Papa Francesco. P. Cantalamessa: “Ci insegna a reimpaginare la nostra agenda”

Padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, rilegge per il Sir i sette anni del pontificato di Francesco. "Il Santo Padre ci dà l'esempio di 'reimpaginare' la nostra agenda, cioè di disponibilità ad adattarci alle situazioni e in definitiva alla volontà di Dio"

(Foto L'Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

“Il Santo Padre ci dà l’esempio di ‘reimpaginare’ la nostra agenda, cioè di disponibilità ad adattarci alle situazioni e in definitiva alla volontà di Dio”. Padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, descrive così al Sir il settimo anniversario di pontificato di Francesco. “Non sta inventando nulla per il beneficio delle telecamere: Bergoglio è così!”, le prime parole pronunciate dal religioso subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. Parole che suonano come il bilancio di uno stile di vita ancora oggi, sette anni dopo.  Per capire la sua opera di riforma, secondo Cantalamessa bisogna avere il coraggio di uscire dagli stereotipi.

I sette anni di pontificato di Francesco cominciano con una Quaresima particolare, vista l’emergenza sanitaria in atto. La scelta del Papa di “reimpaginare” la sua agenda è all’insegna della condivisione…

Ci apprestavamo a celebrare con gioia il settimo anniversario dell’elezione del nostro Papa. Il 13 marzo doveva essere un giorno di festa in Vaticano e di ferie per i dipendenti, compreso il predicatore della Casa Pontificia che era dispensato dal tenere la solita predica quaresimale. La vacanza ci sarà, ma di un genere inatteso.

Il Santo Padre ci dà l’esempio di “reimpaginare” la nostra agenda, cioè di disponibilità ad adattarci alle situazioni e in definitiva alla volontà di Dio.

La mancanza di festeggiamenti esterni sarà uno stimolo in più per unirci al Santo Padre nel ringraziare Dio per le tante cose positive portate a termine in questi sette anni e per le tante prove superate con la grazia di Dio.

A fine gennaio, il Santo Padre ha cominciato un nuovo ciclo di catechesi sulle Beatitudini, come “carta di identità” del cristiano. Come recuperare, in questi tempi difficili, il senso della gioia, che è una delle parole-chiave di questo pontificato?
Nella sua esortazione apostolica sulla santità, Gaudete et Exsultate, papa Francesco presentava già le beatitudini come la carta d’identità del cristiano. L’insistenza sullo stretto rapporto che c’è tra santità e felicità è uno dei punti in cui l’esortazione e le catechesi del Santo Padre portano una ventata di aria nuova nel discorso sulla santità cristiana.

Papa Francesco è riuscito a “declericalizzare” sia la parola santità che la parola beato.

Nel linguaggio di Gesù “beato” (makarios), non indica certo il gradino che precede la canonizzazione e il titolo di santo; significa semplicemente felice. Certo si tratta di una felicità diversa da quella cantata da Beethoven nell’inno alla Gioia. Quella è una gioia selettiva riservata a chi “ha avuto in sorte una buona moglie e conosce il piacere di bere un bicchiere di vino in compagnia di amici”; questa è una gioia aperta a tutti, anzi in modo speciale ai poveri, agli afflitti, agli affamati, ai miti e ai tribolati. Dobbiamo essere grati al Santo Padre perché con la sua insistenza sulla gioia contribuisce a tener viva nel popolo cristiano una certezza di fede fondamentale. La gioia cristiana ha per orizzonte l’eternità, ma comincia già in questa vita. E non solo la gioia spirituale, ma ogni piacere onesto, anche quello che l’uomo e la donna sperimentano nel dono reciproco, nel generare la vita e nel vedere crescere i propri figli o i propri nipoti, il piacere dell’arte e della creatività, della bellezza, la gioia dell’amicizia, del lavoro felicemente portato a termine, della contemplazione del creato. Sono tutte cose che papa Francesco non si stanca di ricordare a tutti con le sue parole e i suoi gesti.

C’è una parola-chiave del pontificato – riforma – che in genere viene declinata dagli osservatori solo in termini di riforma delle strutture interne alla Curia Romana. Ma c’è un altro tipo di “riforma” che ricorre nel pontificato di Francesco, quella dei cuori: perché se ne parla così poco?

Chi conosce la vita di Bergoglio, prima di diventare papa Francesco, non si stupisce del posto che la parola “riforma” occupa nel suo pontificato. Essa ha informato tutta la sua vita, come superiore religioso, come vescovo e adesso come papa.

Bisogna fare uno sforzo per uscire dagli stereotipi che siamo soliti associare a questa parola. Quasi sempre, nella storia della Chiesa, con essa si intende riforma delle strutture e della Curia romana: in ogni caso riforma degli altri. Papa Francesco la intende primariamente come riforma che comincia da se stessi e come riforma che parte dall’interno per cambiare l’esterno, non il contrario.

Chi conosce gli “Esercizi spirituali” di sant’Ignazio di Loyola scopre quasi ad ogni passo l’influsso del metodo del Fondatore nel figlio diventato papa.

Sette anni sono un tempo biblicamente significativo per fare bilanci. Possiamo azzardare una “sintesi” di questi primi sette anni di pontificato?

Ebbi l’incarico di tenere una delle due esortazioni che i cardinali devono ascoltare prima di entrare in conclave. Rivedo ancora il cardinale Bergoglio seduto in ultima fila nell’aula del Sinodo. Nessuno, tanto meno lui, credo pensasse a quello che sarebbe diventato di lì a poco quell’uomo così defilato. Quando lo vidi, in televisione, affacciarsi dal balcone di San Pietro, salutare la gente con il “Buona sera!” e chiedere di essere benedetto dal popolo, io che avevo predicato due volte gli esercizi al suo clero (l’ultimo l’anno precedente) e lo conoscevo, dissi a chi mi stava intorno:

“Non sta inventando nulla per il beneficio delle telecamere. Questo è l’uomo. Bergoglio è così!”

In questi sette anni da quel giorno la mia stima (e con essa la gratitudine a Dio) è cresciuta in modo esponenziale. Nel mio intervento al conclave avevo sottolineato, tra le altre cose, la necessità di dare nuovo impulso alla collegialità e all’ecumenismo. Non ce n’era bisogno: il cardinal Bergoglio era andato da tempo ben oltre le mie aspettative, nelle idee e nella pratica. Incontrandomi pochi giorni dopo, uno dei cardinali elettori, visibilmente compiaciuto dell’esito del conclave, mi chiese: “Abbiamo fatto un buon lavoro?”. Sì, risposi, un ottimo lavoro, voi e lo Spirito Santo!

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