una stagione della vita, ma perché possano “portare indietro” le ricchezze dell’esperienza compiuta per ringiovanire l’anima missionaria della Chiesa che li ha inviati. Spiega don Pizzoli che “si va per donare, ma tutti i missionari che hanno fatto questa esperienza dicono – e lo dico anch’io – che si riceve più di quello che si dà. E questo va condiviso con la comunità, con la diocesi di origine, con la Chiesa. Di fatto il fidei donum crea un ponte fra due Chiese, e dal 1980 la sua figura è progressivamente cambiata: non è più quello che parte per un desiderio, un sogno personale col permesso del vescovo e poi non tornerà più, ma diventa veramente il messaggero di una comunità, ‘l’ambasciatore di Cristo presso un’altra comunità’ secondo l’espressione usata nella Postquam Apostoli”.
Un dato che preoccupa. Molte cose sono cambiate però dal 1980 ad oggi nella Chiesa italiana e nell’Europa: il trend della secolarizzazione ha raggiunto livelli irrefrenabili. Con la diminuzione della partecipazione ecclesiale da parte dei fedeli, è cresciuta la crisi delle vocazioni e la diminuzione del clero”. E quindi è diventato molto più difficile poter destinare sacerdoti diocesani a questa attività missionaria. “Negli ultimi decenni le nuove partenze sono diminuite moltissimo – commenta il direttore di Missio, che è stato fidei donum della diocesi di Verona due volte: la prima in Brasile e poi in Guinea Bissau a Bafatà –. Sono molti i fidei donum che hanno fatto un’esperienza e che, rientrati in diocesi, per non far morire un progetto di cooperazione o per mancanza di disponibilità, si rimettono a disposizione per ripartire. Questo è un dato che ci preoccupa perché questa esperienza è una grande ricchezza per la Chiesa italiana ma rischia di diventare sempre più ridotta”.
Cooperazioni interdiocesane. Anche se in proporzione il numero dei laici – come singoli o famiglie – è aumentato, la crisi dei numeri degli invii si fa sentire. Ma cosa fa (o non fa) la Chiesa italiana per sostenere le partenze? “Con la commissione episcopale e noi come Ufficio cooperazione missionaria tra le Chiese e Fondazione Missio – sottolinea don Pizzoli –, stiamo cercando di proporre e incentivare progetti di cooperazione non più tra singole diocesi, ma condivisi tra diocesi limitrofe, interdiocesani possiamo dire: più diocesi vicine che si mettono insieme e insieme costituiscono un progetto di cooperazione missionaria con una Chiesa ad gentes. Alcune esperienze ci sono già: dobbiamo evitare atteggiamenti rinunciatari, ma unire le forze tra diocesi vicine e mantenere la capacità di costruire i progetti di cooperazione missionaria che fanno bene non solo a chi riceve i nostri missionari inviati, ma fanno bene anche a chi li invia, perché una Chiesa che invia è una Chiesa che si arricchisce”.
*Popoli e Missione

