Non mettere lo schermo di un tablet per intrattenere il bambino mentre si è al ristorante. Parlare ai piccoli guardandoli negli occhi e privilegiare gli abbracci come se fossero una vera “tecnologia affettiva” che nutre lo sviluppo. Questi alcuni dei consigli diffusi tramite la campagna istituzionale “Non è mai troppo presto”, presentata oggi a Palazzo Chigi. Nata da un’idea della Fondazione Pensiero Solido e sviluppata con la collaborazione del Dipartimento delle politiche contro la droga e le altre dipendenze, del ministero della Salute e del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri, l’iniziativa vuole promuovere l’importanza delle interazioni dirette tra genitori e bambini, tramite opuscoli distribuiti in ospedale e uno spot che andrà sui canali tv, radio e social della Rai.
I piccoli vengono al mondo in un contesto popolato da smartphone, tablet e dispositivi connessi, ma “mettere uno schermo davanti a un bambino significa modificarne lo sviluppo”, avverte il presidente dell’Associazione Dipendenze Tecnologiche, Cyberbullismo e Hikikomori, Giuseppe Lavenia, intervenuto alla presentazione. “Stiamo – continua – letteralmente trasformando i nostri bambini e, di conseguenza, i futuri adolescenti, con ricadute sociali e psicologiche che sono ormai sotto gli occhi di tutti nella cronaca quotidiana”.
L’ultima indagine, condotta dall’Associazione in collaborazione con la Società italiana di pediatria condivisa, dimostra che su un campione di 6.600 famiglie il 41,5% dei bambini tra i due e i tre anni è già esposto agli schermi e il 19,3% inizia a utilizzare smartphone o tablet proprio a due anni. “A quell’età – sottolinea l’esperto – non sanno ancora fare quasi nulla, ma sanno già scrollare“.
Ma si scopre anche che in quella stessa fascia d’età, il 24% dei bambini possiede già un profilo social. “Questo accade – commenta – perché siamo noi genitori a crearglielo, talvolta a partire dalla prima ecografia, rendendoli social prima ancora di nascere”. Non si tratta però di condannare i genitori giudicandoli come “cattivi”, ma di riconoscere la forte pressione sociale a cui sono sottoposti.
L’esposizione precoce ai device, del resto, rischia di normalizzare i disturbi dell’attenzione in un futuro neanche troppo lontano. Un problema in realtà che riguarda tutti, anche gli adulti, visto che una ricerca inglese ha dimostrato che ogni volta che riceviamo una notifica su WhatsApp impieghiamo 64 secondi per recuperare la concentrazione su ciò che stavamo facendo.
“Il problema principale – riprende Lavenia – sorge quando la tecnologia mediata si inserisce nei momenti di assenza o di sofferenza emotiva, agendo come un perfetto anestetico. Questo scenario è ulteriormente esasperato dall’introduzione dell’intelligenza artificiale, che è già diventata un sostituto genitoriale a cui il 60% degli adolescenti si rivolge per chiedere consigli. Di fronte a giovani che fanno fatica a desiderare e a immaginare il futuro, dobbiamo ricordare che il desiderio si alimenta proprio dell’assenza. Spesso diamo troppo ai nostri figli, e il troppo amore può trasformarsi nello specchio delle nostre paure personali”.
Offrire un buon modello dovrebbe essere la regola in questi casi: “I bambini – aggiunge – imparano per imitazione e non per precetto, noi adulti rappresentiamo attualmente un pessimo esempio. Per questo motivo propongo da anni l’introduzione di un patentino digitale obbligatorio: un percorso formativo condiviso tra genitori e figli per accedere responsabilmente a social e intelligenza artificiale. L’uso costante dello smartphone da parte dei genitori sottrae ai figli l’elemento fondamentale dello sguardo. Non è un caso che oggi solo il 38% dei genitori racconti ancora le favole della buonanotte ai propri figli, preferendo delegare questo compito ad Alexa o all’intelligenza artificiale per mancanza di tempo”.
La tecnologia mediata rischia di dissociare la capacità di provare un’emozione, dal saperla rappresentare e trasformare in un sentimento profondo. “La conseguenza – osserva Lavenia – è una grave difficoltà a immedesimarsi nell’altro e a sviluppare comportamenti solidali. Ne sono una prova gli episodi di cronaca in cui le persone, anziché soccorrere chi è in difficoltà per strada, preferiscono riprendere la scena con il telefono per condividerla sui social, come accaduto recentemente a Roma. Se vogliamo evitare derive simili negli adulti di domani, dobbiamo intervenire fin dalla prima infanzia”.
Riguardo alla possibilità di introdurre un divieto di uso dei social ai minori, per l’esperto è un’illusione pensare che possa risolvere il problema. “Certamente – dice – guardo con attenzione ai dati e alle iniziative come quella dell’Australia, dove il divieto può fungere da utile appiglio per supportare i genitori in difficoltà, ma si tratta di una misura temporanea. Non possiamo escludere i ragazzi dal digitale a tempo indeterminato, poiché sarebbe strutturalmente impossibile. Per questa ragione, ritengo fondamentale investire su strumenti formativi come il patentino digitale, introducendo l’obbligo di acquisire una conoscenza minima per tutti. I giovani che oggi conseguono questa certificazione saranno i genitori consapevoli di domani, e non credo vi siano reali alternative a questo percorso. Inoltre, lo scenario si sta facendo ancora più complesso: ritengo che l’intelligenza artificiale presenti rischi persino maggiori rispetto ai social media, e spero sinceramente di sbagliarmi, proprio come speravo di sbagliarmi vent’anni fa quando mettevo in guardia sulle derive delle piattaforme internet”.

