Maria. Di Nicola: “Ben più che Madonna”

“Può esserci un rapporto significativo tra le donne e gli uomini di oggi e Maria? No di certo, se Maria viene lasciata alle persone pie, ai pellegrinaggi, alle processioni o invocata solo nei momenti tragici”. A lanciare la provocazione è la sociologa Giulia Paola Di Nicola, che nel suo ultimo libro esorta a “liberare” la figura della Madonna da facili stereotipi che ne riducano la grandezza, umana e spirituale

foto SIR/Marco Calvarese

“Coniugare l’attenzione che sempre ho riservato alla condizione femminile con un cristianesimo mariano, in chiave di reciprocità, purificato da contaminazioni culturali distorsive”. Così la sociologa Giulia Paola Di Nicola definisce il suo ultimo libro, “Ben più che Madonna” (Effatà Editrice), attraverso il quale si propone di restituire alla figura di Maria tutta la sua pregnanza di capostipite di un “umanesimo” che va al di là di stereotipi riduzionisti della sua grandezza, umana e divina:

“Mi pare maturo il tempo – la tesi dell’autrice, sotto forma di sfida – per un umanesimo marianocentrico-cristocentrico che ‘liberi’ Maria dalla sua splendida eccezionalità e da quel devozionismo che alimenta il modello di donna pia e asservita, supporto di un cristocentrismo inteso in senso androcentrico”.

Il libro si articola in continui rimandi tra i temi classici mariani, i processi di mutamento sociale, il “sensus fidei” e quella che Di Nicola definisce “la persistente dissociazione tra realtà e ideale”, condizione caratteristica dell’umano sempre in bilico tra il finito e l’infinito e alle prese con il mutare delle identità molteplici che caratterizzano il divenire della storia, e che la nostra società digitale amplifica e distorce a dismisura. Il fascino che Maria tuttora esercita, non solo fra i credenti – come attesta Paolo VI – passa per due vie entrambi eccellenti: quella della verità, con un taglio speculativo e teologico, e quella della bellezza, che la vede come Tota pulchra.

“Non ci si può fermare tuttavia all’ammirazione estetica senza dare seguito a quella rivoluzione pacifica annunciata nel Magnificat, che ancora fermenta il mutamento in ogni ambito dell’umano”, l’obiezione della sociologa: “Inevitabilmente, il pensiero di Maria coinvolge l’ecclesiologia”.

Come scrive Papa Francesco, “la questione della donna è decisiva nella Chiesa. In un tempo come il nostro, in cui il clericalismo sta risorgendo, la Chiesa è spacciata se invece di progredire torna indietro sulla questione femminile”. È il “Fiat” la chiave di volta per comprendere la portata rivoluzionaria e straordinariamente moderna della figura di Maria, “pronta a mettersi in gioco, accada quel che accada”. Dio chiede il consenso a Maria, e Maria sceglie consapevolmente di dire il suo “sì” senza consultarsi con nessuno: né madre, né padre e parenti, né rabbino, né anziani. “Maria dice da sola il suo sì perché vi sono scelte che possono dipendere solo da una decisione personale”, commenta Di Nicola. Illuminante, a proposito del gesto paradigmatico di una ragazzina che diventa l’emblema del femminile, è la lettura che ne dà Papa Francesco:

“La ri-creazione comincia da Maria, una donna sola. Possiamo pensare alle donne sole che portano avanti la casa, da sole educano i figli. Ecco, Maria è ancora più sola. Sola comincia questa storia, che prosegue con Giuseppe e la famiglia: ma all’inizio la ri-creazione è il dialogo tra Dio e una donna sola. Sola nel momento dell’annuncio e sola nel momento della morte del Figlio”.

“Può esserci un rapporto significativo tra le donne e gli uomini di oggi e Maria?”, è uno degli interrogativi che popolano il volume. “No di certo – la risposta – se Maria viene lasciata alle persone pie, ai pellegrinaggi, alle processioni o invocata solo nei momenti tragici”. Sì, invece, se ci si accorge che Maria è “primizia di una riconquistata dignità, apripista di un modello di donna libera di amare, ricambiare, generare”. La logica della reciprocità implica la restituzione: quella che emerge dal canto del Magnificat e nelle pieghe della vita di ciascuno di noi, se è vero – come dice Chesterton – che la misura della felicità è la gratitudine (ri-conoscenza). “Ho sentito il dovere di applicarmi a questo lavoro – a torto o a ragione – con la gioia di poter contraccambiare ciò che ho ricevuto dalla fede, specialmente dalla mia mamma”, rivela l’autrice del volume nella premessa.

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