Con la chiusura della Porta santa nella basilica di San Pietro a Roma, Papa Leone XIV conclude l’anno giubilare. Questa può essere anche un’occasione per tracciare un primo bilancio del Giubileo della speranza, coinciso con un anno denso di avvenimenti drammatici e crisi internazionali. È stato un Giubileo cruciale sia per l’Europa che per il Sud del mondo, e in particolare per il continente africano in balia di grandi squilibri economici e sociali. Le celebrazioni per il Giubileo hanno tuttavia favorito apertura, accoglienza e comunione, creando dei precedenti che non andranno persi.
Benin: avvio di un processo. L’evento ecclesiale “ha assunto in Africa un significato simbolico e concreto che va ben oltre la Porta santa”. Ce lo raccontano i protagonisti delle Chiese missionarie. “Non pensate al Giubileo come a qualcosa che ha un inizio e una fine: qui in Benin è stato l’avvio di un processo che ci ha consentito di mettere l’accento sulle migrazioni interne, dandoci l’occasione per aprire ancora di più le porte ai migranti. E questo non avrà termine con la chiusura della Porta santa”. A portare questa straordinaria testimonianza è la salesiana suor Johanna Denifl, missionaria tra le bambine schiavizzate del Benin. “Il nostro è un Paese dove il cattolicesimo ha un’importanza fondamentale: la Chiesa durante l’anno giubilare ha organizzato diverse azioni sociali, molto concrete. Le parrocchie hanno offerto una pastorale per i migranti interni, per gli sfollati, per i rifugiati, e per quelli di ritorno dai Paesi confinanti (Nigeria, Burkina Faso, Mali, Togo, Niger, Chad). Si è donato orientamento e accompagnamento spirituale. Tante parrocchie hanno aperto le porte ai migranti”.
Il senso dell’accoglienza. L’ex Dahomey – antico nome dell’antico regno che corrisponde più o meno all’attuale Benin – divenne fulcro della tratta atlantica degli schiavi con deportazioni verso le Americhe tra il XVI e il XIX secolo. E ancora oggi reca i segni e le conseguenze di questa orrenda violazione dei diritti umani: il passato doloroso si ripete con la tratta delle bambine, commerciate e rese schiave. A dicembre scorso si è temuto che anche in Benin l’esercito potesse prendere il potere, in seguito a un colpo di Stato, poi fallito. Tutta la regione del Sahel è sotto l’effetto dei golpe che rimuovono leder autoritari per poi instaurare regimi militari. “Qui c’è tanto bisogno di accogliere rifugiati che arrivano da altri Paesi vicini in guerra o toccati da instabilità politiche e catastrofi naturali, frutto del cambiamento climatico”, dice ancora suor Johanna.

(Foto diocesi di Bangassou – Padri Carmelitani)
Centrafrica: parrocchie giubilari. Altro Paese africano iconico, ancora instabile e poverissimo è il Centrafrica, che ha vissuto un Giubileo della speranza all’insegna della conversione. Con le parole del vescovo-missionario padre Aurelio Gazzera (nella foto), carmelitano scalzo: “Abbiamo voluto che fosse veramente l’occasione di un incontro con la misericordia di Dio e un momento di conversione”. Lo racconta da Bangassou. Aperto il 29 dicembre 2024 nella cattedrale, il Giubileo è stato chiuso il 27 dicembre 2025 e il vescovo parla di “una fede che si è rinnovata”. “Per moltissima gente – racconta – è stata l’occasione di un ritorno a Dio, per ricevere i sacramenti”. “In una parrocchia abbiamo confessato in tre, dalle nove del mattino alle 17 di sera, ininterrottamente”. Le distanze nella Repubblica Centrafricana, che vive una delicata fase di pacificazione dopo anni di guerra civile tra milizie armate, sono enormi, e le strade pessime: “Tra le parrocchie più lontane ci sono più di 600 km – spiega Gazzera –. Per questo motivo abbiamo voluto che tutte le chiese parrocchiali fossero luogo giubilare”.

(Foto diocesi di Bangassou – Padri Carmelitani)
Aggiunge: “Abbiamo privilegiato due piste di celebrazione: a livello diocesano, con i giubilei per categorie: malati, donne, prigionieri, seminaristi, movimenti ecclesiali… A livello locale c’è stata una celebrazione in ogni parrocchia, presieduta dal vescovo, e preceduta da catechesi sul senso del Giubileo”. Ci sono state anche molte iniziative di carità per orfani, anziani, ammalati: “Ma al di là di questo – dice il vescovo – rimane il senso forte del richiamo alla speranza ‘che non delude’ e alla fede”.
Giovani verso Roma… Da Roma, e dalla sua missione con i rifugiati del Centro Astalli, Paola Arosio delle suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret dice: “La Chiesa deve fare il possibile affinché si chiuda la Porta santa ma restino aperte tutte le altre porte!”. Quello che non ha funzionato, secondo suor Paola, è stata la difficoltà di ottenimento dei visti per i tanti giovani che durante il Giubileo a loro dedicato, volevano raggiungere Roma dai rispettivi luoghi di provenienza in Africa e America Latina. E riferisce lo sgomento di molte sue consorelle che operano nei Paesi di missione. “Non si possono chiudere le frontiere ai giovani, per nessun motivo – dice –. Altrimenti neghiamo a un’intera generazione la possibilità di fare esperienze importanti e di crescita nell’incontro e nello scambio”. Per i giovani dei Paesi latinoamericani e africani, “dove noi siamo in missione, è fondamentale viaggiare e raggiungere i coetanei durante i grandi eventi ecclesiali”. Se questo non accade, si limita anche la forza storica e il senso dei grandi pellegrinaggi giubilari, nati per favorire il viaggio, anche simbolico, verso Roma.
*Popoli e Missione

